In Guerra (2018)

Un Autre Monde
Locandina In Guerra
In Guerra (Un Autre Monde) è un film prodotto nel 2018 in Francia, di genere Drammatico, diretto da Stéphane Brizé. Dura circa 113 minuti. Il cast include Vincent Lindon. In Italia, esce al cinema il 15 Novembre 2018 distribuito da Academy Two. In vendita in DVD dal 4 Aprile 2019. Disponibile in VoD dal 6 Settembre 2019. Al Box Office italiano ha incassato circa 35.850 euro.

TRAMA

La fabbrica Perrin, un'azienda specializzata in apparecchiature automobilistiche dove lavorano 1100 dipendenti che fa parte di un gruppo tedesco, firma un accordo nel quale viene chiesto ai dirigenti e ai lavoratori uno sforzo salariale per salvare l'azienda. Il sacrificio prevede, in cambio, la garanzia dell'occupazione per almeno i successivi 5 anni. Due anni dopo l'azienda annuncia di voler chiudere i battenti. Ma i lavoratori si organizzano, guidati dal portavoce Laurent Amédéo, per difendere il proprio lavoro. 

Info Tecniche e Distribuzione

Data di Uscita ITA: Giovedì 15 Novembre 2018
Genere: Drammatico
Nazione: Francia - 2018
Formato: Colore
Durata: 113 minuti
Distribuzione: Academy Two
Box Office: Italia: 35.850 euro
Titoli alternativi: En Guerre (At War) [USA]
In HomeVideo: in Digitale da Venerdì 6 Settembre 2019 e in DVD da Giovedì 4 Aprile 2019 [scopri DVD e Blu-ray]

Cast e personaggi

Regia: Stéphane Brizé

Cast Artistico e Ruoli:

Immagini

[Schermo Intero]
Locandina internazionale
Foto e Immagini In Guerra
Locandina internazionale
Locandina italiana

INTERVISTA A STÉPHANE BRIZÉ

Perché questo film?
Per capire cosa c'è dietro le immagini dei media che vengono regolarmente proposte a testimonianza della violenza che può scatenarsi durante la contrattazione di un accordo per un licenziamento collettivo. Anzi, dovrei dire "prima" invece di "dietro". Cosa accade prima dell'improvvisa esplosione di violenza? Quale percorso ha portato a quel punto? Una rabbia alimentata da un senso di umiliazione e disperazione, accumulato in lunghe settimane di lotta, che rivela, come scopriremo, una sproporzione colossale tra le forze in campo.

Quali sono gli assi attorno ai quali si struttura il film?
Il co-sceneggiatore del film Olivier Gorce e io siamo partiti da due premesse: immaginare il film come un'epopea, costruita però senza mascherare la realtà con la finzione. Dunque, il racconto si sviluppa attorno alla descrizione di un meccanismo economico che ignora i fattori umani e in parallelo all'osservazione della rabbia crescente dei lavoratori sottoposti alla pressione della negoziazione di un accordo per un licenziamento collettivo. Una rabbia incarnata in particolare da un delegato sindacale che mette in campo, senza alcuna retorica politica, proprio la necessità di farsi portavoce del dolore e dell'indignazione che sono tanto suoi quanto degli altri lavoratori. La sua ragione per lottare: rifiutarsi di essere privato del lavoro solo per permettere alla società di aumentare ulteriormente i propri profitti, quando questa stessa azienda si era impegnata a tutelare i posti di lavoro dei dipendenti in cambio della loro disponibilità a ridurre il proprio salario.

Definirebbe la situazione raccontata nel film eccezionale?
Assolutamente no. Se lo fosse, il mio film sarebbe una manipolazione della realtà e non lo è. Ed è una situazione talmente frequente che ne sentiamo parlare ogni giorno nei notiziari, ma forse senza comprenderne veramente la posta in gioco e i meccanismi in atto. L'esempio di Perrin Industries mostrato nel film, è lo stesso di Goodyear, Continental, Allia, Ecopla, Whirlpool, Seb, Seita e così via. In tutti questi casi, esperti analisti hanno evidenziato l'assenza di difficoltà economiche delle aziende o di una minaccia sul piano concorrenziale.

Ha realizzato un film molto politico.
Politico nel senso etimologico del termine, ovvero che osserva la vita della città. Ma io non sono il portavoce di alcun partito o sindacato, mi limito semplicemente ad analizzare un sistema oggettivamente coerente dal punto di vista degli azionisti, ma altrettanto oggettivamente incoerente dal punto di vista umano. E il film contrappone questi due punti di vista. La dimensione umana contro gli interessi economici. Come possono combaciare queste due differenti interpretazioni del mondo? Possono anche solo coesistere ai giorni nostri? Mi sono interessato a questi temi perché non sono convinto che la maggior parte delle persone colga fino in fondo cosa si nasconde dietro la chiusura delle fabbriche di cui sente parlare tutti i giorni in tv e sui giornali. Non mi riferisco alle imprese che chiudono perché sono in perdita, ma alle aziende che chiudono impianti di produzione nonostante siano in attivo.

La situazione descritta nel film è apparentemente semplice: "Dei lavoratori si oppongono alla chiusura immediata della loro fabbrica". Ma casi di questo genere sono regolati da una serie di norme e leggi. Come avete affrontato questa materia?
Olivier Gorce ed io abbiamo incontrato tantissime persone, per essere sicuri di comprendere le regole del gioco in questo tipo di situazioni: operai, responsabili delle risorse umane, dirigenti di azienda, avvocati specializzati nella difesa dei lavoratori e anche nella difesa degli interessi delle imprese. Abbiamo evitato di contrapporre sommariamente discorsi dogmatici perché il nostro proposito era di mettere a confronto punti di vista radicalmente divergenti, con solide argomentazioni a sostegno di ciascuno. Parlare con un avvocato, specializzato nella difesa dei dipendenti nei casi di chiusure di fabbriche, ci ha permesso innanzitutto di capire i vari passaggi legali previsti nell'elaborazione di un accordo di licenziamento collettivo. La nostra conoscenza è stata ampliata dagli incontri con Xavier Mathieu, ex leader sindacale alla Continental, che ci ha raccontato come si era organizzato e strutturato il conflitto che lui aveva vissuto nel 2009. Dopo questi incontri ci siamo trovati con una enorme mole di informazioni. L'obiettivo successivo è stato creare la struttura narrativa, descrivendo un uomo e un gruppo trascinati in una guerra per salvare il proprio impiego, nel pieno rispetto della legislazione vigente. Tutto questo senza però soffocare lo spettatore con tonnellate di sottigliezze giuridiche e soprattutto senza circoscrivere la situazione alla Francia di oggi. Dovevamo fare delle scelte, trovare il modo di rendere comprensibili questioni a volte molto tecniche, definire il punto di partenza del conflitto e il suo punto di arrivo e far corrispondere ogni azione di lotta dei lavoratori a un momento di speranza o di sconforto. Un principio fondamentale non è mai stato messo in discussione: i nostri lavoratori vogliono difendere il posto di lavoro. Fino a quando alcuni di loro non vogliono più o non possono più continuare la lotta e decidono di accettare la chiusura della fabbrica in cambio di un assegno offerto dalla società. Quello è il momento più drammatico perché due prospettive opposte si scontrano. Quel momento crea anch'esso una tensione drammatica potente perché contrappone due punti di vista forti che abbiamo ancora una volta voluto illustrare nel modo più obiettivo possibile.

Quello che emerge dal film è che ogni parte in causa – lavoratori, dirigenti, politici - ha validi argomenti. Non è un'opposizione semplicistica tra operai buoni da una parte e padroni e politici cinici dall'altra.
Una delle sfide più importanti del progetto era mostrare i meccanismi di un sistema senza deridere le tesi dei vari protagonisti. Esiste un sistema economico gestito da uomini e donne i cui interessi semplicemente non coincidono con quelli dei lavoratori. Ma c'è una cosa che emerge in modo chiaro da tutto quello che abbiamo visto, compreso e analizzato ed è che le forze in campo non sono equilibrate, perché se una legislazione permette a un'azienda che produce dei profitti di chiudere, il rapporto di forza è di fatto compromesso fin dall'inizio. Lo si nota in ogni singola tappa del conflitto descritta nel film. Fino alla conclusione allucinante quando apprendiamo che se da un lato un'azienda che chiude è obbligata per legge ad essere messa sul mercato, dall'altro la legge permette anche al proprietario di non vendere. In un contesto del genere, i lavoratori non hanno alcuna possibilità di vincere il braccio di ferro. Possono resistere, ostacolare i licenziamenti collettivi per un po' di tempo, danneggiare l'immagine della società con azioni spettacolari che fanno notizia oppure facendole perdere soldi bloccando la produzione e gli stock, cosa che ovviamente non piace ai gruppi industriali. Ma alla fine la fragilità economica dei lavoratori e i mezzi legislativi a loro disposizione non permettono loro di impedire la chiusura di uno stabilimento. La strategia di una direzione a quel punto è di legittimare la propria decisione brutale con argomentazioni che a noi devono sembrare il più possibile oggettive. E spesso facendo dire ai conti quello che tutela i propri interessi.

Per impersonare il leader di questa lotta per preservare il posto di lavoro per sé e per i suoi colleghi ha voluto ancora una volta Vincent Lindon.
Il nostro rapporto cresce film dopo film, anno dopo anno, ed è veramente straordinario. Non tanto per la fiducia reciproca che permette questo percorso, quanto per la mancanza assoluta di piaggeria e falsità. Dopo tre film nei quali avevo affidato a Vincent ruoli di uomini taciturni, era necessario che facessi evolvere il nostro lavoro, cambiando radicalmente la natura del progetto e del personaggio, pur perseguendo la nostra necessità di osservare il mondo. In questo film, Vincent interpreta un uomo che parla, si difende, resiste, contrattacca verbalmente. Ne avevamo entrambi bisogno perché rispecchia un lato condiviso del nostro temperamento: siamo tutti e due pervasi di rabbia. Un bisogno dettato dal tema e dall'evoluzione del nostro modo di lavorare: questo ruolo di leader e questa storia sono una risposta alla nostra duplice esigenza. L'interazione di Vincent Lindon con attori non professionisti riporta alla memoria La legge del mercato La legge del mercato ha segnato l'inizio di una nuova fase nella mia carriera, sia per la forma che per la sostanza. Ho realizzato questo film sfruttando l'esperienza accumulata con quello precedente, per rimettere di nuovo in discussione il dispositivo e portarlo ancora più lontano. Allo stesso tempo, ho voluto proseguire il processo di osservazione dei meccanismi di costrizione che caratterizzano il mondo del lavoro. Riguardo agli attori non professionisti, apportano una verità alle parole che chiedo loro di dire, cioè la verità del loro vissuto. Ed è fondamentale. E la loro esperienza personale entra in gioco con la straordinaria abilità di Vincent di incarnare un personaggio, restituendoci una rappresentazione della realtà che mi interessa e mi tocca profondamente. La selezione del cast è stato un lavoro imponente: abbiamo incontrato centinaia e centinaia di persone a Parigi e nella regione Nuova Aquitania, nel dipartimento Lot e Garonna, dove abbiamo girato il film. Sono stati incontri eccezionali, uomini e donne incredibili, ognuno di loro si è impegnato al massimo, le riprese sono state di rara intensità. C'erano momenti in cui molti avevano chiaramente la sensazione di lottare contro la chiusura della loro fabbrica.

Come si svolge il suo lavoro con Vincent Lindon e gli altri attori?
Tratto tutti allo stesso modo. C'è una sceneggiatura estremamente precisa e ciascuno riceve un testo che deve imparare. Dunque niente di rivoluzionario. In fondo una storia scaturisce da un testo e da dialoghi strutturati. La sola cosa che mi interessa è che il risultato appaia naturale e dia l'impressione di essere inventato nel momento in cui accade, malgrado sia stato invece preparato nei minimi dettagli, ovviamente, tanto più quando si tratta una materia così tecnica e precisa come questa. Non c'è spazio per l'approssimazione. Lo stesso vale per i movimenti di macchina: l'inquadratura deve risultare molto spontanea anche se tutto è perfettamente studiato.

Come avete proceduto durante le riprese?
Abbiamo girato a volte con una, a volte con due e a volte con tre macchine da presa. Dipende da cosa volevamo cogliere. Può sembrare paradossale, ma non è una scena con 250 persone a richiedere un numero elevato di cineprese. Ho avuto bisogno di usarne tre per le scene in cui una quindicina di persone discutevano intorno ad un tavolo. Dovevamo essere nel posto giusto dove "accadeva qualcosa" per catturare quello che stavano dicendo e contemporaneamente nel posto dove "sarebbe accaduto qualcosa" per non essere in ritardo su quello che sarebbe stato detto subito dopo. Siamo andati avanti così, in un fragile equilibrio tra la fedeltà alla sceneggiatura e l'illusione che tutto si stesse inventando in quel momento.

Ha scandito la storia con reportage televisivi. Perché questa scelta?
Prima di tutto perché oggigiorno i mezzi d'informazione giocano un ruolo importante nel resoconto di questo tipo di conflitto. Sarebbe stato impossibile non inserirli nel racconto. È stato interessante utilizzarli anche per trasmettere rapidamente informazioni utili alla comprensione dell'evoluzione della vicenda. Ma è stato soprattutto appassionante affiancare le immagini giornalistiche e quelle filmiche. Perché, senza voler fare il processo ai media – non è affatto questo l'intento del film – è interessante per lo spettatore osservare lo scarto che esiste tra il resoconto che si presume obiettivo di una situazione, come lo recepiamo nei notiziari e la realtà dei meccanismi in atto nei retroscena di uno scontro. Una realtà qui descritta da una messa in scena cinematografica. I reportage televisivi non hanno tempo per le sfumature, possono solo riferire i fatti attraverso qualche immagine, un commento e un paio di battute di interviste. Il risultato è che noi apprendiamo che succede qualcosa da qualche parte, ma ci è impossibile scalfire le nostre convinzioni personali, perché non c'è lo spazio per farlo. Ripensiamo alle immagini dei dirigenti di Air France con le camicie strappate dai dimostranti: la violenza di quella scena toglie ogni legittimità alla lotta dei lavoratori, perché qualunque persona normale si schiera immediatamente al fianco di colui che sembra essere a un passo dal linciaggio. La violenza delle immagini di un passo falso annienta la fondatezza della rabbia e della lotta. A quel punto è facile per certi politici cogliere la palla al balzo, puntare il dito e stigmatizzare persone che si affrettano a definire teppisti. Ma io penso che non esista un solo lavoratore che si alzi un mattino con l'intento di strappare la camicia a un responsabile delle risorse umane. Le immagini dei dirigenti di Air France nell'esplosione della rabbia dei lavoratori sono state il punto di partenza della mia riflessione: cosa può esserci a monte per arrivare a questo punto? Settimane e mesi di lotte portano ad eventi di quel tipo. E le telecamere dei notiziari non ci sono a seguire tutte quelle tappe. Alla fine, è una responsabilità del cinema e della finzione mostrarle.

Per le musiche si è rivolto ad un compositore che non aveva mai scritto una colonna sonora.
Si, si chiama Bertrand Blessing e di solito lavora per compagnie di ballo. L'ho conosciuto a uno spettacolo che abbinava musica, percussioni e acrobazie, molto prima di girare. L'energia che scaturiva dalla sua musica corrispondeva all'energia che io proiettavo nella mia storia, quando ancora non era neanche completamente scritta. Sono andato a incontrarlo dopo lo spettacolo e abbiamo iniziato subito a lavorare insieme. La sua musica è riuscita a tradurre il caos, la tenacia e l'orgoglio degli operai. Era quello che gli avevo chiesto. Riesce a trasportarci nel terreno della lotta dei lavoratori, dove si respira collera e rabbia.

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