Slalom, recensione del film che racconta degli abusi sessuali nello sport presentato ad Alice nella Città



Presentato ad Alice nella città, nella sezione autonoma della Festa del Cinema di Roma, 'Slalom' racconta una storia di abusi e tradimenti, mostrando il lato più sporco e vergognoso del mondo sportivo

di / 21.10.2020
Slalom, recensione del film che racconta degli abusi sessuali nello sport presentato ad Alice nella Città

Ad Alice Nella Città, sezione autonoma della Festa del Cinema di Roma, è arrivato Slalom, uno dei tanti film che sono arrivati nella capitale dopo essere stati selezionati dal Festival di Cannes, che non ha potuto avere luogo a causa della pandemia da coronavirus. Il film è diretto da Charlène Favier e racconta di un ambiente, quello sportivo agonistico, fatto di tensioni e pressioni e, a volte, anche di abusi sessuali.

Lyz (Noée Abita) è una ragazza di quindici anni che sogna di diventare una compionessa olimpica di slalom. Per questo, nonostante la madre abbia accettato un lavoro a Marsiglia, ha accettato di vivere da sola per seguire gli allenamenti e dimostrare il proprio valore sulle piste di sci. L'ambiente, però, è pieno di pressioni soprattutto a causa di Fred (Jeremie Renier), il suo allenatore, che sembra voler richiedere l'impossibile agli atleti che accetta nella propria squadra. Lyz, determinata a dimostrare di poter fare meglio di tutti ed essere una vincente, comincia ad allenarsi sempre più duramente scoprendo che i sacrifici che sta facendo portano a dei risultati. Questo, naturalmente, fa sì che la ragazzina passi molto tempo con Fred: per la prima volta Lyz ha qualcuno che crede davvero in lei e nelle sue potenzialità e le attenzioni di Fred la lusingano. Ma cosa succede quando le attenzioni professionali di un allenatore travalicano il confine e diventano qualcosa di orribile?

Con un'eleganza inattesa per un'opera prima, Slalom è un film che tenta di far luce sia sulle pressioni emotive e fisiche che gli sportivi ad alto livello sono costretti ad affrontare, ma anche sulla possibilità che uno stretto contatto tra giovani e adulti possa portare a galla comportamenti illegati e moralmente vomitevoli. Lo aveva raccontato bene anche il documentario di Netflix Atleta A, in cui le adolescenti vivevano uno stress continuo, incapaci di capire cosa stessero facendo loro, confondendo la preperazione tecnica con delle vere e proprie molestie. Senza l'intento documentaristico, Slalom segue più o meno lo stesso andamento narrativo.

Al centro del racconto c'è una ragazza in un'età particolare, che vive da sola e si sente abbandonata dai genitori che sembrano non avere mai del tempo per lei. Ed ecco che, all'improvviso, nel suo orizzonte di solitudine arriva questo allenatore, bello e determinato, che la spinge a vincere e dimostra di credere in lei senza nemmeno un dubbio a farlo vacillare. Si sviluppa così un rapporto di dipendenza emotiva che apre le porte al mostro, che lo lascia avvicinare quando Lyz non ha ancora compreso il pericolo. E alla violenza subita si aggiunge il senso di impotenza e tradimento, l'idea persistenza che a piacere non fosse lei come persona e atleta, ma semplicemente il suo aspetto fisico. Slalom è, dunque, una discesa tra il rammarico e la disperazione, tra il bisogno di tenere vicino a sé il proprio carnefice per paura di rimanere di nuovo sola e non apprezzata, e un silenzioso e costante grido d'aiuto che passa attraverso atteggiamenti insolenti e arroganti e il rifiuto di tutto ciò che non rientra nella bolla che Lyz si è costruita nel momento in cui ha deciso di voler essere una vincitrice.

Slalom , nel raccontare questa storia dolorosa e che suscita rabbia e fastidio in chi guarda, non si nasconde dietro facili e codificati manierismi. Non ha paura di edulcorare il suo racconto, di mettergli un bell'abito affinché possa essere digerito con più facilità dagli spettatori benpensanti. Charlène Favier, invece, spinge sull'acceleratore e sveste la violenza da qualsiasi possibile romanticizzazione. Mostra i fluidi corporei, il sangue, le lacrime e le bocche voraci. Mostra i lividi e l'umiliazione e lo fa senza però scadere nel voyeurismo, adagiandosi su una denuncia elegante ma decisamente efficace.

Valutazione di Erika Pomella: 8 su 10
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