Avengers: Endgame

Avengers: Endgame, la recensione



Con 'Avengers: Endgame' finisce un lungo percorso che ha cambiato un certo tipo di cinema, ma anche il nostro sguardo: i Vendicatori tornano per l'ultima volta sul grande schermo, per combattere contro l'annientamento e l'oblio. Nonostante qualche errore di troppo, la pellicola dei fratelli Russo è uno di quei film che ci ricorda quanto la settima arte possa essere grandiosa.

di / 24.04.2019
Avengers: Endgame

Io sono Iron Man.
Queste erano le parole che, nell'ormai 2008, chiudevano l'omonimo film; quando i film sui supereroi erano ancora una tantum e non la norma, quando il Marvel Cinematic Universe era ancora un esperimento, un embrione che respirava i primi passi verso un progetto che si sarebbe esteso per ben 11 anni, aspirando a quell'infinito da cui la saga prende il nome, come quelle gemme che, in Infinity War, abbiamo visto rotolare tra le mani di Thanos (Josh Brolin), distruttore e filosofo. Era qui che ci eravamo fermati: con il potente Thanos che, con uno schiocco di dita aveva simultaneamente cancellato metà della popolazione dell'universo, spezzando i cuori di moltissimi spettatori che si erano ritrovati seduti in sala con il cuore spezzato. A combattere ancora per la possibilità di un riscatto uno sparuto gruppo di eroi, composto da quei sei Avengers che erano lì sin dall'inizio e che sono qui, oggi, alle battute finali. Una premessa, questa, che è assolutamente necessaria, perché non si può parlare di Endgame senza tener contro del percorso che ci ha condotto fino a qui. Non si può parlare di un pellicola che giunge a conclusione di una cavalcata che non solo ha cambiato il volto di un certo tipo di cinema, ma ha irrimediabilmente cambiato anche il nostro modo di guardare ad esso.

Io sono Iron Man.
Se eravamo abituati - sul piccolo e grande schermo - a rapportarci con eroi che erano costretti, quasi loro malgrado, a nascondere la propria identità per preservare il lato più umano della loro missione straordinaria, con Iron Man ci troviamo davanti ad un nuovo atteggiamento, più arrogante, più sicuro di sé. Ci troviamo davanti un supereroe che non è facilmente classificabile tra le persone meritevoli, ma che riesce a sedurre e a conquistare la fiducia di alleati e pubblico proprio per le sue imperfezioni. Una sorta di fil rouge che a ben guardare collega tra loro tutti i personaggi che hanno riempito il Marvel Cinematic Universe: gli eroi che abbiamo amato in questi undici anni sono creature forti, a volte divine. Sono avvolti in muscoli d'acciaio o hanno la bellezza seducente di quelle creature che abitano il buio. E proprio nei loro angoli di buio questi eroi imperfetti sono riusciti a conquistare un pubblico che non voleva assistere allo spettacolo noioso della perfezione, ma che invece aspiravano a trovare sullo schermo persone che superavano le proprie paure, i propri limiti, le proprie mancanze, cercando di fare il proprio meglio. E persone come queste non avevano bisogno di nascondere la propria identità, perché erano come tutti gli altri: pieni di crepe, di errori, di decisioni sbagliate. Da Iron Man fino a Avengers: Infinity War abbiamo assistito allo spettacolo di uomini e donne che inciampavano nei propri pregiudizi, che si arrendevano alla rassegnazione. Ma abbiamo amato quelle stesse persone che, nonostante tutto, hanno continuato a combattere. Whatever it takes, come recita il poster di Endgame. A qualunque costo.

Ed eccoci così arrivati alle battute finali di questo viaggio che l'MCU ci ha regalato: un viaggio che giunge al traguardo, che calpesta con orgoglio la linea di arrivo, prendendo i suoi spettatori per mano e guidandoli in uno spettacolo che dura tre ore e che più che al mero intrattenimento (che naturalmente non manca) punta soprattutto all'emozione. Quando sentiamo le note del theme principale che riempiono lo schermo, gli occhi si velano di una commozione che non ha a che fare solo con quello che accade sullo schermo, ma che ha molto più a che vedere con noi stessi, con ciò che eravamo quando questo viaggio è iniziato e con quello che siamo diventati oggi. Avengers Endgame, uno dei film più attesi di questi ultimi anni, è la prova che a volte il cinema travalica i confini dello schermo e si trascina nella vita vera, dove si intreccia alla quotidianità di chi sceglie di pagare un biglietto per lasciarsi trasportare in un'altra dimensione, dove gli eroi, anche se sciocchi e imperfetti, hanno la possibilità di cambiare il mondo.

Ed è da qui che la pellicola dei fratelli Russo parte: dal desiderio di cambiare il mondo che Thanos si è lasciato alle spalle. Un mondo che urla ancora l'assenza di chi è sparito in un valzer di particelle e polvere. Quello che lo spettatore si trova davanti è un universo che rimanda l'eco del fallimento, degli sbagli, del senso di colpa per essere sopravvissuti: un mondo reso selvaggio, sconosciuto, e vuoto. Ognuno degli eroi sopravvissuti deve fare a pugni coi propri demoni: ognuno lo fa a proprio modo, che sia con la punta di una spada piena di sangue, o con l'incapacità di accettare l'ipotesi di aver fallito. Come se essere Vendicatori significasse semplicemente mettere le toppe sulle crepe dei fallimento, di quello che non si è riuscito ad evitare. Ma, di colpo, l'arrivo di un aiuto insperato e di un'alleanza ancora più inattesa, daranno agli Avengers la possibilità di avere una seconda chance per rimettere in ordine il mondo e dimostrare che, dopotutto, il bene ha sempre la possibilità di trionfare.

Dire di più sulla trama di Endgame significherebbe incorrere nel rischio di fare spoiler e, dopotutto, per parlare di questo film non c'è davvero bisogno di sviscerare gli eventi, di raccontare perché alcuni funzionano e altri no. Perché sì, ci sono cose che non funzionano in questo film: da alcune gigantesche inesattezze e incongruenze cronologiche, l'ammiccante omaggio al movimento femminista che scivola quasi nel patetico, fino alla delusione legata ad una new entry del cast. Errori a tratti gravi - troppo gravi - su cui si potrà tornare a ragionare quando si è più lucidi. Ma Endgame è anche una pellicola che chiede al proprio pubblico di lasciare la razionalità a casa e che non parla con i toni autoritari della lucidità, ma che punta dritto al cuore. E' un vero e proprio ritorno alle origini, in così tanti modi che cercare di elencarli tutti sarebbe quasi deleterio. Ed è un film che funziona proprio perché si dimostra consapevole di ogni passo compiuto per arrivare in questo capitolo finale. Un film divertente, che intrattiene anche grazie ad una buona conoscenza cinematografica, con omaggi che vanno fino a Il Grande Lebowski e che cita dei cult della settima arte come Ritorno al futuro. A eccezion fatta per le incongruenze veramente sciocche di cui si parlava qualche riga più su e di una rincorsa al fanservice ad esse legate, Avengers Endgame è un film che funziona. Di più, è un film di cui avevamo bisogno.

Si tratta di un film epico, e questo non perché sia perfetto, ma perché riesce ad evocare veramente il senso di ciò che appartiene alla leggenda, a quell'idea di grandioso che il MCU ha rincorso per tutto il suo peregrinare. Avengers Endgame è un film riuscito perché ci ricorda il senso di ciò che è eroico: ci insegna cosa sia la famiglia, e non solo quella che si dirama dal nostro stesso sangue, ma anche quella che ci scegliamo, giorno dopo giorno. Gli Avengers non sono eroi perché discendono da un ceppo divino o perché sono in grado di trasformarsi un mostro dalla pelle verde: il loro eroismo sta nel tendere una mano e trovare sempre qualcuno a prestare aiuto. Ed è per questo che li amiamo, è per questo che usciremo da un film come Endgame come se avessimo affrontato una lunga corsa ad ostacoli: perché sul campo di battaglia ci siamo anche noi ed era anche nostra la mano che si allunga per prestare aiuto.
Io sono Iron Man esclamava con arrogante fierezza Robert Downey Jr.
Ma il punto è che, undici anni dopo, noi siamo tutti Iron Man.

Valutazione di Erika Pomella: 9 su 10