Recensione Deepwater - Inferno di fuoco

'Deepwater Horizon' è una pellicola che intrattiene e che commuove, che fa stare con il fiato sospeso per novanta minuti, in un esempio di ciò che il buon cinema di intrattenimento dovrebbe essere.
Recensione Deepwater - Inferno di fuoco

Il 20 Aprile 2010, durante le trivellazioni al largo delle coste della Louisiana, una piattaforma petrolifera, in gestione alla BP e piena di ritardi sulla tabella di marcia, esplode in piena notte, causando quello che, ad oggi, è ancora il più grande disastro petrolifero nella storia degli Stati Uniti, contando undici morti e un inquinamento delle acque tale da richiedere settimane e settimane per poter essere riassorbito. Questa, a grandi linee, è la storia vera della piattaforma Deepwater Horizon, che dà il titolo anche all'ultima fatica registica del regista Peter Berg, che torna a lavorare con l'attore Mark Wahlberg dopo lo struggente Lone Survivor.

Il film segue le vicende di un gruppo di lavoratori che si trovano a lavorare sulla piattaforma nella notte incriminata, alle dipendenze di un burocrate (John Malkovich), che sembra interessato più a finire il lavoro e ad evitare ulteriori ritardi, piuttosto che pensare a lavorare in tutta sicurezza. Il punto di vista privilegiato è quello di Mike Williams (Mark Wahlberg), capo elettricista, e di alcuni suoi colleghi:  il responsabile della squadra Jimmy (Kurt Russell), il tecnico Andrea (Gina Rodriguez, la protagonista di Jane the Virgin) e l'addetto allo smaltimento Caleb (Dylan O' Brien, star della serie Teen Wolf). La vita di questi personaggi diventeranno un vero e proprio inferno quando, dal mare, lingue di fuoco e aliti di gas pronti ad esplodere di nuovo li spingeranno oltre i loro stessi limiti, alla disperata ricerca di un modo per sopravvivere e tornare a casa.

Peter Berg dirige, con Deepwater - Inferno di fuoco, un piccolo gioiellino di intrattenimento, in grado di calibrare alla perfezione sia la componente spettacolare che quella umana. Lo spettatore si trova così gettato in un girone infernale fatto di esplosioni e di pericoli imminenti, con scene che sembrano quasi richiamare alla memoria altre tragedie marittime, in continuo stato di allerta per il destino dei protagonisti. In effetti, ciò che funziona maggiormente in Deepwater Horizon, è ciò che riguarda il ritmo e la costruzione di tensione: l'attenzione alla vicenda raccontata non viene mai meno. Il pubblico vacilla sul proverbile filo del rasoio, non sapendo in alcun modo cosa aspettarsi. Ciò permette una completa immersione nella storia raccontata e lo sviluppo di un fortissimo senso di empatia che rimane invariato per tutta la durata della pellicola. Tempo, questo, che vola via quasi senza colpo ferire.

In più, come già suggerito sopra, Peter Berg non si contenta di mettere in scena la spettacolarizzazione di una pagina della storia americana particolarmente nera; pur senza scivolare in alcun tipo di retorica umana, il regista cerca di dare credibilità, concretezza a verosimiglianza ai personaggi che mette in scena, scendendo una via di mezzo tra l'epica tipica di generi stereotipati come ad esempio il western - la battuta sarà una notte dannatamente lunga non avrebbe stonato, ad esempio, sulle labbra di un cowboy vendicatore -, e un'attaccamento sagace e attento alla sfera del reale. Il connubio tra queste due realtà coopera alla realizzazione di un prodotto finale che intrattiene e che commuove, che fa stare con il fiato sospeso per novanta minuti, in un esempio di ciò che il buon cinema di intrattenimento dovrebbe essere.

Valutazione di Erika Pomella: 8 su 10
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