Ted Bundy - Fascino Criminale

Ted Bundy - Fascino Criminale, la recensione



La costruzione narrativa e la qualità delle interpretazioni fanno di questo film un'aggiunta interessante nel panorama dei biopic sui serial killer, riesce nel tentativo di dare nuova linfa ad una storia già raccontata diverse volte.

di / 29.04.2019
Ted Bundy - Fascino Criminale

La figura del serial killer è sempre riuscita a imporsi sul pubblico grazie alla sua natura sfuggevole, misteriosa e macabra. Enigmatico per natura, l'assassino seriale occupa nell'immaginazione collettiva una posizione ambigua: sono tantissime le storie narrate a proposito di Jack lo Squartatore e Hannibal Lecter, tanto che a volte ci si dimentica del fatto che solo uno dei due è esistito davvero. Capostipite di questa fascinazione, colui che ha portato il termine serial killer all'attenzione del pubblico è Ted Bundy, autore di più di trenta omicidi ai danni di giovani donne negli anni '70. Primato di Bundy non è tanto il numero o l'efferatezza dei suoi delitti, ma il suo carisma e la sua intelligenza, che vennero immortalati dai media (americani e stranieri) nel primo processo televisivo nazionale.

Nel corso degli anni, il caso Bundy è stato raccontato nei modi più svariati: si contano una quantità sorprendente di film, documentari e libri al riguardo. "Ted Bundy - Fascino criminale" riesce comunque a differenziarsi dalle narrazioni precedenti mettendo in scena la vicenda dalla prospettiva di Liz Kloepfer (Lily Collins), ragazza madre che fu la fidanzata di Ted (Zac Efron) a partire dal 1969 fino ai primi giorni del suo processo. Il film è strutturato dal punto di vista di Liz, e con lei viviamo il dietro le quinte di quella vicenda che crediamo di conoscere. È essenziale che la pellicola non mostri mai la violenza direttamente. Non ci sono ricostruzioni di omicidi, non ci è concesso di vedere la mente dell'assassino all'opera. Vediamo solo la successione di eventi così come l'avrebbe vista una persona vicina a quest'uomo, con le prove fotografiche raccolte dalle indagini sulla scena del delitto e durante gli interrogatori, e con lei viviamo l'angoscia del dubbio: Ted è un innocente vittima del sistema o l'esecutore di questi atti orribili? Certo, lo spettatore probabilmente è a conoscenza della verità, ma nonostante ciò riusciamo a comprendere come sia stato possibile che quest'uomo sia riuscito ad ottenere una tale fama armato esclusivamente del suo carisma. Zac Efron è quindi la grande sorpresa del film, interpretando Bundy come uno showman, un uomo che si trova perfettamente a suo agio sotto i riflettori, riuscendo a manipolare l'opinione pubblica con disinvoltura. Disinvoltura che però fa parte di un meccanismo ben congegnato da Bundy stesso, un gioco di apparenze che è rivolto tanto alla macchina mediatica quanto ai suoi rapporti personali. Ed è proprio grazie al punto privilegiato di Liz che lo spettatore può vedere la maschera incrinarsi lentamente: un castello di carte che crolla inevitabilmente sotto il peso delle bugie e delle mezze verità di Ted. Lily Collins si rivela per l'ennesima volta un'attrice di grande talento, che con la sua interpretazione rende credibile il lato più umano di tutta la vicenda, spesso ignorato.

La regia di Joe Berlinger, specializzato in documentari, si rivela adatta a svolgere il suo compito di ricerca della verità: verità che, pur trovandosi davanti agli occhi di tutti, è stata messa in crisi da un uomo carismatico e manipolatore. La telecamera non ha punti privilegiati di onniscenza, è sempre affiancata ad un personaggio: non vediamo i notiziari, vediamo persone che guardano notiziari. Soprattutto, il circo mediatico che circondò il processo è mostrato per quello che è: una farsa, una messinscena orchestrata dall'imputato per distrarre l'opinione pubblica dall'unica verità fondamentale: la sua colpevolezza.

"Ted Bundy - Fascino criminale" riesce nel tentativo di dare nuova linfa ad una storia già raccontata diverse volte. La costruzione narrativa e la qualità delle interpretazioni fanno di questo film un'aggiunta interessante nel panorama dei biopic sui serial killer, solitamente dominato dal genere documentaristico.

Valutazione di Jacopo Artuso: 8 su 10