Tomb Raider con Alicia Vikander, la recensione



Il film Tomb Raider di Roar Uthaug lascia ben poco allo spettatore se non un proseguo di perplessità rispetto ai due film precedenti; appare confusionario sin dai primi momenti con molti passaggi poco chiari e dialoghi da Festival del cliché.

di / 15.03.2018
Tomb Raider con Alicia Vikander, la recensione

In questa stagione cinematografica stiamo assistendo ad una serie di reboot e rilanci di universi cinematografici che sembravano essere morti e sepolti da tempo. Sembra quasi uno scherzo, o una battuta, che tra di essi ci sia anche l'archeologa Lara Croft. Perchè questa volta tocca anche a Tomb Raider risorgere dalle ceneri del dimenticatoio, dopo il rilancio (o riavvio) del videogame. Ci avevano provato a portare sul grande schermo le avventure di lara Croft, facendo impugnare le due famosissime pistole ad Angleina Jolie. Il risultato fu pressoché pessimo, toccando il fondo con un improbabilissimo "Tomb Raider - La Culla Della Vita". Sono passati molti anni da quel flop gargantuesco che però non ha insegnato niente a nessuno. Hollywood ci riprova a riportare in vita qualcosa che sembrava morto e sepolto. Il risultato però è magramente misero. Non basta un'attirce premio Oscar a rendere il film lontanamente godibile. Si può certamente apprezzare il coraggio di questa scela a dir poco audace. Ma il risutlato finale è tutt'altro che apprezzabile.

La storia del film Tomb Raider di Roar Uthaug riprende a grandi linee quella di Tomb Raider videogioco del 2013 e mantiene anche la tipica suddivisione in due parti con annessi livelli per sbloccare il passaggio successivo. Il tutto corredato dal solito prologo che spiega al giocatore/spettatore a cosa si andrà incontro. Tanto tempo fa, una strega di nome Himiko fu imprigionata su di un'isola deserta ed irragiungibile per far cessare i suoi terribili poteri. Stacco. Lara Croft è una fattorina che non riesce ad accettare la morte del padre. Anzi, lei è proprio convinta che sia semplicemnte scomparso e così sembra essere. Giunge dunque sull'isola di Himiko, convinta di incontrare il suo amato padre. Troverà Vogel, un Walton Goggins tanto psicopatico quanto improbabile. Perchè uno dei primi problemi che risalta di questo film è proprio la pessima scrittura di un villain all'altezza. Ridurlo ad un semplice galoppino pronto a tutto per tornare a casa è un'espediente decisamente deboluccio, soprattutto se consideriamo che chi muove i fili è proprio una fantomatica associazione paramilitare che risponde al nome di Trinità.

Proprio questa Trinità vorrebbe impossessarsi dei poteri di Himiko. Per farci cosa, però, non è dato saperlo. E non aiuterà certamente il colpo di scena finale a schiarire le idee. Basti pensare che comunque la si metta, il risultato appare a dir poco improbabile. Senza contare il fatto che molti sono i passaggi poco chiari o ancora peggio i dialoghi da Festival del cliché, così come i continui colpi di scena (eccezion fatta per quello finale). Da un lato di natura prettamente diegetico, passiamo a quello prettamente tecnico. La regia di Roar Uthaug appare confusionaria sin dai primi momenti per poi culminare in una caotica e profondamente buia sequenza in cui Lara Croft dovrà combattere contro le onde di un mare impazzito. Difficile distinguere la Vikander, difficilissimo capire cosa le stia succedendo tra quelle onde. E il problema si ripresenta anche in peina luce, con un'improbabile scelta di riprendere troppo da vicino le fughe solitarie di Lara Croft nella foresta. Sequenze decisamente estranianti e fastidiose, il che è un male di un certo spessore considerando che stiamo parlando di un film d'azione.

Questo Tomb Raider di Roar Uthaug lascia ben poco allo spettatore se non un proseguo di perplessità rispetto ai due film precedenti il reboot oltre che la certezza che sarà molto difficile, se non impossibile, vedere un buon film tratto dalla famosa saga videoludica.

Valutazione di Lorenzo Pietroletti: 4 su 10
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