Selfie, recensione del film di Agostino Ferrente

Selfie: questione di sguardi. Alessandro e Pietro fanno conoscere allo spettatore la loro realtà 'autoinquadrandosi' e il risultato è efficace, innovativo e straordinario nella sua semplicità. Ecco un bell'esempio di tecnologia al servizio del cinema.
Selfie, recensione del film di Agostino Ferrente

Il nuovo film documentario di Agostino Ferrente "Selfie" è qualcosa di unico, originale e senza precedenti nell'attuale panorama cinematografico italiano. Lo vedi e pensi "Ma com'è possibile che nessuno prima d'ora ci aveva pensato?". Perchè è proprio così, la geniale intuizione di Ferrente, che ben ci ha abituati con il suo cinema del reale a penetrare con delicatezza nelle profondità delle realtà più sofferte e variopinte come in "Le cose belle" (2013) e, ancora prima, in "L'Orchestra di Piazza Vittorio" (2006), questa volta intende portarci all'interno della complessa realtà napoletana, nello specifico in quella del Rione Traiano.

Ma non è Ferrente a portarci nel difficile ambiente del Rione Traiano. Il regista ha deciso di affidare tale compito a due adolescenti, Alessandro e Pietro, amici fraterni, tanto diversi quanto complementari, che vivono da sempre in quel Rione. Per farlo, i due ragazzi ci raccontano la loro vita e il loro mondo attraverso il display del cellulare in modalità "video-selfie". Sono loro i cameraman: si "autoinquadrano" come a voler rispecchiare se stessi e il loro contesto sociale attraverso il primo piano dei loro volti e, soprattutto, dei loro sguardi disincantati propri di chi, a sedici anni, ne ha già viste troppe. Non mostrano alla spettatore soltanto la loro quotidianietà, i due sedicenni intervistano con "mestiere" i loro coetanei, chiedono loro cosa si aspettano dal futuro, cosa amano, cosa cambierebbero del loro Rione e via dicendo. E' questa anche la stessa età e la stessa realtà di Davide Bifolco, il sedicenne che fu ucciso nel 2004 durante un inseguimento dal carabiere che lo scambiò per un latitante e che ha talmente commosso e turbato Ferrente al punto da voler approfondire e raccontare come la gioventù locale coetanea del ragazzo ucciso vive abitualmente le giornate proprio lì.

E' un'idea semplice, ma al contempo vincente questa di Ferrente, che riesce così a rendere molto bene l'atmosfera del Rione, del sentire dei ragazzi, con le loro preoccupazioni e sogni da realizzare.

Alessandro e Pietro sono stati scoperti per caso dal regista; il primo fa realmente il cameriere in un bar di Viale Traiano con costanza e serietà; il secondo, invece, sogna davvero di diventare un buon parrucchiere, e si esercita, intanto, a tagliare i capelli all'amico. I due ragazzi non hanno mai fatto corsi di recitazione, e ciò conferisce una nota di maggiore realismo all'opera. A tal proposito, il regista ammette che non è stato per nulla facile stare dietro ai due, ma il risultato premia tutta la fatica.

Grande merito, inoltre, va riconosciuto a Ferrente per aver saputo dare profondità, coesione, densità e filo logico nel montare l'enorme mole di girato con cui ha dovuto fare i conti. Girato a cui egli ha dato direttive di regia senza mai cercare di snaturare la realtà e il carattere dei due protagonisti, dotati di spontaneità e humor tipicamente napoletano. Si intrecciano, inoltre, da una parte, la vita quotidiana di Alessandro e Pietro che è filmata da loro stessi; dall'altra, le immagini delle telecamere di sorveglianza che, gelide e asettiche, riprendono anch'esse una realtà apparentemente immutabile come una sorta di Grande Fratello: interessante il confronto che ne deriva tra l'occhio umano e l'occhio meccanico.

Il consiglio, dunque, è quello di non perdere l'occasione di vedere "Selfie", nonostante sia già uscito da tempo nelle sale, esattamente il 30 maggio 2019. Questo film documentario così atipico, umano ed originale merita davvero e lascia traccia nello spettatore come specchio prezioso e intenso del reale.

Valutazione di Marica Miozzi: 9 su 10
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