La gente che sta bene, intervista al regista Francesco Patierno


Intervista a Francesco Patierno, regista della commedia italiana La gente che sta bene, con protagonisti Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono.

di / 01.02.2014

Di seguito l'intervista fatta a Francesco Patierno, regista del film La gente che sta bene, la commedia italiana in cui recitano anche Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Jennipher Rodriguez, Laura Baldi, Carlotta Giannone, Matteo Scalzo, Carlo Buccirosso.

Qual è stata l'idea di partenza per questo progetto?
Il produttore Carlo Macchitella aveva acquistato i diritti del libro di Baccomo e mi ha proposto di leggerlo: l'ho trovato una splendida occasione per raccontare la nostra storia più recente perché offriva un condensato degli ultimi 20 anni di vita italiana che ha prodotto un certo tipo di cultura, di società e di personaggi. Il romanzo era ricco di storie e di personaggi ben inseriti nella nostra realtà e rappresentati in una chiave non ideologica, oltre che di dialoghi arguti ed ironici, molto vicini a quelli delle serie americane oggi tanto in voga. Penso ad esempio a Mad Men, Californication o Dexter che hanno introdotto diversi cambiamenti sostanziali nella drammaturgia focalizzandosi sui personaggi e su certi dialoghi in cui anche nei momenti più drammatici c'è sempre spazio per l'ironia: sia io che Baccomo siamo grandi appassionati di questa moderna fiction d'autore e ci siamo trovati subito in grande sintonia.

Che cosa si racconta in scena?
La storia è ambientata nella Milano di oggi preda della crisi economica e finanziaria ed è quella di un top manager, Umberto Maria Dorloni (Bisio), un avvocato d'affari ai vertici della propria carriera che guadagna facilmente quello che vuole e frequenta il giro della "gente che sta bene". È un uomo all'apparenza di grande carisma e sicurezza ma in realtà nasconde il carattere di una persona fragile e vive momenti di ansia e di paura come tutti gli altri. Agli occhi di chi gli sta intorno Giuseppe è però il partner dello studio legale internazionale Flacker Grunthrust and Kropper, il marito di Clara, il padre di Martina e Giacomino, il proprietario di un lussuoso appartamento in centro a Milano. Insomma l'uomo che tutti vorrebbero essere. Un mondo perfetto il suo, senza nessuna crisi e nessuna precarietà finché, quando meno se lo aspetta, non succede qualcosa che gli cambierà la prospettiva di vita avuta fino ad allora: viene improvvisamente licenziato. Sprezzante e narcisista come è sempre stato Umberto non intende rassegnarsi e si trova costretto a rincorrere la sua condizione precedente attraverso tentativi sempre più spregiudicati di tornare in vetta, fino a ritrovarsi sommerso dalle macerie della sua stessa vita, che all'improvviso ha cominciato a franare, pezzo dopo pezzo...

Come viene fuori nel racconto l'epoca odierna?
Il film rispecchia il nostro tempo soprattutto nella perdita di valori e racconta un certo tipo di società degradata che crede solo nel denaro e che ha dominato le cronache culturali, economiche e sociologiche degli ultimi 20 anni, è la Milano della gente che pensa di star bene nonostante i tempi, ma sarebbe superficiale definirla come la Milano di Berlusconi. Ultimamente mi interessano le storie dei personaggi più che le storie in sé e questa volta ne ho avuto a disposizione diverse particolarmente verosimili e credibili: la scommessa è stata quella di riuscire, in un susseguirsi di colpi di scena, a rendere brillanti situazioni che in altro modo risulterebbero drammatiche. Ci siamo mossi sul filo di una comicità "acida", in cui apparentemente ci sono sempre meno motivi per ridere, alternando ironia e toni seri, momenti brillanti e altri drammatici, come nella migliore tradizione della commedia all'italiana a tutto tondo. In un mercato che impone la commedia abbiamo cercato insomma di riprendere lo spirito di quelle dei nostri padri, i Monicelli, i Germi, i Risi. Spero che rappresenti la prima vera quadratura del cerchio della mia breve carriera.

Si può definire quindi una commedia drammatica?
Mi è sempre caro quel motto di Billy Wilder che diceva che in un film bisogna alternare "una lacrima e un sorriso": nella nostra storia ci sono entrambi questi elementi e sono certo di avere trovato un equilibrio tra queste diverse emozioni, l'ho riscontrato anche nel pubblico che ha visto finora il film, è molto importante ridere ma anche emozionarsi. Quali differenze e quali analogie ci sono secondo lei tra film e libro? Il film conserva l'anima del romanzo ma c'è stato un lavoro di adattamento importante che ho compiuto direttamente con l'autore che è rimasto poi molto soddisfatto del risultato finale: la soddisfazione è stata reciproca e sono certo che in futuro io e Federico Baccomo scriveremo ancora qualcosa insieme. Si trattava di 250 pagine che dovevano diventare un film di un'ora e mezza, i cambiamenti sono stati funzionali, a cambiare dovevano essere soprattutto le interrelazioni tra i personaggi: chi ha letto il libro vedrà il film senza avere l'impressione del già visto, e sarà anche sorpreso da sviluppi narrativi inediti che non intaccano mai però l'anima del racconto originale.

Come si è trovato con Claudio Bisio?
Ho avuto la fortuna di trovare in Claudio l'interprete ideale, ma curiosamente già nel libro di Baccomo c'era una sorta di predizione-predestinazione perché quando ad un certo momento al protagonista viene chiesto durante una festa da chi avrebbe voluto essere interpretato se fosse stato un personaggio, Umberto Maria Dorloni rispondeva: da Claudio Bisio! È un attore da cui mi aspettavo delle sorprese positive ma tutto è andato al di là delle mie più rosee aspettative. Il ruolo era piuttosto difficile e complesso e perciò è stato fondamentale l'intenso lavoro di preparazione prima delle riprese che ci ha consentito di arrivare sul set con le idee chiare. Claudio è stato strepitoso, sempre ineccepibile nonostante i ritmi serrati.