Una doppia verità, Recensione

Insolito legal thriller con Keanu Reeves e Renèe Zellweger che, nonostante qualche colpo di scena, non convince del tutto.

Una doppia verità è un thriller che ruota attorno a un processo per omicidio: l’adolescente Mike Lassiter (Gabriel Basso) è sospettato di aver ucciso il padre violento Boone (Jim Belushi), dopo essere stato sorpreso sulla scena del crimine accanto al cadavere dell’uomo. La madre del ragazzo, Loretta (Renèe Zellweger), chiede aiuto all’avvocato Richard Ramsey (Keanu Reeves), amico di famiglia, pregandolo di far scagionare il figlio. Da parte sua, Mike sceglie la via del silenzio, rifiutandosi di rispondere alle domande, mentre nell’aula di tribunale si susseguono le testimonianze, accompagnate da una serie di flashback in cui si ripercorrono le vicende familiari dei Lassiter. Tra personaggi ambigui e dichiarazioni sconvolgenti, cresce il sospetto che qualcuno stia mentendo.

Una doppia verità è sceneggiato da Nicholas Kazan (Il mistero Von Bulow), ed è un crime movie atipico, privo di quel ritmo teso e concitato scelto solitamente dai film di genere: predilige un passo rallentato, dallo stile visivamente scarno, immerso in una New Orleans dall’aria calda e opprimente.

Il progetto ha sofferto di alcune difficoltà produttive, con il protagonista originario, Daniel Craig, che ha abbandonato la produzione a pochi giorni dall’inizio delle riprese, e il film ha poi impiegato più di due anni per uscire nelle sale: forse queste traversie non hanno giovato al risultato finale, che è complessivamente quello di un’opera sottotono rispetto al potenziale.

Il ruolo di Craig è stato ereditato da Keanu Reeves, che si affida al suo abituale stile monocorde; accanto a lui, Renèe Zellweger, tornata al cinema dopo un’assenza di sei anni, che non riesce a replicare i fasti del passato. Altri personaggi sono poco sfruttati, come la giovane avvocata Janelle (Gugu Mbatha-Raw), o più stereotipati come il Boone di Belushi. Manca quindi un approfondimento reale dei caratteri, il che rende difficile la creazione di empatia.

Dietro la macchina da presa troviamo Courtney Hunt, regista di Frozen River, piccolo film che nel 2008 riscosse ampi consensi di critica; anche Una doppia verità è messo in scena con stile autoriale da film indipendente, su una trama che però ricorda più una puntata di un procedural televisivo.

L’intrigo giallo viene comunque riscattato nel finale dal colpo di scena conclusivo, che non basta però a salvare del tutto il film, penalizzato da uno svolgimento poco convinto.

Valutazione di Matilde Capozio: 5 su 10

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