7 Sconosciuti a El Royale, la recensione



Thriller che riscrive i topoi del genere e grande cinema di intrattenimento, '7 sconosciuti a El Royale' apre la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

di / 18.10.2018
7 Sconosciuti a El Royale, la recensione

Sette sconosciuti - ognuno per un proprio motivo specifico - si trovano a passare una notte burrascosa all'interno di El Royale, un caratteristico hotel costruito sul confine che separa la California dal Nevada, con tanto di mobilio a tema per i due stati. Mentre fuori impervia un temporale degno di qualsiasi racconto del terrore, i sette clienti dell'albergo si troveranno a veder le lor vite intrecciarsi a quelle degli altri sconosciuti, muovendosi sulle trame di moltissimi misteri miscelati tra di loro.

Questa, in breve, è la sinossi di Sette sconosciuti a El Royale, il nuovo film di Drew Goddard, a sei anni di distanza dalla sua opera prima, Quella casa nel bosco, un horror quasi metacinematografico che aveva avuto il merito di riscrivere le regole del genere, trasportandolo in una dimensione moderna. Meccanismo narrativo che il regista - conosciuto anche e soprattutto per il suo lavoro di sceneggiatore in opere cult come Buffy e Lost - ripropone anche in Bad Times at the El Royale.

Con una struttura narrativa che sembra voler omaggiare i racconti per capitoli dell'ultimo cinema di Quentin Tarantino, il film di Drew Goddard è un thriller a incastro che sembra superare i limiti del genere di appartenenza per dar loro una nuova veste. Il regista torna a raccontare una storia utilizzato lo spazio limitato di un luogo circoscritto, mura innalzate come una sorta di labirinto della mente per i personaggi che si muovono sul teatro costruito dal regista, una sorta di girone infernale da cui (forse) non esiste uscite. Non esiste redenzione. Ed è evidente che il regista si trovi bene nello spazio scenico che ha costruito per la sua storia: la sua regia è una regia viva, pulsante, che usa gli snodi narrativi per catturare l'attenzione dello spettatore, giocando con la sua curiosità ma anche con il proprio senso estetico.

Tuttavia, il vero punto forte di Sette sconosciuti a El Royale è da ricercare nella sceneggiatura; pur con qualche caduta di ritmo nella parte centrale della pellicola (che ha una durata di oltre centoquaranta minuti), il film è una sorta di gioco metalinguistico, un cubo di rubik fatto di parole e storie che si intrecciano, nelle quali Drew Goddard torna a parlare della sua concezione della realtà, di come ciò che vediamo potrebbe, in effetti, non essere esattamente reale. Una riflessione che si basa sulla registrazione, sull'immortalare persone e situazioni su un qualsiasi supporto; un discorso, dunque, che si sposa benissimo con l'ambito cinematografico, facendo sì che anche questo Bad Times ad the El Royale si trasformi in qualcosa che sembra offrire un'anima metalinguistica e, soprattutto, metacinematografica. Come se ciò non bastasse, con i suoi sette sconosciuti - interpretati magistralmente dal cast artistico, su cui troneggia un meraviglioso Jeff Bridges - Drew Goddard si prende la libertà persino di giocare con dei personaggi che sembrano voler offrire ciascuno una visione dell'America o, meglio ancora, di una certa idea di America e del famigerato sogno americano. Dalla donna afroamericana che sogna di diventare ricca con la forza della sua voce, al soldato che ha visto depredare i suoi ideale di patriottismo, arrivando fino al personaggio di Chris Hemsworth la cui entrata in scenaè un chiarissimo riferimento a Charles Manson.

Con 7 sconosciuti a El Royale Drew Goddard si diverte a intrecciare storie e situazioni, lasciando che sia il film a parlare in sua vece, trasportando il suo pubblico in medias res, senza preoccuparsi di soffermarsi a dare troppe spiegazioni. Il mondo, nei film di Drew Goddard, è quello che è, già cambiato, già strano, già pieno di misteri: compito dello spettatre è addentrarsi nella giungla delle cose non dette e divertirsi mentre cerca di venire a capo delle molte cose che sembrano essere senza risposta.

Valutazione di Erika Pomella: 7 su 10
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