E l'oceano era il nostro cielo

E l'oceano era il nostro cielo: il capolavoro che ci spiega la guerra



'E l'oceano era il nostro cielo', nuovo titolo di Patrick Ness per Mondadori, è un romanzo magnifico che ribaltando il punto di vista di Moby Dick ci trascina in un mondo fatto di sangue, speranza ed empatia, in un meraviglioso libro che ci parla di guerra e demoni

di / 01.05.2019
E l'oceano era il nostro cielo

E l'oceano era il nostro cielo è il nuovissimo libro di Patick Ness, autore preciso ed elegante che dopo la trilogia di Chaos e il toccante Sette Minuti dopo la mezzanotte, torna in libreria con Mondadori per raccontare una versione atipica del Moby Dick di Melville. Se nel classico della letteratura vedevamo il nostro misterioso eroe Ismaele testimoniare l'ossessione del Capitano Achab alla ricerca della fantomatica balena bianca che da il titolo al romanzo, in quest'opera di Patrick Ness la visuale è ribaltata, così come il punto di vista.

E l'oceano era il nostro cielo si apre infatti nelle profondità di un oceano sconfinato e sconosciuto, che risponde a regole che la superficie ignora. "Chiamatemi Bathsheba" esordisce il romanzo, portando il lettore immediatamente immerso nella storia, davanti alla nostra coraggiosa protagonista, una balena, terza in comando in un piccolo battaglione che asseconda le leggende che risuonano le profondità, seguendo la Capitana in una caccia serrata a una creatura leggendaria Toby Wick. Nessuno sa dire se esiste o meno, come il diavolo a cui viene spesso paragonato; eppure il mare rimanda gli echi delle morti che sono state fatte per volere di Toby Wick, Umano tra gli umani, gigante fatto di avorio e crudeltà. Alla ricerca di questo nemico antico e profetizzato nelle leggende, Bathsheba dovrà interrogare un ostaggio umano, tenuto vivo sott'acqua da delle bolle di ossigeno. Ma l'interrogatorio che la balena accetta di svolgere si tramuterà ben presto in qualcosa che non si aspettava: tra l'amicizia e l'esame di coscienza Bathsheba dovrà capire da quale parte stare e cosa fare della propria esistenza.

Arricchito dalle meravigliose illustrazioni di Rovina Cai, E l'oceano era il nostro cielo è una lettura che, partendo da un classico più o meno conosciuto universalmente, lo ribalta, trasportandoci nelle "scarpe" di personaggi che siamo stati abituati a considerare nemici, malvagi, da abbattere in ambito letterario. Moby Dick è uno dei villain per antonomasia, una creatura che diventa emblema stesso dell'ossessione, di un tarlo da cui bisogna liberarsi. Patrick Ness, invece, rende tutti noi esseri umani degli ossessionati, dei giganti arroganti che popolano mari di cui non sanno niente. Un ribaltamento che Patrick Ness non lascia al caso, ma che costruisce con sapienza, inserendolo persino all'interno della trama e della costruzione del mondo che sta costruendo. L'oceano come cielo, le balene che scendono per salire, il verticale che diventa orizzontale: in questo libro si sale nell'abisso, ma l'abisso è sia il cielo sia l'oscurità sconosciuta del mare, a seconda del punto di vista di chi racconta. E proprio in questo modo Patrick Ness racconta il rovesciamento, il cambio di prospettiva. E così facendo, nel rendere sia l'esercito umano che quello marittimo tanto simili, l'autore cerca di arrivare al proprio pubblico (per lo più giovane) insegnando qualcosa che ormai rischia di sparire nell'oblio: l'empatia.

In poco meno di 200 pagine l'abilità narrativa di Patrick Ness riesce a raccontare una storia lineare, a tratti horror nelle sue sfumature più inquientanti, arricchendola comunque di tematiche e riflessioni che, al giorno d'oggi, sono più attuali che mai. Partendo dalla cura dei nostri mari, divenuti ormai una minaccia più che una risorsa, passando proprio per questo: il riconoscimento del diverso, di chi non è uguale a noi ma ha allo stesso tempo il medesimo diritto alla pace e alla sopravvivenza. Nell'incontro tra Balene e Umani, Patrick Ness racconta l'accettazione, la presa di coscienza che gli atteggiamenti xenofobi non sono altro che sintomo di paura e superstizione, qualcosa che non può essere tollerato da persone saggi e piene di raziocinio. Quella di Bathsheba non è una storia d'amicizia, ma è una storia di presa di coscienza. Il suo rapporto con il suo prigioniero non si basa sul fare amicizia, ma sul rendersi conto di aver cacciato creature di cui non sapeva niente, lasciandosi guidare solo dalle voci risonante di balene più importanti di lei. E se questo non è un richiamo all'attuale clima politico non solo del nostro paese ma di buona parte dell'Occidente, allora niente lo è.

Ma la bellezza di E l'oceano era il nostro cielo sta anche, e soprattutto, nel modo in cui Patrick Ness ci parla della guerra. Dei suoi errori e dei suoi orrori. Di come viene usato un motivo qualsiasi per giustificare odio e vendette. Ci parla di come la guerra sia una specie di virus che può colpire chiunque, che può trasformare la vittima in carnefice in pochi battiti di ciglia. Parla della guerra come annientamento: e non solo delle persone che vengono uccise, ma anche di coloro che hanno le mani sporche di sangue. Perché la guerra non fa prigionieri ed è lei l'unica vincitrice. Patrick Ness si rivolge ai suoi lettori e sembra implorarli di aprire gli occhi, di rendersi conto che la guerra così come l'odio non può essere una risposta. Ma, allo stesso tempo, l'autore sembra tristemente rassegnato ad accettare anche la realtà, nel domandarsi se ci sia veramente un modo di fermare questa giostra al massacro. "Siamo troppo ansiosi di costruire demoni," Scrive. "È solo questione di tempo prima che ci ritroviamo di nuovo in guerra?". E da brividi è la chiosa che Patrick Ness dà a questa sua riflessione: "Perché demoni ci sono nelle profondità, ma ben peggiori sono quelli che creiamo noi". A una consapevolezza come questa e ad un'altrettanto grandiosa capacità si scriverla si può aggiungere davvero poco. Chapeau.

Valutazione di Erika Pomella: 9 su 10