Rambo: Last Blood, la recensione

Rambo: Last Blood è un film dal ritmo veramente ottimo che, tuttavia, delude le aspettative per una resa troppo superficiale e svogliata
Rambo: Last Blood, la recensione

John Rambo non è un personaggio che abbia bisogno di presentazioni.
Da quando ha debuttato al cinema il primo film della saga, nell'ormai lontano 1982, questo veterano del Vietnam interpretato da un Sylvester Stallone in stato di grazia, non solo è riuscito a ritagliarsi un posto onorevole all'interno dell'industria cinematografica, ma è stato capace di aprirsi un varco anche nell'immaginario collettivo, nel nostro modo di parlare e di scherzare. "Rambo" è diventato quasi sinonimo di forte, ma anche di qualcosa che sembra impossibile per un comune essere umano. La battuta "eh, è arrivato Rambo" fa o ha fatto parte della nostra cultura.

Da allora sono passati circa trentasette anni e sul grande schermo della settima arte si sono avvicendati altri quattro film: Rambo 2 - La vendetta (nel 1985), Rambo III (nel 1988); poi, dopo una pausa di vent'anni, il personaggio è tornato sul grande schermo con la regia proprio del suo interprete in John Rambo. Fino ad approdare all'ultimo capitolo, che vedremo debuttare al cinema la prossima settimana per la regia di Adrian Grunberg in Rambo: Last Blood. Titolo che si deve ad un riferimento al titolo del romanzo da cui la saga prese il via, First Blood.

Un quinto capitolo che fu un evento già dall'avvio della produzione e che ebbe il suo spazio anche in una vetrina chic e internazionale come il Festival di Cannes, dove Sylvester Stallone si disse pronto a vestire ancora a lungo i panni di John Rambo, qualora questo film riuscisse a collezionare incassi degni di continuare il lavoro.

 Rambo: Last Blood
Rambo: Last Blood

In Last Blood John Rambo (Stallone) ha deciso di mettere in pausa i suoi pensieri più neri e quella rabbia che lo hanno reso tanto bravo nel suo lavoro e tanto difficile da catturare. Si è ritirato in una fattoria dell'Arizona, dove si offre come volontario nelle forze locali, doma cavalli e soprattutto si prende cura di Gabrielle (Yvette Monreal), una giovane alla soglia del college e dell'età adulta. Quando, desiderosa di trovare il suo vero padre, Gabrielle scappa in Messico e viene rapita, John Rambo non ha altra possibilità che seguire le sue tracce per salvarla dai loschi traffici di Hugo Martinez (Sergio Peris-Mencheta, già visto ne La vita in un attimo) e suo fratello Victor (Oscar Jaenada). In questo sarà aiutato da Carmen (Paz Vega).

In Rambo: Last Blood ci troviamo davanti a un John Rambo che pur mantenendo invariate le abilità nell'affrontare una "zona di guerra", sembra un po' fuori luogo. E non tanto per l'età che lo ha raggiunto e lo ha rallentato, ma proprio perché quello che è sul grande schermo non sembra affatto essere Rambo. La trama del film, in effetti, sembra più ad un revival di Io vi troverò con Liam Neeson, rispetto che ad un nuovo capitolo incentrato su un veterano di guerra raggiunto dalla  vecchiaia e dagli incubi legati ai suoi fallimenti. Questo fa sì che nello spettatore si crei un sentimento quasi straniante, come se non fosse più sicuro di quello che sta vedendo.

 Rambo: Last Blood
Rambo: Last Blood

Inoltre c'è da dire che sebbene il ritmo del film sia veramente ottimo - un'ora e quaranta che filano via che è un piacere assoluto - la sceneggiatura mostra davvero tantissime lacune. Pur sorvolando sul fatto che non venga spiegato quasi nulla e che tutto venga dato per assodato, come se lo spettatore fosse già stato messo a parte di un segreto, Rambo: Last Blood rimane su un livello così superficiale da essere quasi impalpabile. Naturalmente trattandosi di un film action la superficialità non è propriamente un difetto. Insomma, si tratta di uno di quei film dove le motivazioni servono solo per dare il la all'azione, e non meccanismi psicologici da approfondire. Non è mai stata questa, dopotutto, l'intenzione della saga o di questo film in generale. Il problema è che sembra che agli stessi autori non interessasse nulla di questa storia, come se fossero presi a eseguire un compito di routine. Sensazione che viene amplificata quando invece, verso il finale, Rambo riprende in mano il suo destino e il film alza l'asticella dalla mediocrità in cui stava un po' annaspando.

I personaggi - eccezion fatta per Rambo, ma solo perché in trent'anni, ormai, abbiamo imparato a conoscerlo - sono tutti macchiette posti lì a bella mostra, che eseguono un copione che riusciamo a intuire senza sforzo e che, anche per questo, non ci permettono di entrare nel film, lasciandoci rapire da esso e costringendolo ad essere un'occasione del tutto mancata.

Quello che Sylvester Stallone è riuscito a fare con il suo personaggio più noto - Rocky Balboa - in un film come Creed per cui è stato anche nominato ai premi oscar come miglior attore non protagonista, non riesce ad avvenire con John Rambo.

Valutazione di Erika Pomella: 5 su 10
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