Mank

Mank, il nuovo film di David Fincher che darà un altro Oscar a Gary Oldman



È finalmente arrivato su Netflix 'Mank', il nuovo film di David Fincher, che pennella con il bianco e nero l'altra faccia di Hollywood, lasciando il peso della denuncia sulle spalle di uno straordinario Gary Oldman

di / 07.12.2020
Mank

Bene o male tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito parlare tanto di Orson Welles quanto del suo film più famoso, Quarto Potere. La fama di questo "duo" è tale da aver raggiunto tanti prodotti di intrattenimento popolari, come ad esempio I Simpson o Friends. Nella sit-com targata Warner Bros. addirittura, Quarto Potere viene etichettato come un film importante, quasi una colonna portante del cinema, una pellicola da cui non si può prescindere, quali che siano i propri gusti personali. Ma quello che forse molti non sanno, l'elemento di cui molti non sono a conoscenza, è che alla base di Quarto Potere c'era uno sceneggiatore dal nome Herman J. Mankiewicz - Mank, appunto - che accettò di scrivere una sceneggiatura lontano dai fasti di Hollywood ma comunque asservito a un tipo di industria che portava in spalle il dispotico e capriccioso enfant prodige passato poi alla storia "collettiva" come l'uomo in grado di spingere decine di persone a togliersi la vita a causa del suo La Guerra dei Mondi.

Ed è intorno a questa Hollywood ormai dimenticata che David Fincher dirige il suo ultimo film, arrivato da qualche giorno su Netflix. Un film di cui, sicuramente, torneremo a parlare nella stagione dei premi, con il regista di Seven già pronto a mettere un'opzione sulle nomination più pesanti. È in questo mondo di eccessi e cene che il regista ambienta la sua storia (vera), in questo mondo di cinema e contrattazioni, dove gli sceneggiatori venivano pagati con contanti e invisibilità - in un contrappasso del mondo di oggi, dove tutti i lavori creativi vengono pagati appunto in visibilità, con ben poco denaro a disposizione. La storia segue proprio Mank che, costretto a letto dopo un incidente e recluso per volere di Orson Welles in una sorta di ranch fuori da qualsiasi tentazione, cerca di scrivere la sceneggiatura che poi diventerà quella di Orson Welles. Una storia che ruota intorno a una figura prominente della cultura e della politica dell'epoca, che come è noto è ispirata alla figura di William Randolph Hearst, magnate dell'editoria, che proprio Mank aveva avuto modo di conoscere partecipando alle sue cene e frequentando, più o meno, lo stesso ambiente.

La storia di Mank si può rinchiudere tutta qui, in queste poche righe di presentazione. La storia di un uomo che combatte con la scrittura, mentre la sua mente danza avanti e indietro nel tempo, non tanto per mostrare l'ascesa (o l'annientamento) di uno degli sceneggiatori più talentuosi (e non-accreditati) di Hollywood, ma proprio per dipingere i lati oscuri di un mondo che si è sempre presentato con il suo miglior abito, quello d'oro. Quante volte abbiamo sentito parlare della Hollywood d'oro? Quante volte abbiamo lasciato che il fascino di questa belle epoque cinematografica ci seducesse? Ma il fatto è che, dopotutto, è vero il monito secondo cui non è tutto oro ciò che luccica. Ed è forse per questo che David Fincher ha optato per il bianco e nero: ha tolto il colore, desaturato i glitter di un mondo che è solo apparenza e ha restituito allo spettatore un volto oscuro, pieno di sfumature cupe, ribaltando l'immaginario comune. Il risultato è una pellicola che sembra una strana creatura ibrida tra Viale del Tramonto e un noir con Humphrey Bogart. Solo che al posto della star di Casablanca c'è uno straordinario Gary Oldman, che al di là dei meriti registici di Fincher, rappresenta la proverbiale ciliegina sulla torta. L'attore riempie lo schermo e il suo volto è la pagina bianca su cui il regista scrive la sceneggiatura, mentre lo stesso protagonista scrive a sua volta, in una sorta di mise-en-abyme metalinguistica che è un vero proprio spettacolo per gli occhi. Al suo fianco un plauso anche ad Amanda Seyfried, che è in scena anche quando non si trova davanti la macchina da presa: la sua personalità è così ben sfaccettata e così piena di fascino che lo spettatore sente la sua mancanza in modo così potente quando non è presente, da riuscire in qualche modo ad evocarla comunque, in un riferimento, in un nome buttato sulla pagina. Nonostante tutto il cast brilli di interpretazioni che si possono facilmente definire ispirate, sono proprio questi due attori a rappresentare il motore del film, o almeno la sua parte più nettamente emotiva ed empatica. È pressoché certo che i due saranno in pole position durante la stagione dei premi, con un Gary Oldman che sembra lanciato davvero verso una nuova vittoria.

Un piccolo monito finale: è possibile che Mank non sia un film per tutti. Non perché non abbia le qualità per piacere o perché utilizzi metodi e stilemi linguistici di difficile digestione: ma è senza dubbio che uno spettatore che ama il cinema, con le sue macchinazioni e le sue "svendite" dietro le quinte si lascerà più facilmente irretire d questo tipo di storia. Se rientrate in questa categoria preparatevi, perché Mank può essere facilmente definito il film più bello del 2020.

Valutazione di Erika Pomella: 8 su 10