Le grand bal (2018)

Le grand bal

Locandina Le grand bal
Le grand bal (Le grand bal) è un film di genere Documentario di durata circa 95 minuti diretto da Laetitia Carton.
Prodotto da SaNoSi Productions nel 2018 in Francia. [Uscita Originale il 31/10/2018 (Francia)] esce in Italia Giovedì 2 Maggio 2019

TRAMA

L'idea del film nasce da un colpo di fulmine e da una passione semplice, quella per la danza, vissuta in modo molto spontaneo. La regista Laetitia Carton, al suo quarto lungometraggio, ha voluto raccontare l'incanto del balfolk dopo aver partecipato più volte in prima persona all'annuale evento francese de Le Grand Bal de l'Europe, in cui più di duemila persone si riuniscono da ogni parte d'Europa, nella campagna del piccolo comune di Gennetines, per un'esperienza straordinaria. Per 7 giorni e 8 notti persone di età ed estrazione sociale diverse ballano insieme, su 9 pedane sotto tendoni all'aria aperta, mentre i musicisti non smettono mai di suonare sposando tra loro melodie tradizionali con tendenze più moderne. Senza conoscersi i partecipanti danzano in piena libertà, vincendo ogni resistenza rispetto al contatto umano e fisico, all'età e all'appartenenza sociale, mossi solo dalla pura gioia di condividere la passione per la danza. In Le Grand Bal due squadre si sono alternate sotto la direzione di Laetitia Carton per seguire il flusso e l'intreccio ininterrotto di danze e musiche di tradizione diversa e riprendere questo universo unico e magico così distante dall'isolamento generato dalla società moderna. Tra stage, concerti e amicizie che si ritrovano o si formano, la regista cattura situazioni, emozioni, coreografie, sguardi e conversazioni che introducono ad una dimensione conviviale, intima e vitale, dell'esperienza del ballo. Le Grand Bal conduce alla scoperta di una tradizione che si rinnova di continuo attraverso regole e creatività, libertà e condivisione. La grazia del ritmo supera ogni fatica fisica e la gioia pura della danza abbatte le barriere. Le Grand Bal è un inno senza tempo alla magia del ballo e all'armonia di anime e corpi nella diversità.

Data di Uscita ITA: Giovedì 2 Maggio 2019
Data di Uscita Originale: 31/10/2018 (Francia)
Genere: Documentario
Nazione: Francia - 2018
Formato: Colore
Durata: 95 minuti
Produzione: SaNoSi Productions, Région Nouvelle-Aquitaine (con il supporto di), Centre National de la Cinématographie (CNC) (in partnership con), Région Ile-de-France (in partnership con)
Note:
Presentato il 17 Maggio 2018 al Cannes Film Festival 71.

Cast e personaggi

Regia: Laetitia Carton
Sceneggiatura: Laetitia Carton

Immagini

[Schermo Intero]
Locandina internazionale
Foto e Immagini Le grand bal
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NOTE DI REGIA

Mi è sempre piaciuto ballare. Eppure non ho avuto modelli da seguire, i miei non ballavano, ma mia nonna mi raccontava spesso che, da giovane, in un tempo in cui non la conoscevo ancora, saliva sulla pedana da ballo all'inizio della serata e non l'abbandonava più fino alle prime luci dell'alba. Era trasportata dal ballo. Il suo viso si illuminava quando mi parlava di queste notti trascorse nell'ebrezza del movimento e della musica. Penso che, pur non avendola vista ballare, lei mi abbia trasmesso il suo amore per i bal trad. Il mio primo bal trad è stato un colpo di fulmine. Era un sabato sera di gennaio, in un paesino sperduto dell'Auvergne, in una cascina piena zeppa, con dei musicisti in carne ed ossa sul palco. La musica era bella e tutti ballavano! Una vera festa con centinaia di persone! Con mia sorpresa, c'erano molti giovani. Giravano, battevano i piedi, si guardavano, sorridevano, oppure erano molto seri, ma ballavano per davvero. E soprattutto erano pieni di gioia. La gioia di essere lì, insieme, era palpabile. I ballerini danzavano a ripetizione bourrée, scottish, polka, mazurka fino al mattino. Sorrisi, mani sudaticce, abbracci a fine pezzo prima di lasciarsi per passare ad un altro ballerino: un bel calore umano. Un pezzo funk molto energico in cui ci si sfogava, il ritmo accelerava, in cui ci si metteva in gioco pur mantenendo una certa classe, poi una melodia nostalgica e languida in cui i ballerini si avvicinavano, le teste si toccavano e il tempo rimaneva sospeso. Il mondo dei bal folk l'ho amato subito, mi ci sono sentita talmente bene... Da allora costellano la mia vita.

Quindici anni fa sono andata per la prima volta ai Grands Bals de l'Europe a Gennetines nella zona dell'Allier. È un luogo magico, una parentesi incantata. Si balla per 7 giorni senza sosta. I musicisti non smettono mai di suonare, giorno e notte. Oggi, dopo 29 anni dalla sua creazione i Grands Bal de l'Europe radunano 2000 persone che ballano per una settimana su 8 o 9 pedane sotto i tendoni all'aria aperta. Su questi parquet girano ogni giorno una ventina di gruppi musicali, ci sono circa 500 musicisti per gli stage e una quindicina di bal folk la sera. Tutte le generazioni, giovani e vecchi si fondono e ballano insieme. È una delle cose che mi rende più felice. Non vedo altri luoghi di festa che riuniscano fasce d'età e vite così diverse. Le donne ballano con gli uomini, gli uomini con le donne, le donne con le donne e sempre di più, gli uomini con gli uomini. Nell'arco di una danza, un legame particolare può intessersi con il proprio partner per creare un universo sottile, magico e unico. Si sa come si entra in una mazurka, non si sa in che stato affettivo se ne uscirà. Quest'emozione, questa convivialità, quest'energia condivisa che nasce da questa collettività, non la trovo altrove… Nel bal folk si è semplicemente ballerini o ballerine. Non ci sono ricchi e poveri, non contano l'apparire o lo status. Tutti si amalgamano nell'arco di una notte. Viviamo in una società rosa dalla creazione di bisogni artificiali, una società che spinge a consumare, da soli e di fretta in un perpetuo rinnovamento. La danza trad permette di ritrovare il piacere di essere con gli altri e di avere pratiche comunitarie che non esistono più al giorno d'oggi. Condividendo questa festa, riscopriamo che esiste un'unità e che abbiamo un posto al suo interno.

Questa avventura umana fuori dal comune, che vivo da svariati anni, meritava di essere guardata, contemplata. Condivisa. Così, durante l’estate 2016, con due squadre, una di giorno, una di notte, abbiamo filmato la totalità del Grand Bal. Due squadre per resistere, come i ballerini: ascoltare il proprio corpo, la propria fatica, senza perdersi nulla. Senza perdersi nulla di questo turbinio. Per fare un film come un turbinio. Lo staff ha vissuto con i ballerini e i musicisti, ha vissuto la stessa esperienza, le stesse sensazioni: girare, resistere, mangiare, ballare, ballare, ballare, dormire, girare, ballare, bere, girare, ballare, incontrarsi… E ha filmato gli sguardi, gli scambi, la comunità, la somma delle singolarità, il movimento balbuziente e nascente, l’agilità e la semplicità dei ballerini esperti, il lasciarsi andare, le libertà che si prendono, la dolce follia, la grande umanità che sfila, la gioia che illumina i visi, le attese sulle sedie, l’amore che nasce, la stanchezza che si fa sentire, i legami che si stringono e permettono di stare in piedi. Ha mostrato come è diverso quando finalmente si osa toccarsi, quando ci si guarda, quando si vive veramente insieme. E quando la vita palpita.

Intervista a laetitia carton

I suoi documentari precedenti erano legati a una persona particolare. Questa volta sembra esserci un punto di vista più personale, qualcosa che vibrava in fondo a lei. Il lavoro è stato diverso?
Non mi sembra molto diverso. Faccio sempre dei film sulle persone, su degli universi o delle comunità che conosco già molto bene. Non mi domando mai su cosa potrei fare un documentario. Il desiderio di fare un film nasce sempre da quello che vivo e che ho voglia di condividere. Per me, è ogni volta la stessa origine e lo stesso desiderio. Quale è stato il punto di partenza? La prima volta che sono andata al Grand Bal è stato 15 anni fa. Mi dicevo già da parecchi anni che c'era un film da fare. Ma non sono mai passata all'atto perché pensavo che una videocamera non sarebbe mai potuta entrare. È uno spazio abbastanza protetto, che non avevo voglia di disturbare. Poi, nel 2015, gli organizzatori del Grand Bal hanno autorizzato un'equipe di giornalisti a filmare e io ho avuto modo di appurare che una telecamera era abbastanza ben accettata. E una sera in un tendone, mentre io e Bernard Coclet, il creatore del Grand Bal, guardavamo commossi i ballerini, abbiamo avuto la stessa idea nello stesso momento. Bisognava farlo.

Ha partecipato a questo evento per molti anni. È stato facile farsi accettare, non più come partecipante ma in quanto regista?
Sapevo che ci sarebbe voluta anzitutto molta comunicazione, prima e durante le riprese, e che io stessa l'avrei vissuto come un gesto intrusivo in uno spazio che mi è caro. Ma sapevo anche che il gioco valeva la candela. Prima del festival avevo fatto avere un messaggio a tutti gli iscritti, in cui spiegavo le mie intenzioni, la mia volontà di condividere la bellezza di questi incontri. Abbiamo anche organizzato due momenti durante le riprese nei quali tutti potevano venire a fare domande sul film. E un testo molto personale era esposto all'entrata del festival e negli spazi informativi. Sono stata sorpresa, perché in pochissimi hanno rifiutato di essere filmati: solo 11 su 2500 presenti. Abbiamo fatto loro delle foto e tutti gli operatori hanno evitato di riprenderli. Al montaggio abbiamo eliminato d'ufficio le sequenze dove apparivano. La fiducia che i ballerini e le ballerine mi hanno dato è straordinaria. Penso che abbiano sentito che avevamo questo amore per il Grand Bal in comune. Ci hanno fatto un enorme regalo.

Nel documentario che gli ha dedicato (Edmond, un portrait de Baudoin), il disegnatore Baudoin s'interrogava sulla possibilità del cinema di rappresentare correttamente l'intensità dei luoghi ai quali siamo legati. Suppongo che si sia posta la questione prima di filmare.
In continuazione. Una telecamera può davvero captare ciò che succede, e tutte le emozioni? Avevo paura che non funzionasse. Ho spesso dei dubbi sul potere del cinema, eppure, dopo tre film, dovrei crederci! E, come succede spesso, sono stata positivamente sorpresa. Si vivono le cose in maniera talmente intensa, è così forte ciò che avviene tra la gente, ma così invisibile, impalpabile, che mi dicevo che una macchina non può captare queste energie. E invece sì! È magico! E lo si sentiva d'altra parte quando si filmava, addirittura da dietro le spalle del direttore della fotografia. È qualcosa di indefinibile, impercettibile. L'emozione si lascia catturare, passa e si trasmette.

In passato diceva che preferiva essere lei stessa a filmare la gente, che questo creava una prossimità essenziale. Per Le Grand Bal, eravate in 4 a riprendere.
Non avrei potuto fare le riprese da sola, per diverse ragioni: volevo filmare di giorno e di notte e volevo che l'immagine sublimasse la danza. E volevo anche ballare! Due equipe si sono alternate per avere una grande quantità di girato: un'equipe lavorava di giorno e una di notte. E io dormivo la mattina. Si trattava di un dispositivo leggero, un addetto al suono e uno all'immagine. E le due equipe si sovrapponevano alle 21 per avere due camere sui primi balli della sera.

Le Grand Bal ha un'immagine molto cinematografica, era importante per voi che questo film avesse una tale qualità visiva?
Era una conditio sine qua non. Nel festival c'è una bellezza che volevo restituire. Quando si arriva dall'esterno, non la si coglie per forza subito, perché il grand bal è il regno dei tendoni, delle sedie in plastica, dei neon e delle luci da cantiere. Volevo, quindi, che la bellezza che io vedo nel ballo e nella gente si percepisse, avevo bisogno di vere immagini da film, con molta profondità di campo, e poi c'è voluto un grande lavoro di postproduzione colore. Per essere veramente con la gente e non con la plastica dei tendoni, il metallo delle barriere o gli slogan delle magliette.

Certi piani sono sembrati più costruiti di altri, come le scene intorno al divano all'esterno dove i ballerini vanno a riposarsi qualche minuto. Quanto c'è di messa in scena ne Le Grand Bal?
Direi che è un film dove l'auto-messa in scena è stata determinante. I ballerini sceglievano di andare sul divano quando la camera era lì davanti, o di non spostarsi quando andavamo verso di loro. C'era una sorta di accordo tacito. Cercavamo di captare le discussioni, ci avvicinavamo e la gente ci faceva segno se non voleva essere ripresa, se le conversazioni erano troppo private, o al contrario continuavano tranquillamente a parlare e, anzi, facevano posto alla camera. Molti ballerini e ballerine si sono messe in gioco, ci hanno offerto le loro discussioni, che era esattamente quello che speravo. Perché al Grand Bal o si balla o si parla e spesso si parla di ballo, dei concerti e di ciò che si vive.

Nel suo film lei dice (in voce narrante) che durante il Grand Bal si perde la nozione del tempo. Questa idea di perdita di riferimenti temporali le interessa?
È stato uno dei nostri obiettivi al montaggio: far vivere questo vortice. Ma è stato complicato. All'inizio per esempio abbiamo provato a non prendere in considerazione l'alternanza giorno/notte, ma il film faceva fatica a stare in piedi, non funzionava, e siamo tornati a una struttura più cronologica. Abbiamo provato a giocare sulla durata delle sequenze per sottolineare la perdita della nozione del tempo, e sull'aspetto ciclico, sul ritorno di certe sequenze. Pensare il film, ogni giorno, come un cerchio, senza inizio né fine.

In Edmond lei solleva una teoria: un artista, chiunque sia, non farà che degli autoritratti. In effetti, in ciascuno dei suoi film, abbiamo l'impressione di leggere una pagina del suo diario.
Sì, penso che ogni film sia un autoritratto. È vero, secondo me, per tutte le forme di espressione artistica. E sì, Le Grand Bal è anche una pagina del mio diario, come lo sono stati gli altri film. La mia vita e i miei film sono molto osmotici. In generale faccio fatica a mettere delle frontiere, a recintarli. La mia vita deborda nei miei film, i miei film debordano nella mia vita. Tutto si mescola, faccio fatica a vederla diversamente.

Attraverso la sua voce e le sue parole passa molta poesia. Per i suoi testi, spunto da numerosi autori. Come ci lavora?
Racconto questo processo nel mio primo cortometraggio. Di una sofferenza, ne faccio un momento di pausa: riciclo, utilizzo dei pensieri occasionali. Leggo, ascolto, annoto, pesco qua e là, e le mie voci fuori campo sono costruite così, sono farcite di citazioni. È come un omaggio, le convoco. C'è anche un testo di una ballerina, Natacha Devie, sui momenti difficili che si possono vivere durante un ballo. Sono dei prestiti, dei testi messi a patchwork. Adoro lavorare così.

Nelle sue opere, s'individua spesso una volontà di trasmissione, di condivisione. Trasmettere è una sorta di mantra per lei?
All'inizio era incosciente. Ma più vado avanti, più mi rendo conto che è veramente centrale nei miei film. Supera il semplice interesse: è quello che mi muove. La condivisione è l'essenziale. È ciò che mi piace filmare, è quello che dà senso alla vita in generale. E mi ossessiona ancora di più da quando ho un figlio. Come trasmettiamo le cose? È un leitmotiv, un mantra, sì.

Si percepisce anche un grande amore per il gesto artistico nei suoi film: quello di Edmond Baudoin, quello, molto coreografico e poetico, della lingua dei segni e infine la danza del Grand Bal…
Sì, l'amore per il gesto, ma non solo il gesto artistico. Non c'è niente di più umano che quei gesti della mano, del corpo. Il gesto, al di là del movimento, è l'espressione della nostra umanità. Ne Le Grand Bal, il corpo è evidentemente centrale: è un film sul lasciarsi andare, sul viaggio del corpo, sul desiderio. Un desiderio d'esperienza, di sentimento, di trasmissione. Sì, è un film sul desiderio, sullo slancio vitale. C'è tutto nella danza, c'è il gesto, il corpo, ma c'è anche l'altro. Come vivere tutto questo insieme? Il Grand Bal mi dà una specie di risposta. C'è un condensato di tutto ciò che mi fa amare l'essere viva.

Si è posta la questione di dove posizionare la telecamera per filmare questi corpi, questo corpo collettivo?
Durante i concerti, posso passare delle ore a guardare la gente ballare. Ho deliberatamente dato agli operatori il posto che prendo normalmente: a bordo palco, tra i musicisti e i ballerini. Molte delle scene del film sono state girate da lì. Amo osservare questo legame invisibile, ma palpabile, che passa attraverso l'udito, gli sguardi, e sentire l'energia, la maniera in cui tutto circola. È incredibile quest'osmosi! Senza musicisti non c'è il ballo. La loro presenza è essenziale. E le loro singolarità, i loro stili impregnano completamente ciascuna serata, ne fanno dei momenti unici.

Cosa la seduce in queste musiche tradizionali che si sentono ne Le Grand Bal?
Mi sono immediatamente innamorata di questa musica e di queste danze. In primo luogo perché era un repertorio musicale che aveva cullato la mia infanzia, ma anche perché ho percepito delle radici, un legame molto forte con il territorio. Avevano una storia, non arrivavano dal nulla. D'altra parte mia nonna ballava queste danze, i miei genitori no. Un salto di generazione recuperato grazie a tutte quelle persone che hanno fatto ricerche presso gli anziani. Amo questo spessore storico. E anche se le danze evolvono e si trasformano con grande disappunto di alcuni, rimangono comunque vive e radicate. Amo questi giovani ballerini di bourrée 3 tempi. Significa molto per me. Sento un legame con i nostri vecchi, con la loro storia.

In questo festival, vediamo 2000 persone condividere la stessa passione, ma con 2000 personalità diverse e altrettanti modi di affrontare la danza e il rapporto con l'altro. Le loro confidenze apportano una moltitudine di sfumature a questi ritratti.
È stato molto importante, già a partire dalla scrittura. Non volevo fare un film dove si seguono dei personaggi. È vero che alcuni partecipanti ricorrono in più sequenze, ma volevo anzitutto filmare un corpo collettivo, composto da una moltitudine di singolarità. Mi interessava andare ad ascoltare quei ballerini che ci hanno affidato la loro maniera d'essere, di concepire e sentire la danza, ma che facessero soprattutto parte di una collettività. Andare dall'intimo all'universale, e dal singolare al collettivo. Abbiamo cercato di costruire il film così, con Rodolphe Molla, il montatore, ma è stato molto difficile! È dura scartare delle buone sequenze. È un lutto ogni volta, ma bisognava mantenere l'equilibrio, vigilare che nessuno prendesse troppo spazio nel montaggio, dando vita a un insieme, a un grande corpo collettivo che respirasse all'unisono.

Intorno a questo piccolo microcosmo della pista da ballo, numerose questioni familiari ritornano. Alla fine è davvero un mondo in miniatura.
Come spesso accade nei microcosmi, ci si ritrova dentro in piccolo tutte le grandi questioni che attraversano la nostra società. Per esempio, quell'estate si sentivano già i vagiti del grande movimento femminista di questi ultimi mesi. In quasi tutte le discussioni si arrivava a un certo punto ai temi del rapporto uomo/donna, dalla divisione dei ruoli alla questione di genere. Si potrebbe fare un film intero sul tema solo con le scene tagliate. Sono stata sorpresa, durante le riprese, dalla quantità di discussioni, e la frequenza con cui il soggetto usciva: mi sono detta che lì c'era qualcosa e che doveva figurare nel montaggio. Ma non era un tema che cercavo, né mi aspettavo di trovarlo con tale potenza, in questo spazio, così benevolo e protetto rispetto al resto del mondo.

Il film in generale non dimentica di menzionare le difficoltà. Che sia quella relativa al corpo, legata alla fatica, e ai nervi, ma anche quella dei partecipanti, gli uni verso gli altri, quando si crea una specie di esclusione.
Per molta gente il primo festival può essere difficile. Siamo messi di fronte ai nostri limiti fisici, ma anche alle nostre attitudini o a quello che possiamo vivere come delle mancanze. Possiamo anche avere voglia di far passare il piacere davanti a tutto, quello della "buona danza" e rifiutare un invito, e ciò può deludere altri ballerini. Una ragazza lo dice molto bene nel film: "Ti tocca un po' l'ego!". Arriviamo tutti con il nostro bagaglio, la nostra storia, e ci dobbiamo convivere per una settimana, in mezzo a un concentrato di vita e a migliaia di persone 24 ore su 24. I nostri problemi si manifestano per forza in maniera ancora più intensa. La vita per me è come una medaglia, ha due facce. In tutte le zone d'ombra c'è della luce e viceversa. Al Grand Bal c'è qualcosa che viviamo in maniera molto forte. Si può vivere un momento di grazia e cinque minuti dopo prendersi un bello schiaffo, di una violenza inaspettata. È un microcosmo dove si prova più intensamente ciò che si vive all'esterno. Ma è questa intensità che mi piace.

Si sente in lei un grande cuore da melomane. Perché in mezzo a tutte quelle musiche tradizionali ha inserito questa canzone di Etienne Daho e Dominique A, in una posizione così centrale?
È un testo di Dominique A che mi colpisce da tempo, nel quale si parla di una presa di coscienza, del tempo che si passa a rimanere in superficie. Al Grand Bal si vive intensamente il rapporto con gli altri, perché la danza apre delle porte a degli sconosciuti e perché i ritmi danno il tempo di parlare, avere uno scambio profondo. E si prende coscienza della poca intensità che si mette nella vita di tutti i giorni. Questa canzone arriva dopo una delle mie sequenze preferite del film, quella tra due che si parlano della loro complicità, dell'amore che unisce l'una all'altra. Anche dopo averla vista 200 volte, mi fa venire sempre la pelle d'oca. È un po' la quintessenza di tutto il film. Mi piaceva molto l'idea di orchestrare una rottura forte con una musica da studio molto pop in mezzo a un film in cui regna una musica così interna alla narrazione. Mi piacciono molto queste rotture formali nei film.

La cantante Camille firma qui il brano dei titoli di coda in compagnia della troupe. La sua musica diventa a sua volta un'esperienza collettiva.
Camille è un'amica e viene spesso al festival con me. Le ho proposto di fare una canzone per la sigla e lei ha avuto, come sempre, un'idea fantastica: riunire tutte le persone che hanno lavorato sul film per cantare insieme la sigla. C'è una perfetta corrispondenza con il film, non potevo immaginare meglio: un grande corpo collettivo che canta.

Lo scorso maggio lei era a Cannes, nella selezione ufficiale, nella sezione Cinéma de la plage, le proiezioni all'aperto che hanno visto partecipare film come Vertigo o Grease. Come si è ritrovato Le Grand Bal in questa selezione così eclettica?
Thierry Frémaux ha avuto un'ottima intuizione: proporre il film sulla spiaggia seguito da un vero ballo con i gruppi di musicisti del film. Non lo ringrazierò mai abbastanza per questo regalo, perché penso che non ci fosse miglior posto per questo lavoro. Resterà un meraviglioso ricordo. C'erano centinaia di persone del Grand Bal, venute da tutte le parti d'Europa per scoprire il film e ballare dopo la proiezione. Era come se avessimo ricostituito il Grand Bal a Cannes. Di tanto in tanto, in mezzo a un ballo alzavamo la testa e vedevamo il Majestic, la Croisette che ci guardavano. Durante tutto il concerto, la gente passava e ci raggiungeva, eravamo più di 1000 persone che si mescolavano allegramente, ballerini, gente di Cannes, gente del festival del cinema. Ho delle immagini impresse nella testa: i membri del cast di un film cinese, tutti in smoking e abito da sera, scarpe nelle mani, piedi nudi sulla sabbia, ballano un rondeau des landes. È stato surreale, gioioso e bello. Abbiamo ballato fino alle 2 del mattino, fino a che avevamo l'autorizzazione di suonare. E prima della proiezione siamo saliti per la scalinata di Cannes suonando e ballando. Una serata perfetta… folle e perfetta.

Piccolo glossario del balfolk

an-dro danza bretone che non manca mai
abbracci quando ti rivedi dopo l'ultima festa: è sempre una gioia condivisa
bourrée a 2 o a 3 tempi è una delle danze francesi più conosciute, è un gioco di sguardi e di piedi, dove si diventa complici senza toccarsi
boeuf dopo un concerto a ballo può accadere che alcuni musicisti si riuniscano spontaneamente per suonare per i ballerini instancabili
circolo circasso e chapelloise sono le due danze sociali per antonomasia, non possono mancare in una festa folk!
congò danza in quattro che viene dalla guascogna, ce ne sono tante versioni ma quella più ballata è il congò de captieux
divertimento in una festa folk è assicurato
fisarmonica uno degli strumenti della tradizione che molto spesso troverai in mano ad un musicista nel balfolk
ghironda uno strumento della tradizione di antica origine, diffuso in particolare nelle valli occitane, che trovi solo nel folk (o la ami o la odi)
instancabili quelli del boeuf
limousine (bal) danza del poitou (una regione della Francia e dell'ovest) attenzione! crea dipendenza
mazurka la danza di coppia più romantica e più ballata: avete presente "il tempo delle mele?"
normoutier (branle de) danza del poitou di totale carica di energia (un pogo organizzato e senza botte)
organetto diatonico protagonista indiscusso su tutti i palchi folk, parente della fisarmonica
polka danza che non manca mai nelle feste folk, la si può trovare anche in molteplici declinazioni a seconda della provenienza del gruppo che suona (es. a saltini, camminata, piquet)
quartetto tantissime danze vengono ballate con questa formazione
quattro province (danze delle) Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza sono queste le province da cui proviene questo tradizionale repertorio di danze
rondeau in coppia o in catena, non può mancare con il suo andamento a saltelli rimbalzati
scottish danza di coppia per tutti, così semplice che anche chi non ha mai ballato la può provare
violino ahhhh… quando suona lui, lasci il cuore sulla pista!
valzer chi nella sua vita non ha mai ballato un valzer!?!?!

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