Parasite, recensione del film di Bong Joon Ho

Il film vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes racconta la storia di due famiglie molto diverse tra loro, e del loro incontro ricco di conseguenze inaspettate.

di / 04.11.2019
Parasite, recensione del film di Bong Joon Ho

La famiglia Kim (padre, madre, un figlio e una figlia) abita in uno squallido e umido seminterrato, nessuno di loro ha un impiego stabile, cercano di arrangiarsi con lavoretti saltuari e per i due giovani, sebbene brillanti, la possibilità di studiare e affermarsi sembra sempre più lontana. Un giorno al figlio maschio, Ki-woo, viene proposto di dare ripetizioni a una studentessa: il ragazzo entra così in contatto con la ricca famiglia Park, che vive in una bellissima e lussuosa villa, con tanto di insegnanti privati, domestica e autista; Ki-woo intuisce così l'opportunità di dare una svolta non solo alla propria vita, ma a quella di tutta la sua famiglia.

Questo è l'inizio di Parasite, il film che ha conquistato la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2019, seguita da molti altri premi in giro per il mondo, oltre a essere scelto dalla Corea del sud come proprio candidato all'Oscar per il miglior film straniero. Il film è diretto da Bong Joon-ho, definito uno dei più importanti cineasti del 21esimo secolo, che dopo alcune co-produzioni internazionali in cui dirigeva anche star del cinema occidentale (Snowpiercer e Okja) qui torna in patria con un cast di attori coreani.

Parasite è un film che mescola al suo interno diversi generi cinematografici, dalla commedia nera al dramma familiare, dal thriller al grottesco, con accenni perfino all'horror, con uno stile che ha sollevato paragoni con altri importanti autori del cinema contemporaneo, come l'austriaco Michael Haneke o il greco Yorgos Lanthimos.

 I frequenti cambi di registro vogliono spiazzare e sorprendere lo spettatore, facendo emergere poco alla volta elementi inaspettati della trama che vanno a modificare il corso della storia, ma Parasite è anche un film dalla forte valenza allegorica, sia dal punto di vista narrativo che visivo: la trama infatti è tutta giocata sui contrasti, su ciò che è opposto e speculare, a partire dall'incontro/scontro tra ricchezza e povertà, per arrivare a quello tra sopra e sotto (letteralmente). Il film è messo in scena con grande cura ed eleganza formale, dalla scenografia, dove ha un ruolo fondamentale la grande casa in cui si muovono i protagonisti, fino alle musiche (e il pubblico italiano avrà una sorpresa sentendo, in una delle scene clou del film, una famosissima canzone che qui non sveliamo).

La vicenda narrata mette al centro la lotta e le diseguaglianze tra classi sociali, riflettendo sulle ripercussioni a livello economico e socio-culturale, ma vuole anche ricordare come nell'uomo sia sempre ben presente l'istinto animale, magari nascosto sotto la facciata borghese ma pronto a manifestarsi in maniera inaspettata.

Il regista realizza quindi un film di grande attualità ma che allo stesso tempo scava nell'essenza dell'umanità per rintracciare elementi immutabili, raccontando cose in parte già viste o prevedibili (e forse non è un caso che nel suo film si rintraccino alcune tematiche simili a quelle narrate nello svedese The Square e nel giapponese Un affare di famiglia, cioè i due precedenti vincitori della Palma d'Oro) ma riesce nel compito di affiancare impegno e intrattenimento, con una storia dal sapore universale che sappia coinvolgere e avvincere.

Valutazione di Matilde Capozio: 7 su 10
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