Motherless Brooklyn

Motherless Brooklyn, la recensione [RomaFF14]



'Motherless Brooklyn' è il film d'apertura della Festa del Cinema di Roma: un noir vecchia scuola interpretato da un bravissimo Edward Norton.

di / 17.10.2019
Motherless Brooklyn

Si apre con Motherless Brooklyn la quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma che, come ogni anno, ha luogo all'Auditorium Parco della Musica della capitale. Per dare il via a questa nuova edizione è stato scelto il film che segna il debutto dietro la macchina da presa di Edward Norton, che per l'occasione scrive anche la sceneggiatura e si affida il ruolo di protagonista, in una pellicola con un cast davvero interessante che include Bobby Cannavale, Willem Defoe, Alec Baldwin e, in un breve cameo, Bruce Willis.

La storia è quella di Lionel, un uomo con un disturbo ossessivo-compulsivo e pieno di tic, che assiste alla morte del suo mentore e, nel tentativo di far luce su coloro che gli hanno tolto la vita, scoprirà un mondo sotterraneo fatto di imbrogli e corruzione che metterà a rischio la sua stessa vita e quella delle persone che decideranno di fidarsi di lui.

Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Lethem, Motherless Brooklyn arriva sul grande schermo con l'iconografia legata ad un determinato tipo di cinema. Esteticamente, infatti, il debutto cinematografico di Edward Norton strizza l'occhio ai noir della tradizione, quella fatta di ombre che si allungano sul selciato, luci soffuse a nascondere la realtà dei volti e vecchi uffici pieni di carte e belle speranze, dove i nostri (anti)eroi cercano di raccontare una verità non sempre perfettamente comoda.

Visivamente, dunque, Motherless Brooklyn riesce perfettamente nel regalare allo spettatore un senso costante di una New York impolverata, una città enorme e piena di potenziale che rimane in qualche modo ancorata al fango da cui è emersa, per parafrasare uno dei monologhi più belli della pellicola. Si ha davvero la sensazione, a guardare le riprese e lo spettro cromatico scelto, di perdersi in un film molto più agée di quello che é. La regia di Edward Norton è quasi sempre precisa e illuminata da alcuni guizzi artistici davvero degni di nota: come quello di trasformare le linee del ponte di Brooklyn in occhi pronti a sondare le profondità di una notte senza stelle. Solo in un paio di occasioni il regista scivola in una forma di auto-compiacimento con costruzioni visive che non hanno alcuno scopo se non quello di far divertire chi è dietro la macchina da presa, e non davanti.

In fase di sceneggiatura, invece, il film mostra qualche debolezza in più. Eccessiva la durata - siamo oltre le due ore e venti - sottomessa al viaggio che il nostro Lionel/Brooklyn è costretto a fare per far luce sull'orribile atto che ha stravolto la sua vita. In alcune scene si ha la sensazione di un accenno di ridondanza che rischia di far decadere il ritmo e spingere lo spettatore a perdere la presa sulla propria attenzione. Inoltre ci sono alcune ingenuità narrative che seppure non sono particolarmente importanti per la riuscita della storia e la qualità del prodotto, messe insieme finiscono col saltare all'occhio. Come, ad esempio, la capacità che ha il nostro protagonista di non fare rumore e di sottomettere i propri tic incontrollabili nel momento di massima tensione. A parte questo, però, Motherless Brooklyn è una pellicola che non risulta mai pesante e che riesce a intrattenere senza dover ricorrere a facili ricatti emotivi o giochi sporchi. Edward Norton si presenta dunque come un regista alla vecchia maniera, che dirige quadro dopo quadro, in un gioco di svelamento ben fatto.

Soprattutto, però, Edward Norton si presenta al suo pubblico come un grandissimo interprete. In Motherless Brooklyn, a metà strada tra un Oliver Twist del dopoguerra e un Humphrey Bogart, Edward Norton mette al servizio della sua storia tutto il suo corpo e la sua voce: la sua recitazione è fatta sì di scatti improvvisi e ossessioni, ma il tutto è reso con una così grande dovizia di particolari che non si ha mai l'impressione di vedere qualcuno che recita, ma qualcuno che è davvero affetto dalla sindrome descritta tra le pareti dello schermo.

Il risultato, dunque, è un film che non può essere definito perfetto e che forse pecca dell'inesperienza dietro la macchina da presa di un regista che sta muovendo i suoi primi passi come metteur en scene. Allo stesso tempo, però, è un buonissimo prodotto di genere, interpretato molto bene.

Valutazione di Erika Pomella: 7 su 10