Sognare è Vivere, la Recensione

L'esordio alla regia del premio Oscar Natalie Portman trasporta su grande schermo il best-seller "Una storia d'amore e di tenebra" dello scrittore israeliano Amos Oz: la vicenda malinconica di una famiglia all'epoca della guerra civile.
Sognare è Vivere, la Recensione

Una carriera cominciata quando era poco più di una bambina, spaziando tra blockbuster e film d'autore, fama internazionale, un Oscar più decine di altri premi: questo il prestigioso curriculum di Natalie Portman, che ha scelto un progetto ambizioso e impegnativo per il suo debutto alla regia, vale a dire l'adattamento del romanzo autobiografico Una storia d'amore e di tenebra, best-seller internazionale di Amos Oz, considerato il più importante autore israeliano vivente.

Il film, che in Italia esce con il titolo, un po' fuorviante, di Sognare è vivere, racconta quindi l'infanzia dello scrittore, interpretato dal piccolo Amir Tessler: Amos, figlio unico, cresce a Gerusalemme con i genitori Fania (Natalie Portman) e Arieh (Gilad Kahana, noto musicista e scrittore israeliano), entrambi ebrei originari dell'est Europa, scappati per sfuggire alle persecuzioni. Arieh è un intellettuale, bibliotecario e scrittore affascinato dall'etimologia delle parole; Fania, discendente di una famiglia un tempo agiata, è una sognatrice dall'animo poetico che ama raccontare favole e storie misteriose al figlio. La famiglia assiste in prima persona alla fine del Mandato britannico della Palestina e alla nascita dello stato d'Israele, ma la gioia si interrompe con lo scoppio della guerra civile. Fania scivola allora nella depressione, dando inizio a una serie di eventi che incideranno in modo indelebile la storia della famiglia.

Come spesso accade con le opere prime, questo era un progetto che stava molto a cuore alla Portman: nata lei stessa a Gerusalemme, da padre israeliano, ha lavorato per quasi dieci anni alla trasposizione del romanzo di Oz, di cui ha scritto anche la sceneggiatura, oltre ad esserne regista e interprete.

Ovviamente non era semplice comprimere, in un'ora e mezza di film, un libro che conta quasi seicento pagine; dunque la sceneggiatura si concentra soprattutto sul rapporto fra il bambino e sua madre, mostrando come alla nascita di una nazione corrisponda un nuovo inizio anche nella vita del giovane protagonista: quell'infanzia ricca di immaginazione, creatività, fiabe e parole che saranno poi fondamentali per il futuro scrittore, fino a trasformare, appunto, la sua stessa vita in una storia. Lo sguardo femminile della regista si nota soprattutto nel personaggio di Fania, attraverso la quale si mostra il tormento di una realtà che non sempre corrisponde alle aspettative personali e sociali: le pressioni di una vita adulta che si scontrano con le speranze giovanili, l'idealizzazione di certi desideri e la voglia di rimanere fedeli a se stessi.

Rimane più in secondo piano il contesto politico e socio-culturale, che può essere di comprensione meno immediata a chi non sia già a conoscenza degli eventi storici. Il film mantiene un ritmo perlopiù lento, eccetto la parte relativa alla vita nel kibbutz, che forse andava meglio approfondita. Molto curata la parte tecnica, dalla fotografia alle musiche ai costumi, con un'eleganza formale che a volte prende il sopravvento sulla compattezza della narrazione.

Sognare è vivere è un esordio coraggioso da parte di un'attrice, e neo-autrice, che già in passato aveva dato prova di gusti raffinati (e tra l'altro ha lottato con la produzione affinché il film fosse interamente recitato in ebraico), che mostra stile, intelligenza e passione, anche se non ancora una piena competenza e maturità artistica.

Valutazione di Matilde Capozio: 7 su 10
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