The Father

The Father, la recensione del film con Anthony Hopkins


Anthony Hopkins premiato con l'Oscar per il ritratto di un uomo afflitto dallo scorrere del tempo, mentre lui e la sua famiglia si trovano di fronte a cambiamenti irreversibili e dolorosi.

di / 17.05.2021
The Father

All'età di 83 anni, Anthony Hopkins ha stabilito un record, diventando l'attore più anziano ad aver portato a casa un Oscar come miglior protagonista: la vittoria è arrivata grazie a The Father, che esce adesso nelle sale italiane. Anthony è anche il nome del personaggio che interpreta nel film, un uomo dalla salute ormai in declino, accudito dalla figlia Anne (Olivia Colman), la quale cerca una sistemazione adatta alle esigenze del padre, con qualcuno in grado di assisterlo e prendersi cura di lui, ma l'uomo continua a opporre una strenua resistenza. Mentre trascorre le sue giornate quasi esclusivamente all'interno del suo appartamento, Anthony comincia a notare strani eventi che non sa spiegarsi, e quindi a diffidare di chi lo circonda.

The Father è diretto da Florian Zellner, regista e scrittore francese che ha adattato per lo schermo il proprio spettacolo teatrale omonimo, con la collaborazione del rinomato drammaturgo Christopher Hampton (Le relazioni pericolose), portando a casa anche l'Oscar alla Migliore sceneggiatura non originale.

La particolarità del film sta nel fatto che la storia ci viene raccontata in maniera soggettiva, dal punto di vista del protagonista: un narratore per sua stessa natura inaffidabile, vittima degli scherzi della propria immaginazione, ma anche, a volte, lucidamente manipolatore che si diverte a inventare storie, modificando il proprio passato.

Nulla è come sembra, recita il sottotitolo italiano, perché anche il pubblico comincia a dubitare di ciò che vede, a non capire più cosa sia vero e cosa no, fino a ritrovarsi perso nello stesso labirinto della mente che attanaglia il protagonista; il film dunque non si presenta puramente come un dramma familiare o la cronaca di una malattia, ma assume i contorni di un thriller dell'anima.
Mentre i piani temporali si mescolano e si sovrappongono, è il concetto stesso di presente a diventare relativo, il tempo si dilata e si comprime, rendendo più vivide che mai le immagini di chi non c'è più, mentre al contrario sbiadisce quelle che si trovano davanti ai propri occhi.

Il film mantiene l'impianto teatrale, lavorando principalmente sui dettagli, in particolar modo l'appartamento che diventa quasi un personaggio della storia: un luogo in teoria familiare ma che inizia a diventare anch'esso fonte di smarrimento, con oggetti che scompaiono e riappaiono in luoghi diversi, gesti e rituali ricorrenti che però si modificano un poco alla volta, smontando ogni certezza; come in un film horror (non a caso uno dei riferimenti del regista è il polanskiano Rosemary's Baby) non si sa mai chi o che cosa spunterà in fondo a un corridoio o dietro a una porta che si apre.
Fulcro del film è naturalmente l'interpretazione di Anthony Hopkins, nel suo coniugare vulnerabilità e vitalità, supportato dal resto del cast, specialmente una misurata ma intensa Olivia Colman.
Certamente una volta che lo spettatore comincia a intuire il meccanismo su cui si basa il film, a lungo andare questo rischia di diventare ripetitivo o soffocante, e infatti la trama comprime i suoi eventi in poco più di novanta minuti, prima di arrivare a una chiusura che lascia volutamente alcuni interrogativi senza risposta. 

Quello che rimane è così il ritratto struggente di una situazione dolorosa e universalmente comprensibile, che tocca le giuste corde emotive, e coinvolge grazie al suo impianto narrativo essenziale ma ricco di sfumature.

Valutazione di Matilde Capozio: 7 su 10