Isle of Dogs, la recensione [Berlinale 2018]

La 68esima edizione del Festival del Cinema di Berlino si apre in grande stile con l'attesissimo film di Wes Anderson Isle of Dogs che riesce a soddisfare le altissime aspettative del pubblico.

La 68esima edizione della Berlinale si è aperta, la sera del 15 Febbraio, con la proiezione del nuovo attesissimo film di Wes Anderson Isle of Dogs. È la prima volta che un film d'animazione apre un concorso ufficiale internazionale di cinema.

Isle of Dogs è il secondo film girato in stop motion per il resista americano che, dopo il successo di Fantastic Mr. Fox del 2009, torna a raccontare la vita problematica degli animali operando una trasposizione convincente tra situazioni "umane" e problematiche "animali". In questo caso la narrazione e la storia stessa del film si fa più complessa in quanto ambientata in un futuro distopico dove tutti i cani sono stati allontanati e spediti su un'isola assieme ad ogni tipo di rifiuto. Il fatto scatenante è l'ascesa al potere di un despota che trova come unica soluzione all'imperversare della malattia canina confinare il problema senza concedere agli animali alcuna possibilità di guarigione. Sarà solamente quando un bambino di 12 anni, Atari, perderà il suo unico amico che le cose cominceranno a cambiare arrivando fino a scatenare una vera e propria rivoluzione sociale e politica.

Foto, immagini, locandine L'isola dei cani

L'omaggio alla cultura giapponese è uno degli elementi più interessanti in Isle of Dogs. Le inquadrature geometriche di Anderson incontrano il rigore cinematografico orientale mentre gli anime e i manga compaiono nelle immagini filtrate dai media come fotografie e inquadrature televisive dei discorsi del presidente Giapponese. Alcune delle influenze sfruttate da Anderson nella realizzazione registica del suo film sono senza dubbio quelle dei film di Akira Kurosawa e dei dipinti di Hokusai che sono stati utilizzati già nella realizzazione degli storyboard di Jay Clarke e dell'intero dipartimento artistico per fornire un'impronta più orientale possibile a quelle che sarebbero state successivamente le inquadrature vere e proprie. I movimenti di macchina infatti sembrano richiamare la direzione dei dipinti giapponesi che percorrono una direzione orizzontale dando tanto spazio agli ambienti rispetto ai personaggi come anche si può notare anche nei film di Kurosawa e nella tradizione cinematografica ed artistica giapponese. Interessante anche l'escamotage utilizzato da Anderson per conservare la lingua originale giapponese durante tutto il film avvalendosi della traduzione simultanea che avviene, per il maggiore Kobayashi, da parte di un'interprete mentre per Atari esiste una traduzione dei gesti e delle sue intenzioni da parte di quei cani che lo aiuteranno a trovare il suo povero compagno di vita.

Foto, immagini, locandine L'isola dei cani

Isle of Dogs è senza dubbio il film più politico di Anderson sia perché mostra una società soggiogata dall'influenza di un leader despota sia perché affronta tematiche come la differenza sociale, il pregiudizio, la supremazia di una razza rispetto ad un'altra e le conseguenze che questa separazione porta con sé. Molti di questi elementi vengono affrontati nella società "canina" che si trova costretta a condividere piccoli spazi e a lottare per sopravvivere ma potrebbe essere trasposta senza alcuna difficoltà anche nella società umana. La figura del bambino immerso in un contesto adulto come da tradizione porta la luce nel mondo adulto permeato dall'ottusità mentale e politica che gli uomini subiscono soprattutto se legati ad una certa linea politica che lascia poco spazio all'intraprendenza personale. 

Il cast di Isle of Dogs rimane in grande parte quello legato a film passati di Anderson (tra cui Edward Norton, Tilda Swinton, Bill Murray) ma con qualche aggiunta molto importante come quella di Bryan Cranston che, nel ruolo di Chief, dona tutta la sua dinamicità vocale al protagonista del film. Isle of Dogs è sicuramente "il" film da superare in quest'edizione del festival di Berlino perché contiene al suo interno un poutpourri di elementi che riescono a convivere armonicamente l'uno con l'altro pur pronunciando anche una difficile denuncia in un momento storico molto delicato come quello contemporaneo.

Valutazione di Erica Nobis: 9 su 10
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