Out Stealing Horses, Recensione (Berlinale69)

Out Stealing Horses, Recensione (Berlinale69)



Out Stealing Horses è un film intimo e profondo capace di raccogliere una testimonianza e trasmetterla al pubblico non avendo alcun timore di cadere nello scontato o nel 'già visto'.

di / 11.02.2019
Out Stealing Horses, Recensione (Berlinale69)

In questi primi giorni di 69esimo Festival del Cinema di Berlino abbiamo avuto modo di vedere Out Stealing Horses, uno dei film candidati all'Orso d'Oro; dal 7 al 17 Febbraio sono 20 i film in concorso nella Selezione Ufficiale e tantissime altre sezioni parallele tra cui Forum e Panorama.

Dal regista norvegese Hans Petter Moland, Out Stealing Horses racconta di una storia personale e intima che porta il protagonista Trond Sander a tornare presso uno dei luoghi che più hanno segnato la sua vita, quello che si indica solitamente come "la svolta" del proprio percorso: un piccolo paese norvegese. Siamo nel 1999, a poche settimane dall'arrivo del nuovo millennio, e Trond, solo dopo la morte della moglie, trascorre le giornate in solitudine vagando per i paesaggi nordici incontaminati. È proprio durante questi giorni e grazie all'incontro con Lars, una vecchia conoscenza, che l'uomo comincia a riflettere sulla sua vita e, soprattutto, sull'assenza del padre.

I ricordi ritornano quindi all'estate del 1948, l'ultima che Trond ha trascorso con il padre. Affiorano  sensazioni, suoni, rumori; tutto quello cui assistiamo è la visione soggettiva di Trond e quindi i personaggi, i ricordi e i colori che il pubblico vede non sono altro che il frutto della memoria che Trond decide di lasciarci, un testamento visivo che il pubblico assorbe per queste due ore emozionanti diventando una sorta di depositario inconsapevole dei ricordi di un anziano signore che cerca la felicità allontanandosi dalla "civiltà" per tornare a stretto contatto con la natura. I ricordi di Trond affiorano lentamente durante il corso del film ed è proprio il montaggio che aiuta l'uomo ad aprirsi verso lo spettatore, Trond è pronto per aprire un varco alla scoperta della sua vita. Moland non rinuncia a far vivere e ad avvicinare lo spettatore il più possibile a quelle che sono state le sensazioni del giovane Trond; sentiamo l'acqua, gli alberi abbattuti, il fuoco che riscalda la piccola casa, la pioggia estiva dirompente e le corse infinite tra l'erba rigogliosa e gli steli più secchi. Tutto questo in un bellissimo quadro sonoro e visivo che alterna un montaggio classico e pieno di ritmo alla scelta di comunicare attraverso simboli tramite il montaggio parallelo e intellettuale che ricorda tanto i film di Ejzenstejn.

Out Stealing Horses è un film intimo e profondo capace di raccogliere una testimonianza e trasmetterla al pubblico non avendo alcun timore di cadere nello scontato o nel "già visto". Nella seconda parte la sceneggiatura si fa un po' più debole poiché spariscono dei personaggi all'inizio importanti e cominciano ad essere conferite alcune spiegazioni in relazione ai fatti precedenti e questo mette in confusione la linea narrativa. È anche vero però che quello cui si assiste è un ricordo iper-soggettivo dove tutto quello che non viene incluso nella narrazione è giustificato dal fatto che Trond, il protagonista, non l'ha vissuto in prima persona. In questo caso però alcune inquadrature o scelte narrative andrebbero riviste perché risulta complicato in alcuni momenti scindere tra la narrazione soggettiva di Trond e alcuni momenti che vengono mostrati anche se il ragazzo non li ha visti o vissuti.  

Valutazione di Erica Nobis: 8 su 10