Docuserie sulla tennista Naomi Osaka in arrivo su Netflix

La serie rivela la vita dietro le quinte della vincitrice di due finali del Grande Slam e il suo percorso formativo, mai raccontato prima.
Docuserie sulla tennista Naomi Osaka in arrivo su Netflix

Netflix ha annunciato l'arrivo sulla sua piattaforma una docuserie ancora senza titolo su Naomi Osaka, una superstar del tennis internazionale: plurivincitrice di finale di Grande Slam e prima tennista asiatica a raggiungere il 1º posto del ranking mondiale dopo il trionfo agli US Open del 2018 e agli Australian Open del 2019.

La serie ritrae un anno importante per Naomi, a partire dagli US Open dell'agosto 2019 per continuare con ogni appuntamento del Grande Slam fino alla preparazione per le Olimpiadi di Tokyo del 2020.

Figlia di madre giapponese e padre haitiano, Osaka è emigrata da bambina dal Giappone agli Stati Uniti, dove è riuscita a diventare la prima tennista asiatica che ha raggiunto i vertici del tennis internazionale. Condividendo con lei la sua rigorosa tabella di marcia in termini di allenamenti e viaggi, la troupe esamina l'immensa pressione a cui la star è sottoposta, il suo percorso alla scoperta di sé, i suoi interessi nei periodi lontani dalle gare e la sua famosa, bizzarra e onesta personalità. La segue inoltre in Giappone per capire la sua profonda connessione con il paese da lei rappresentato e riflettere sulla sua identità multiculturale.

"Poter raccontare la mia storia e mostrarla al pubblico in questo anno importante, oltre che lavorare con un team che mi capisce veramente, è stata un'esperienza molto gratificante. La serie sarà diversa dai documentari sportivi tradizionali, e sono entusiasta di poterla condividere con tutti." ha commentato Naomi Osaka.

In collaborazione con Uninterrupted e prodotta da Film 45, la serie è diretta dalla pluripremiata regista Garrett Bradley. Il suo cortometraggio "Alone", realizzato con The New York Times OpDocs, è stato selezionato per gli Oscar. Al Sundance Film Festival del 2020 Bradley ha vinto come Miglior regista per "TIME", lungometraggio in gara tra i documentari statunitensi.



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