Maria per Roma, Recensione

Gli stereotipi sono spesso costeggiati nella delineazione della fauna umana che popola le feste romane, all'inseguimento di un sogno che può attuarsi solo in una città come Roma.

Ecco arrivare le prime filiazioni de La Grande Bellezza

Dopo aver visto Maria per Roma di Karen Di Porto, presentato all'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, appare ancor più fuori luogo l'affermazione del direttore artistico Antonio Monda che, in occasione della conferenza stampa di presentazione della Festa, paragonò il film a Lo chiamavano Jeeg Robot. Nulla di più lontano sul versante produttivo, estetico e concettuale. Maria per Roma, infatti, è arrivato nelle sale l'8 Giugno, distribuito da Bella Film, con un clamore mediatico pressoché nullo.

Il film narra le peregrinazioni infinite durante una giornata qualsiasi di Maria David, aspirante attrice e key-holder per una agenzia che gestisce appartamenti in centro. Tra disavventure, provini, litigi con la madre, produzioni indipendenti da girare ed incontri con amici, Maria prova a barcamenarsi nella città che ha dato i natali a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. L'assenza di trama lineare e ben definita, a favore della costruzione frammentaria, è simile a quella del regista partenopeo, più interessato agli episodi e ai suoi personaggi che ad una coesione narrativa.

La quotidianità di Maria, su ammissione della stessa regista, si basa fortemente sulle sue vicende private. I tratti autobiografici arricchiscono il film e gli donano una patina più vicina alla realtà dei fatti nonostante la Di Porto, come interprete principale, sfiori più volte l'over-acting ed il tono fiabesco complessivo. A dominare è l'ironia che viene perseguita ma che difficilmente riesce a ribaltare o, quanto meno, a bilanciare il contenuto disfattista di molti incontri. 

Gli stereotipi sono spesso costeggiati nella delineazione della fauna umana che popola le feste romane, all'inseguimento di un sogno che può attuarsi solo in una città come Roma. E' un vero peccato che il cast sia gestito malamente e che la Di Porto dimostri una mediocrità di fondo nella messa in scena. Perchè il tono del film, nonostante le incertezze, è sincero e regala un finale catartico che, nella deriva dei suoi personaggi, li culla, circondandoli di una bellezza che non fatica ad essere trovata anche negli ambienti più improbabili.

Valutazione di Matteo Marescalco: 6 su 10

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