Il Buco, recensione del film Netflix

'Il Buco' è il nuovo film approdato su Netflix: una pellicola spagnola fatta di incubi e crudeltà sociali, che rimandano con una precisione quasi spaventosa l'enorme gap sociale della società mondiale, dove a farla da padrone è l'egoismo e il consumismo compulsivo.

di / 30.03.2020
Il Buco, recensione del film Netflix

È arrivato il 20 Marzo su Netflix Il Buco, pellicola spagnola che segna il debutto alla regia cnematografica di Galder Gaztelu-Urrutia e che, in questi giorni, è il film più visto sulla piattaforma di streaming on demand più famosa al mondo. Una pellicola che, coi suoi 94 minuti circa di durata mira a raccontare una quasi letterale discesa all'inferno, dove la dimensione luciferina è rappresentata dall'annullamento di ogni tensione all'umanità e all'altruismo.

 Il Buco
Il Buco

A metà strada tra un horror e un racconto di pura distopia, Il Buco si concentra su uno spazio chiuso e definito, una prigione verticolare che viene definita la fossa, probabilmente a sottolineare l'idea che entrarci potrebbe significare non uscirne più. Il mondo è tutto qui, in questo pozzo di cemento e disperazione, di cui si conosce l'inizio ma di cui la fine sembra essere ammantata dai toni delle leggende, di quelle cose dette e raccontate ma di cui non si conosce la fonte. La realtà è tutta qui: al punto che lo spettatore si trova a vivere una sorta di sensazione straniante nel non avvertire mai la presenza di un mondo esterno, di un mondo che prosegue la propria vita a discapito di chi si trova nella Fossa. Un mondo che sembra non esistere, pur nei pochissimi e brevissimi frame presentati fuori dalla prigione, a farla da padrone è una sensazione di schiacciante solitudine e silenzio. A dimostrazione di questa tesi basta guardare la scena in cui si prepara del cibo in cucina: anche quando ci sono delle discussioni, l'audio non riporta mai le conversazioni, sottolineando quel distacco siderale che fa apparire queste scene come partorite dal sogno di un folle e perciò del tutto distaccate dalla realtà.

Il protagonista interpretato dall'Ivan Massangué già visto nella bellissima serie spagnola con Mario Casas El Barco, interpreta Goreng, un (aspirante?) giornalista/scrittore che entra volontariamente nella prigione per avere materiale per scriverci un libro. L'accordo prevede che l'uomo dovrà rimanere all'interno della prigione per un tempo non inferiore ai sei mesi, alla fine dei quali potrà dimostrare la sua presenza all'interno della fossa. Con sé lo scrittore porta solo un libro, il Don Chichotte, credendo che essendo obbligato alla reclusione per un tempo tanto lungo avrà finalmente l'occasione di completare un libro che aveva sempre voluto leggere ma da cui era stato tenuto lontano dagli impegni della vita quotidiana, che diventano sempre più una distrazione e insieme una scusa. Un ragionamento, questo, che ben si sposa con la situazione che l'Italia e, più in generale, tutto il mondo sta vivendo in questi giorni di pandemia dal Coronavirus, dove la sfida è trovare un modo per far passare il tempo della quarantena. E forse è proprio per questa strana e inaspettata aderenza con il periodo storico e sociale di questo momento che Il Buco ha attirato così tante visualizzazioni.

 Il Buco
Il Buco

 Il Buco
Il Buco

Una volta nella fossa il nostro protagonista dovrà imparare le regole del luogo e cercare di resistere. La cosa principale che caratterizza questa prigione verticale è la ripartizione del cibo. Essendo strutturata in verticolare, la Fossa è suddivisa per livelli. Ogni livello è caratterizzato da un numero crescente ed è abitato da due detenuti. Una piattaforma - sempre la stessa - scende di livello in livello, e i detenuti possono mangiare a loro piacimento. L'unica regola è che non possono tenere con sé del cibo. Questo fa sì che i detenuti dei piani più in alto (e quindi quelli con il numero più basso) possano mangiare con tranquillità, scegliendo quello che preferiscono e abbuffandosi a volontà. Ma nei piani più bassi (e quindi quelli con il numero più alti)  il cibo non arriva e le persone sono costrette a risvegliare la parte più oscura della propria anima per trovare un modo per sopravvivere. Questo perché ad ogni mese alle coppie di detenuti viene cambiato il livello: resistere per trenta giorni, quindi, potrebbe significare essere spostati più in alto e avere dunque l'occasione di poter mangiare. 

È questa la situazione in cui il protagonista si trova a muoversi, cercando di imparare ad ogni giorno che passa le regole ufficiali e quelle ufficiose che governano la vita in questa prigione che, cinematograficamente, deve molto a film come The Experiment e, soprattutto, The Cube, dove a farla da padrone era una struttura forte, cementosa, che subiva delle scosse quando i protagonisti si trovavano a reagire ad un dato status quo. E questo è quello che racconta anche Il Buco. Ci troviamo davanti ad una pellicola che affronta l'umano e, insieme, l'umanità messa alle strette da una struttura esterna che sembra non avere altro scopo se non quello di riportare l'essere umano al suo stato embrionale, selvaggio, quasi animale. Per il protagonista - e insieme per lo spettatore - la fossa diventa una proverbiale e quasi scontata discesa negli inferi, in quella crudeltà che è insita nel genere umano e che la società e il viver comuni hanno in qualche modo represso, ma che è sempre lì ad attendere, sempre pronta a riemergere nei momenti più bui.

 Il Buco
Il Buco

Attacco feroce al capitalismo e al consumismo, Il Buco racconta anche dell'ingiustizia sociale, di quella divisione in classe dove l'arricchimento di una parte di popolazione va a sfavore di una fetta ancora più ampia di esseri umani che si trovano a dover combattere e morire per poco e niente. In questo caso, allora, il riferimento più preciso a cui il film del regista spagnolo si ri fa è Snowpiercer, il bellissimo film distopico di Bong Joon Ho, regista premio Oscar per Parasite, da cui Il Buco eredita anche una certa estetica fatta di colori tetri e filtri molto freddi. Ma, mentre Snowpiercer - che pure tende alla stessa risoluzione che qui non indagheremo per non rischiare di fare spoiler - era incentrato più che altro sull'azione o, meglio, sulla rivoluzione, con questo film messo a disposizione da Netflix lo spettatore è invece vittima di una sorta di rassegnazione, un sentimento di sconfitta che serpeggia per tutto il film, anche nei momenti in cui sembra esserci un motivo per combattere. Anche mentre sembra che qualcuno prenda in mano le fila del proprio destino, a farla da padrone è una sorta di abbrutimento continuo, di devastazione morale, di presa di consapevolezza della crudeltà e dell'egoismo di una società che non si prende cura dei suoi cittadini, che non si preoccupa affinché tutti abbiano del cibo e che lascia che le decisioni siano in mano all'egoismo e alla volontà dei detenuti, in un circolo vizioso da cui sembra non esserci via d'uscita.

Angosciante e cupo, con delle scene che potrebbero spingere i più deboli di stomaco a coprirsi gli occhi per non essere testimoni di alcune brutture che non sono poi così inverosimili, Il Buco ha il pregio e insieme il difetto di raccontare una storia in medias res, di offrire uno spaccato d'orrore che non ha punti di riferimento e non ha spiegazioni. Lo spettatore è smarrito tanto quanto il protagonista, e l'unica cosa che si può fare è andare avanti, lasciar nutrire i propri incubi e poi rimanere, silenziosi, alla fine della pellicola in attesa di scoprire cos'altro c'é. E se davvero c'è qualcos'altro a cui aspirare.

Valutazione di Erika Pomella: 7 su 10
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