The Song of Names, recensione del dramma con Tim Roth e Clive Owen

Una storia di amicizia che nasce durante la Seconda guerra mondiale, e che si trasforma in un mistero da svelare, accompagnato dalla musica di un violino.

di / 05.11.2020
The Song of Names, recensione del dramma con Tim Roth e Clive Owen

Quella di The Song of names - La musica della memoria è una storia che si snoda attraverso varie epoche, diverse città, e due continenti. Al centro del racconto c'è il rapporto tra Martin e Dovidl, che si conoscono bambini a Londra negli anni della Seconda guerra mondiale, quando il secondo, promettente studente di violino polacco, viene ospitato dalla famiglia del primo, in modo che possa prendere lezioni di musica e affinare il proprio talento con i migliori maestri della capitale inglese. Col passare del tempo, tra i due si cementa l'amicizia, anche se Dovidl è sempre tormentato dal pensiero di scoprire la sorte dei suoi familiari in Polonia. Una sera, subito prima di un concerto, il violinista scompare nel nulla senza più far avere sue notizie. Anni dopo, Martin (Tim Roth), ormai adulto, è ancora alla ricerca del suo amico, deciso a scoprire cosa gli sia successo.

 The Song of Names
The Song of Names

The Song of names è tratto da un omonimo romanzo di Norman Lebrecht ed è diretto dal canadese Francois Girard, nelle cui opere la musica ha avuto spesso un ruolo importante (Trentadue piccoli film su Glenn Gould, Il violino rosso) ed è così anche in questo caso, come si può già intuire dal titolo: la trama infatti affronta il tema della guerra e la tragedia dell'Olocausto, con la musica che in questo caso diventa parte dell'identità di una persona, ciò che può contribuire a modificarne il destino, e soprattutto anche strumento essenziale nella memoria collettiva di un popolo, suoni e melodie attraverso cui si esprime quello che spesso è difficile comunicare a parole.

C'è un elemento di suspense nel film, perché tutta la storia è attraversata dal mistero di cosa sia accaduto a Dovidl, e quindi lo spettatore accompagna Martin nella sua ricerca, fra tracce e indizi, fino al momento della verità, che ha il volto di un inedito Clive Owen.

 The Song of Names
The Song of Names

Il risultato finale funziona al meglio quando coniuga le vicende dei protagonisti, specialmente nelle sequenze che ne raccontano l'infanzia, con la Storia, le vite umane che diventano parte di un più ampio schema (nel film hanno un ruolo molto importante rituali e tradizioni della cultura ebraica); è meno convincente invece quando fa leva sull'aspetto psicologico e caratteriale dei personaggi, soprattutto quando nel finale vengono alla luce segreti e rivelazioni che vengono affrontati in maniera più frettolosa, anche per quanto riguarda i ruoli secondari (il personaggio della moglie di Martin, vittima di dialoghi che la rendono eccessivamente antipatica fino all'ultimo).

Un film, dunque, che pur non essendo ispirato a una storia vera, offre comunque uno sguardo su un periodo storico reale e drammatico, con la musica a fare da filtro narrativo ed emotivo. 

Valutazione di Matilde Capozio: 6 su 10
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