Venezia 76 - La verité

La verité, recensione [Venezia 76]


La verité è il film d'apertura della 76a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: supportato da una grandissima Catherine Deneuve, il film riflette sul senso della famiglia coi toni della commedia francese

di / 28.08.2019
Venezia 76 - La verité

Dopo aver trionfato a Cannes con Un affare di famiglia, il regista Kore-Eda torna dietro la macchina da presa per girare il suo primo lungometraggio internazionale, scelto come film d'apertura alla 76a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Nel cast la star del cinema francese Catherine Deneuve, accompagnata da Juliette Binoche ed Ethan Hawke.

Proprio come nel precedente lungometraggio, il regista torna a spiare all'interno delle dinamiche familiari, studiano le diverse reazioni a rapporti tanto intimi e basilari come possono essere quelli che legano una madre e una figlia. La storia infatti è quella di Fabienne (Deneuve) una grande attrice del cinema francese che, arrivata alla soglia di quel Viale del Tramonto tanto abituale ormai nel mondo del cinema (e più in particolare di Hollywood), si vede alle prese con un nuovo ruolo che sembra lontano anni luce da quello che ha fatto nel corso della sua carriera. Il lavoro, inoltre, è reso più difficile dalla consapevolezza di dover condividere il set con un nuovo astro nascente della cinematografia transalpina, che non solo ha il merito di essere giovane e bella, ma soprattutto ricorda a Fabienne un suo fantasma del passato. Nel frattempo, nella sua villa di Parigi, arriva la figlia (Binoche), accompagnata dal marito e dalla figlia Charlotte. Il motivo ufficiale della visita è festeggiare l'uscita della biografia materna, che porta il titolo de La Verité, ma la realtà è fatta di un rapporto madre-figlia artefatto, in qualche modo reso nullo dall'ossessione di Fabienne per l'arte della recitazione.

La verité si presenta ad un primo sguardo come una commedia tipicamente francese, fatta di lunghi dialoghi e scambi di battute che non mancheranno di provocare le risate del pubblico seduto in sala. Il tono è apparentemente leggero, specie nella prima parte del film, quando i personaggi si trovano in qualche modo a doversi riabituare l'uno all'altro. Ma man mano che la storia procede si avverte una sfumatura più cupa dietro le battute e le maschere di questi personaggi creati dalle luci della ribalta e dall'ossessione per lo spettacolo, in qualsiasi sua forma. Sebbene la sceneggiatura in alcuni punti lasci un po' a desiderare, a causa di alcune lacune che obbligano lo spettatore e riempire i vuoti lasciati dalle informazioni mancante, Kore-Eda si sofferma molto sulle relazioni, sull'intrecciarsi dei ricordi e sulla consapevolezza della loro inconsistenza. Della loro inaffabilità.

Gran parte del merito per la buona riuscita del film si deve a Catherine Deneuve, attrice su cui sembra essere stato appositamente cucito il ruolo di Fabienne. Altezzosa e piena di quella snoberia che siamo tanto abituati ad incollare addosso ai francesi, Catherine Deneuve interpreta un personaggio altezzoso e fastidioso, che tuttavia non manca di irretire il proprio pubblico, forse a causa di quell'onestà priva di emozioni con cui tratta il mondo lontano dalle luci della ribalta. Chapeau.

Valutazione di Erika Pomella: 7 su 10