Cinema: intervista a Roger Delattre, il regista del film Il Missionario


Ecco l' intervista fatta a Roger Delattre, regista del nuovo film "Il Missionario"in uscita il 19 febbraio 2010 al cinema. Roger Delattre è stato, fra l' altro assistente Regista, tra gli altri film, di BON VOYAGE, BANLIEUE 13 e ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI, Roger Delattre ha anche firmato il video musicale di Zoé […]

Ecco l' intervista fatta a Roger Delattre, regista del nuovo film "Il Missionario"in uscita il 19 febbraio 2010 al cinema. Roger Delattre è stato, fra l' altro assistente Regista, tra gli altri film, di BON VOYAGE, BANLIEUE 13 e ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI, Roger Delattre ha anche firmato il video musicale di Zoé della canzone TOUT VA BIEN.
IL MISSIONARIO è il suo secondo lungometraggio dopo L’AMOUR A L’ARRACHE del 1997.

Cosa ha catturato la sua attenzione mentre leggeva la sceneggiatura?
Ho letto la sceneggiatura senza sapere veramente di cosa si trattasse, e ho riso moltissimo, ci ho ritrovato anche un po’ della verve di Audiard. Quando mi è stato detto che Jean-Marie Bigard aveva preso parte al progetto, sul momento, ho temuto un eccesso di truculenza: secondo me era necessario che la sua recitazione si avvicinasse a quella di Lino Ventura. La fortuna ha voluto che i produttori del film la pensassero allo stesso modo, perciò sono stato molto felice che mi abbiano affidato la regia del film.

Dal punto di vista visivo come immaginava questa commedia?
Spesso mi dispiaccio del fatto che con il pretesto che si tratta di una commedia si lasci un po’ da parte la composizione degli ambienti. Al contrario io mi sono nutrito di pellicole molto composte, firmate da Melville, Verneuil o Lautner, e ho sempre provato una certa invidia perché volevo citare questi riferimenti. Una commedia é ovviamente destinata a far ridere il pubblico, ma non c’è alcuna ragione di perdere di vista la grammatica del cinema. La composizione di un ambiente è essenziale: si tratta di disegnare lo sfondo su cui gli attori si muoveranno.

Come influisce tutto ciò sulla recitazione degli attori?
Il fatto che debbano ripetere più volte le loro scene per riuscire ad averne completa padronanza è alquanto fastidioso. Ma secondo me, fondamentalmente, il cinema è la scrittura di un movimento, perciò non credo che il fatto di esigere da un attore il rispetto di una certa meccanica lo infastidisca. Al contrario, una volta che l’ha fatta sua credo che essa lo renda più libero, perché lo costringe nel movimento preciso che deve eseguire.

Qual’è la cosa che si è rivelata più ardua da ottenere in termini di commedia?
La musica, perché i dialoghi del film erano importanti sia per la comicità delle battute sia per la musica che dovevano intonare. Bisognava quindi trovare una vera tonalità, sintomatica dell’evoluzione del personaggio interpretato da Jean-Marie Bigard: quando esce dalla prigione all’inizio parla poco poi, progressivamente, torna alla vita.

Come si fa a dirigere un « animale » come Jean Marie Bigard ?
Abbiamo ripetuto le scene tante volte e Jean-Marie ha dimostrato di saper ascoltare. Si è rivelata una cosa piuttosto complicata per lui il fatto di parlare rimanendo immobile, per lui ha significato dar prova di grande disciplina. D’altronde è proprio questa una delle sfide che mi hanno maggiormente sedotto del film: riuscire ad addomesticare quest’enorme energia. E’ stato come avere una palla di fuoco in mano, dovevamo riuscire a maneggiarla come volevamo, stando attenti a non bruciarci.

Che tipo di attore ha scoperto in Doudi ?
Si sente che è un comico che si è fatto le ossa sul piccolo schermo. Possiede un senso del ritmo tipico dei programmi corti. Io, che ho lavorato in quella tipologia di formato, ho riconosciuto in lui una febbre, tipica degli attori abituati a recitare in quel tipo di vignette. E’ un attore eccellente: nella scena della vendita dei gioielli sono dovuto andare a nascondermi per quanto mi veniva da ridere! Ci tengo inoltre a sottolineare che la maggior parte dei ruoli secondari è interpretata da attori che in genere non siamo abituati a vedere al cinema e che conferiscono al film il suo colore realistico.

Qual’è la visone della provincia che desiderava dare attraverso questo film ?
La Drôme Ardèche rappresentava una scelta perfetta perché tra i riferimenti che ho inserito nel film ci sono delle immagini molto famose del cinema italiano: il caldo, l’atmosfera soleggiata e colorata e la ricchezza di personaggi piroettanti. Avevo anche voglia di rappresentare la provincia come la vedo io: mai fuori moda. Credo che nella provincia il tempo si stratifichi, lì io mi sento meno demodé che a Parigi, e dico questo senza alcuna demagogia. Il bar costruito da Hugues Tissandier sembra una compressione degli anni ‘50 e ‘60 con delle vestigia della guerra del ‘14, e poi con il suo schermo piatto per vedere le partite di calcio, che riflette il passaggio del tempo ma anche un mondo in costante movimento.

Che reazione spera di ottenere dagli spettatori con questa commedia?
Vorrei che ridessero, ovviamente! Ma anche che rimanessero toccati, perché è una commedia che contiene dei momenti di vera emozione.

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