Game of Thrones 8x04, la recensione

Game of Thrones 8x04, la recensione



Il quarto episodio di Game of Thrones ci ricorda perché amiamo tanto questa serie: non tanto per le battaglie messe in campo, ma per i destini dei personaggi che, volenti o meno, si trovano invischiati nel sempre più pericoloso gioco del trono.

di / 06.05.2019
Game of Thrones 8x04, la recensione

Non si sono ancora placate le molte discussioni su the long night, terzo episodio dell'ottava e ultima stagione di Game of Thrones, in cui è stata messa in scena la tanto attesa battaglia di Winterfell, ed ora siamo davanti ad un nuovo episodio. Il terzultimo, prima che si renda necessario il nostro addio a Westeros. 

Attenzione. Se non siete in pari con la messa in onda statunitense, per voi l'articolo che segue straripa di spoiler.

Come dicevamo poco più sopra , l'episodio della settimana scorsa ha fatto parlare moltissimo di sé, dividendo il pubblico tra chi ha amato la puntata e chi, pur sottolineando gli aspetti più positivi, ne è rimasto deluso. Noi facciamo parte di questo secondo gruppo, essenzialmente a causa di gravi problemi di sceneggiatura e una fotografia troppo scura (sì, la battaglia si svolge di notte, ma non per questo deve risultare difficile da seguire. E sì, abbiamo visto l'episodio in HD su piattaforme legali con la TV targata, come il direttore della fotografia di GOT ha chiesto in seguito alle molte accuse che gli sono state mosse contro). Dopo i primi due splendidi episodi, il terzo ha in qualche modo deluso alcune delle aspettative che gli ronzavano intorno, a dispetto di una regia con un maestoso piano sequenza e una colonna sonora da brividi. La battaglia di Winterfell - che si ispira al capolavoro inarrivabile della battaglia al fosso di Helm de Il Signore degli Anelli - avrebbe dovuto rappresentare una vera e propria ecatombe, il leggendario scontro contro gli Estranei e la misteriosa magia che li tiene in vita. Ma di questo scontro epico c'è davvero ben poco: i dothraki si lanciano nel buio, quasi alla cieca. Daenerys coi suoi draghi rimane incastrata in una nebbia spettrale, senza ricordarsi che l'unione fa la forza e lei e Jon - veramente inutili in questo episodio - non riescono ad avere la meglio sul drago riportato in vita dal Re della Notte. Quest'ultimo, che scopriamo immune al fuoco (un Targaryen?) si dirige verso Grande Inverno ormai sventrato, pronto a sconfiggere Bran che viene eroicamente difeso da Theon che muore con la consapevolezza di essere un brav'uomo. Lo scontro tra il Night King e Bran però non ha luogo: Arya arriva, silenziosa come la girl has no name che è diventata a Braavos e uccide il nemico in una scena da brividi, con il suo Not Today pronunciato a Melisandre già diventato iconico. Jorah, nel frattempo, è morto con onore, difendendo la donna che ha sempre amato. Questo, in sintesi, è quello che è successo la settimana scorsa. Quello che ci ha fatto avvicinare al quarto episodio - quello preferito da Kit Harington - con un po' di preoccupazione. Una preoccupazione che non aveva motivo di esistere, perché questa quarta puntata ci ha ricordato perché amiamo tanto Game of Thrones, perché questa serie è stata in grado di tenerci avvinti per ben nove anni: e niente di tutto questo ha a che fare con le battaglie, con gli scontri corpo a corpo. Quello che interessa è il gioco del trono. E questo quarto episodio ci ha portato esattamente qui. A ormai due episodi dalla fine, la serie targata HBO ci regala l'episodio migliore di questa stagione, un episodio che si mostra più forte proprio dopo quello accaduto la settimana scorsa.

IL GIORNO DOPO

La bellezza di questo episodio si evince sin dalle prime battute. Attirare l'attenzione con uno scontro nascosto dal mantello delle tenebre non è difficile. Alzare il livello della qualità con gli attimi successivi allo scontro, quello della proverbiale calma dopo la tempesta, è davvero degno di una serie di questa portata. La serie si apre sotto un cielo spettrale, in cui Jon Snow si lancia in un monologo con cui omaggia i caduti. Ma il momento più toccante avviene poco prima, quando vediamo l'ultimo barlume di umanità di Dany che si piega per sussurrare un addio inascoltato a Jorah Mormont e, soprattutto, quando vediamo le lacrime di Sansa per Theon, prima di donargli una spilla con il simbolo degli Stark. Proprio come gli era stato detto la settimana scorsa, ora Theon è tornato a casa e il modo in cui Sansa lo omaggia è un momento decisamente commovente. La cosa grande di questo episodio è in queste prime battute, in questa calorosa nottata, settata tutta nei filtri più caldi sebbene fuori imperversi l'inverno, dove gli uomini si rilassano e cercano di non pensare a quello che è accaduto. Tutti sono più rilassati: tutti scherzano, ridono, parlano. Tutti, tranne Daenerys. Lei è lì che osserva, che decide di rendere Gendry legittimo erede di Robert Baratheon e lord di Capo Tempesta. Una scelta fatta essenzialmente per assicurarsi la lealtà di un altro alfiere, ora che la guerra con Cersei si fa sempre più vicina all'orizzonte. Gendry è felice di questa investitura e non appena la ottiene corre a cercare Arya: la trova che si sta allenando, da sola. Perché lei, come dirà più avanti a Daenerys, non ha bisogno di tanti alleati. La sua vita, così come il percorso a Braavos, le hanno insegnato il valore della solitudine. Ma Gendry è lì, che le dice che la ama e poi si inginocchia, chiedendole di essere la Lady di Capo Tempesta, perché a lui non interessa niente che non possa condividere con lei. Arya lo bacia, sorride e poi risponde: "io non sono una lady. Non lo sono mai stata". E qui Game of Thrones si dimostra di nuovo abile nella scrittura, lasciando un personaggio agire con coerenza a quello che ci è stato mostrato. Sin dal primo episodio della prima stagione Arya si è battuta contro l'idea della giovane Lady di una grande casata. Il suo aspetto è sempre stato quello selvaggio, quello di chi preferiva un campo di battaglia ad un ballo elegante. Arya ha fatto molta strada, ha indurito la sua pelle e cambiato il suo viso: ma il suo cuore è sempre quello, sempre quello di una ragazza che non vuole etichette e che si batte per la sua casa. Per la sua famiglia.

L'OSSESSIONE DI DAENERYS

Archiviato lo scontro (non) monumentale con gli Estranei, Daenerys deve scendere a patti con la realtà che aveva messo in pausa per affrontare la lunga notte. La rivelazione sull'identità di Jon l'ha messa davanti a due problematiche: quella di essere innamorata di suo nipote e quella di vedere nello stesso uomo un potenziale nemico per il trono. Perché in qualità di figlio di Rhaegar e in qualità di uomo è lui il legittimo erede che, più di tutti, avrebbe diritto a salire sul trono di spade. Ma come abbiamo imparato, Jon Snow è un uomo che mantiene sempre la parola data. Lui si è inchinato a Dany e vuole mantenere il suo giuramento. Cerca di rassicurare la ragazza che lui non ha interesse nel trono e che non gli interessa iniziare una guerra con lei. Ma Daenerys gli fa giustamente notare che non avrebbe voluto diventare nemmeno re del Nord eppure è quello che è successo. Daenerys sa che Jon sarebbe pronto a prendere le decisioni più ostiche per amore del suo popolo, sebbene il ragazzo non dia l'impressione di prendere una vera e propria decisione da molto tempo. Quindi Daenerys sa che quello che Jon dice, sebbene vero nel momento in cui pronuncia quelle parole, non è qualcosa su cui costruire un regno e un futuro. Ed è in questo momento che vediamo la vulnerabilità di Daenerys. La madre dei draghi ha dovuto indurire la sua pelle per attraversare la vita e il mare che la separavano da Westeros:  e per farlo ha dovuto rinunciare a molte cose, tra cui anche alla possibilità di essere più "umana". Questo la sta portando sulle soglia di una follia che appare sempre più evidente ad ogni episodio che passa: lo vediamo proprio durante il banchetto per la vittoria, quando la macchina da presa induce su un primissimo piano della regina che osserva il Nord stringersi intorno al suo eroe (sebbene Jon, nella scorsa puntata, non abbia fatto nulla per meritarsi tale epiteto). Daenerys viene presa di tre quarti, come qualcuno che vorrebbe prendere parte ad una discussione, ma ne è evitabilmente esclusa. E in questo momento, con la luce che scolpisce i suoi lineamenti in un ritratto sinistro, i suoi occhi sono spalancati, resi quasi lucidi dalla paura di aver commesso tutta quella strada per poi perdere il trono a pochi passi dalla vittoria. Basta un'inquadratura, un'inquadratura sola e noi percepiamo questo seme di pazzia, questa perdita inesorabile di controllo. Ma, per un attimo, Daenerys torna umana, torna una ragazza che ha sacrificato tutto per un sogno che non è mai stato veramente il suo, ma che le è stato imposto da bambina al punto da essere cresciuto insieme a lei. E questo momento è quando supplica Jon di mentire alla sua famiglia, di non dire ad Arya e Sansa che lui è un Targaryen. Lo implora di non farlo, lo prega di tacere per la loro felicità. Ma Jon continua a cercare di rassicurarla dicendo che tra loro non cambierà niente, nemmeno se parlerà con Sansa e Arya, perché loro sono la sua famiglia.E a quel punto l'ultimo barlume di fiducia in Dany si spenge: il suo volto torna ad essere quello granitico di una regina che non vuole cedere nulla e, in quache modo, sembra che Daenerys muoia, per lasciare il posto ad una versione più oscura che ritroveremo alla fine dell'episodio, quando dopo aver perso un altro drago assiste impotente alla morte di Missandei per mano di Cersei. Il suo volto furioso  mentre si allontana dalle piane di Approdo del Re, coi lineamenti sconvolti dalla rabbia, ci suggerisce che forse non è più Cersei il nemico di cui dobbiamo preoccuparci. D'altra parte uno dei motivi per cui Dany è passata dall'essere uno dei personaggi più amati ad uno di più difficile digestione è il fatto di essersi trasformata in quello contro cui diceva di voler combattere. Nella settima stagione la diciamo dire "Quello è il metodo di Cersei, non il mio", dicendo che lei non è un assassina. Salvo poi bruciare vivi coloro che non sono d'accordo con lei, che non è così differente dal far saltare in aria il tempo come aveva fatto Cersei. E anche in questo episodio vediamo le due regine che si fronteggiano e che sembrano essere solo l'una l'altra faccia dell'altra. Cersei non si fa scrupoli ad usare la povera gente del suo popolo come scudo umano contro Daenerys: quest'ultima, allo stesso modo, sarebbe già pronta a bruciare vivi tutti gli innocenti messi sulla strada che porta al trono, nonostante Varys abbia cercato di farla ragionare. Senza successo. E ora che Missandei è morta Approdo del Re si prepara ad essere il teatro di una feroce battaglia.

LA VERGINE DI TARTH

Come già avvenuto nel secondo episodio di questa ottava stagione, parte dell'attenzione viene data a Jamie e Brienne, che per i più vengono visti come semplice fan-service. Ma il fanservice, per sua definizione, è un momento o una storyline che viene intrapresa solo per far felice il pubblico, a prescindere dalla storia raccontata finora. Jamie e Brenne sono protagonisti di alcuni dei più intensi momenti di Game of Thrones sin dalle pagine di Martin. Il loro rapporto è sempre stato il rapporto tra due persone distrutte, due persone che avevano perso le proprie certezze nella vita. Da una parte una donna che non aveva potuto salvare l'uomo che amava, dall'altro un soldato catturato che comincia a rendersi conto di aver forse scommesso sull'amore di una donna che non teneva poi così tanto a lui. Da una parte una donna che non viene riconosciuta come tale, dall'altra lo Sterminatore di Re che ha perso la mano con cui impugnava la spada e con il quale si identificava. Il loro percorso è stato lento, graduale ed è stato uno di quelli che non ha subito scossoni, come se gli autori avessero sempre avuto bene in mente quale fosse la direzione da raggiungere e non si fossero lasciati distrarre da niente e da nessuno. In questo episodio li vediamo all'inizio giocare con Tyrion: qualcuno deve bere quando qualcun altro fa un'affermazione esatta. Quando Tyrion, giocando "contro" Brienne dice "Sei vergine, non hai mai giaciuto con nessuno" Brienne si alza e se ne va. Viene per un attimo trattenuta da Tormund e per un attimo pensiamo che il neo cavaliere dei sette regni possa cedere alle lusinghe del bruto solo per "sapere cosa si prova", per citare Arya. Ma Brienne, invece, se ne va. Tormund fa per seguirla, ma viene fermato da Jamie che, nella scena successiva, si reca in camera da Brienne. La donna si rende conto che l'uomo che ha di fronte, un uomo di una bellezza a cui lei pensava di non potere aspirare, è geloso. E un attimo dopo i due si baciano e il loro sentimento è così forte da convincere Jamie a rimanere a Grande Inverno, dove Brienne è incaricata di proteggere le due sorelle Stark, che nel frattempo hanno scoperto la verità su Jon. Eppure il momento più bello di Jamie e Brienne, quello che sottolinea quanto sia stato ben scritto questo episodio, è il momento in cui si dividono. Jamie si prepara per tornare ad Approdo del Re - ci fanno capire perché è ancora vittima di quell'amore tossico, ma se diamo fede alla profezia contro Cersei è possibile che lo faccia per ucciderla - e Brienne cerca di fermarlo, dicendogli che lui non è come sua sorella, che è un brav'uomo. E poi Brienne di Tarth, così stoica e granitica, fa qualcosa che non ci aspettavamo: scoppia a piangere e chiede a Jamie di restare, per lei. Ma Jamie ha lo sguardo spento di chi ha appena incassato una sconfitta e ricorda a Brienne tutto l'orrore che ha perpetrato nel mondo e così, incurante delle lacrime di Brienne, incurante del suo stesso desiderio di credere a quello che la donna gli ha detto, monta a cavallo e se ne va. La bellezza della loro relazione è riassunta in questa piccola scena: Brienne ha fatto dubitare a Jamie di essere solo uno Sterminatore di Re, un uomo con una spada e nessun scrupolo morale. Jamie, invece, ha dato alla vergine di Tarth, sempre così statuaria anche nelle espressioni, un motivo per sorridere (quando la eleva a cavaliere) e un motivo per piangere. Jamie e Brienne si son dati l'un altro un motivo per cui sperare. Un motivo per cui vivere. Ed è per questo che, probabilmente, andranno incontro a un tragico destino.

LE REGINE DI WESTEROS

Se di Daenerys abbiamo già parlato ampiamente qualche paragrafo più su, ci sono altre due donne che hanno riempito lo schermo. La prima, naturalmente, è Sansa Stark, che inaugura l'episodio con la sua tristezza per Theon. Una Sansa che è sempre più preoccupata per il legame tra Jon e Daenerys, al punto da venir meno alla parola data a suo cugino (che nel frattempo continua a piagnucolare sul fatto di non essere uno Stark, quando la sua situazione di parentela non è poi così diversa) e raccontanto a Tyrion il segreto sulla vera identità di Jon, nella speranza che il folletto si renda conto che Daenerys non è l'unica scelta possibile e che c'è qualcuno che sarebbe decisamente migliore, qualora sedesse sul trono. La rivelazione di Sansa spinge Tyrion a dubitare, sebbene sembri ancora pronto a seguire la madre dei draghi, mentre Varys, che non ha mai nascosto di servire il regno piuttosto che i singoli regnanti, è pronto più che mai al tradimento, specie ora che Daenerys sembra pronta a uccidere chiunque si metta tra lei e Cersei. Sansa, inoltre, è protagonista di una bellissima scena con il Mastino. Ora, se avete letto i libri come chi scrive, è possibile che il rapporto tra questi due vi abbia fatto emozionare in più di un'occasione, ed è possibile che dopo la fuga (nella serie TV) di Sansa da Approdo del Re vi foste messi l'anima in pace, all'idea che non avreste più sentito il Mastino riferirsi a Sansa chiamandola Little bird. Eppure questo episodio sembra mirare davvero a riprendere le fila di un vecchio discorso, ed ecco allora Sansa e il Mastino seduti allo stesso tavolo, con il secondo che si rende conto di quanto la prima sia cambiata e non sia più un uccellino da difendere. "Saresti dovuta venire con me", le dice poi il Mastino, in uno slancio di protezione, ma Sansa, fiera, risponde che se lo avesse fatto sarebbe ancora un uccellino. Non aggiunge altro, ma noi sappiamo quello che vuole dire. Sansa Stark non è più un uccellino indifeso: adesso è un lupo che combatte per il suo branco. E Daenerys deve guardarsi le spalle. La seconda regina è, ça va sans dire, Cersei. La troviamo ad Approdo del Re, più che mai determinata a manipolare ogni cosa in suo possesso: dagli innocenti che vuole usare come scudo alla sua gravidanza, che "svende" a Euron, facendolo credere padre di un erede. E le capacità di Cersei le vediamo già qui: quando annuncia ad Euron che sta per diventare padre e allo stesso tempo mostra tutto il disgusto che prova quando lui la tocca. Ma la grandezza di Cersei la vediamo soprattutto alla fine, dopo il dialogo con Tyrion. Il folletto, dopo aver cercato di parlare diplomaticamente con il Maestro Qyburn in una strana versione che richiama la lotta tra Achille ed Ettore fuori le mura di Troia, si rivolge a sua sorella e la implora di ragionare, di cedere il trono a Daenerys per amore del bambino che porta in grembo. Tyrion, in altre parole, si affida al senso materno di Cersei, l'unico sentimento che la regina non ha mai avuto paura di mostrare. E per un attimo vediamo Cersei tentennare. Ovviamente sappiamo che non cederà mai in un modo tanto banale il potere, ma per un attimo c'è un barlume di umanità nei suoi occhi. Ed eccola la grandezza: Cersei è talmente abile nell'arte di manipolare le persone che riesce a far credere anche allo spettatore di avere un cuore su cui si può ancora agire, ma l'attimo dopo è lì sulle mura che dà l'ordine alla Montagna di decapitare Missandei. La guerra, alla fine, è pronta a divampare per tutta Westeros.

COSA CI E' PIACIUTO:

• Theon muore da brav'uomo e viene ricordato come uno Stark.
• Lyanna Mormont: ci fa male al cuore vederla su una pira funebre, ma il suo coraggio non verrà dimenticato.
• Il dialogo tra Jamie e Tyrion dopo la notte con Brienne e Tyrion che può prendersi la sua piccola vendetta nel fare battute sulle persone alte, un attimo prima che Bronn entri in gioco e chieda un prezzo per non uccidere i due Lannister come gli era stato ordinato da Cersei.
• Il colpo di scena dell'abbattimento di un altro drago.
• La scena a cavallo tra Arya e il Mastino, entrambi in direzione Approdo del Re per sconfiggere i loro nemici e i loro demoni

COSA NON CI E' PIACIUTO:

• Jon continua ad essere un po' troppo spinto dagli eventi: ma la cosa che più di tutte non potremo perdonargli è il fatto di aver mandato via Spettro senza nemmeno fargli una carezza. Specie dopo che nella guerra con gli Estranei non si era minimamente curato di lui (e questo è un buco di sceneggiatura).
• Quante altre volte ancora dovremo sentirci ripetere che Bran Stark non vuole essere il Lord di Grande Inverno? 

Valutazione di Erika Pomella: 10 su 10