LOLO - Giu' le mani da mia madre (2015)

Lolo

Locandina LOLO - Giu' le mani da mia madre
LOLO - Giu' le mani da mia madre (Lolo) è un film di genere Commedia di durata circa 99 minuti diretto da Julie Delpy con protagonisti Dany Boon, Julie Delpy, Vincent Lacoste, Karin Viard, Antoine Lounguine, Christophe Vandevelde, Elise Larnicol, Christophe Canard, Nicolas Wanczycki, Rudy Milstein.
Prodotto nel 2015 in Francia. [Uscita Originale il 28/10/2015 (Francia)] esce in Italia Giovedì 1 Settembre 2016 distribuito da M2 Pictures. Al Box Office LOLO - Giu' le mani da mia madre ha incassato circa 215.051 euro.

TRAMA

Durante una vacanza nel sud della Francia la sofisticata e chic Violette incontra Jean-René, un informatico un po' imbranato ma amante della vita. Contro ogni previsione i due sono subito in sintonia e alla fine dell'estate Jean-René non vede l'ora di raggiungere la sua amata a Parigi. Ma la loro diversa estrazione sociale e Lolo, il figlio diciannovenne di Violette, non renderanno le cose facili.

Data di Uscita ITA: Giovedì 1 Settembre 2016
Data di Uscita Originale: 28/10/2015 (Francia)
Genere: Commedia
Nazione: Francia - 2015
Formato: Colore
Durata: 99 minuti
Distribuzione: M2 Pictures
Box Office: Italia: 215.051 euro
In HomeVideo: in DVD da Mercoledì 14 Dicembre 2016 [scopri DVD e Blu-ray]

Prossimi passaggi in TV:
Giovedì 13 Agosto ore 17:13 su Iris
Venerdì 14 Agosto ore 01:07 su Iris

Cast e personaggi

Regia: Julie Delpy
Sceneggiatura: Julie Delpy, Eugénie Grandval
Musiche: Mathieu Lamboley
Fotografia: Thierry Arbogast
Scenografia: Emmanuelle Duplay
Montaggio: Virginie Bruant
Costumi: Pierre-Yves Gayraud

Cast Artistico e Ruoli:
foto Dany BoonDany Boon
Jean-René
foto Julie DelpyJulie Delpy
Violette
foto Nicolas WanczyckiNicolas Wanczycki
Medico Ospedale
foto Fabienne GalulaFabienne Galula
Vendeuse boutique Biarritz
foto René-Alban FleuryRené-Alban Fleury
Presentatore film Credito Rurale
foto Alexandra OppoAlexandra Oppo
Modella slovacco
foto Jessica CressyJessica Cressy
Modella slovacco
foto Héa DevilleHéa Deville
Modella Bastille
foto China MosesChina Moses
TruccatriceKabuki
foto Pierre ThorettonPierre Thoretton
Giornalista Galleria
foto Dominique CharmetDominique Charmet
Vicino treno
foto Hélène DelpyHélène Delpy
Giornalista ospedale
foto Nicolas RonchiNicolas Ronchi
Giornalista ospedale
foto Alan CornoAlan Corno
Poliziotto
foto Pierre-Yves GayraudPierre-Yves Gayraud
Ufficiale della brigata finanziaria
foto Ramzy BediaRamzy Bedia
Uomo con Aston Martin
foto Michaël DarmonMichaël Darmon
Giornalista d'ITELE

Voci italiane (doppiatori):
Alessandra Karpoff (Violette), Luca Ghignone (Jean Rene), Andrea Oldani (Lolo), Dania Cericola (Ariane), Cinzia Massironi (Elisabeth), Claudio Ridolfo (Gerard), Mattia Bressan (Lulu), Roberto Accornero (Dottore)
Produttori:
Michael Gentile (Produttore)

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Lolo di e con Julie DelpyNuove clip dal film LOLO - Giu' le mani da mia madre di e con Julie Delpy

Attraverso personaggi un po' sopra le righe, situazioni divertenti e tanti equivoci, Lolo racconta come l'amore debba superare apparenze e pregiudizi.

Immagini

[Schermo Intero]
Locandina internazionale
Foto e Immagini LOLO - Giu' le mani da mia madre
Locandina internazionale
Locandina Italiana

JULIE DELPY - Violette

Come è nato il soggetto del film?
Un giorno con Eugénie Grandval, che ha scritto il film insieme a me, scherzavamo sul rapporto che io e mio figlio di sei anni ‒ «il mio piccolo imperatore» ‒ avremo fra quindici anni. L'idea ci ha divertite, così come quella di immaginare una coppia insolita ‒ lui sempliciotto e provinciale, lei nel mondo della moda – con una relazione minacciata dalla presenza del figlio. Una storia semplice ma con personaggi, situazioni e dialoghi divertenti.

Conosciamo ormai i personaggi di Tanguy, ma LOLO è un caso molto particolare…
Senza svelare troppo del film, possiamo dire che Lolo è un grande manipolatore. Mi è sempre piaciuta l'idea di mettere in scena dei personaggi nevrotici o psicotici. Conosco un bel po' di gente di questo tipo. Nella vita non ci trovo niente di comico, ma nel cinema mi fanno ridere.

Lei interpreta Violette, la madre, una quarantenne che è arrivata ai vertici nella vita professionale ma è rimasta ferma nella vita amorosa.
Era importante mostrare le sue debolezze e le sue fragilità. All'inizio del film, il personaggio di Karin Viard, la sua migliore amica, le dice: «Sei così in gamba nel tuo lavoro e nelle relazioni sentimentali sei una sprovveduta!». Ho spesso modo di riscontrare attorno a me questa realtà: il fatto che si sia affermati nel lavoro e che si possieda un bell'appartamento non garantisce di potersela cavare altrettanto bene nei sentimenti. Violette ha una grossa mancanza: ha dedicato tutto il suo tempo al lavoro e a crescere suo figlio. È evidente che lui non ha smesso di metterle i bastoni fra le ruote, ma lei stessa non ha fatto niente per far evolvere la situazione. Continua a fargli da balia, ogni mattina gli prepara la colazione con le uova alla coque ‒ e, per citare Freud, queste uova che gli serve in un portauovo a due evocano l'immagine di due seni.

Finora nei suoi film c'è sempre stato molto spazio per la famiglia. In LOLO, invece, Violette è una donna sola con un figlio.
Diversamente dai miei film precedenti, qui i genitori di Violette non esistono. Volevo che fosse un po' sradicata, che non fosse ancorata a una famiglia, ha solo suo figlio e la sua amica. Questo dipende senza dubbio dal fatto che, diventando madre, sono passata dall'altro lato.

Parlando di relazioni figli-genitori, il personaggio di Karin Viard è l'opposto del suo e non sopporta sua figlia.
La odia. Detesta il rapporto di tirannia che c'è fra di loro, ma questo comunque non impedisce al loro rapporto di esistere. Ci tenevo molto al fatto che Karin fosse una presenza forte nonostante non sia un personaggio che ricorra in tutto il film. In linea generale, voglio far esistere tutti i personaggi dei miei film. Questa era una caratteristica del cinema francese che poco a poco si è persa e io voglio riportarla in vita.

Nel film, quando lei e Karin Viard parlate di sesso usate un linguaggio incredibilmente forte, crudo e fresco, che è raro trovare nei film francesi.
È un linguaggio che proviene dall'educazione dei miei genitori (Albert Delpy e Marie Pillet). Sono stata cresciuta con «Charlie Hebdo» e «Hara Kiri». A sei anni leggevo «Il porcone», il fumetto di Reiser. Erano letture spinte, un po' trash, ma intelligenti, molto divertenti e mai completamente volgari. Anche a me piace oltrepassare i limiti senza scadere nella volgarità. È il mio modo di scrivere. Viviamo in un'epoca in cui siamo sempre più imbrigliati dai codici del linguaggio e dal politicamente corretto ma questo non ci rende migliori, al contrario: la paura regna sovrana e sta tornando il fascismo.

A partire da una discussione con Jean-René durante un'improbabile festa nei Paesi Baschi, contro ogni aspettativa Violette se ne innamora. C'è uno spiccato risvolto generazionale nella storia d'amore che nasce fra questi due personaggi che hanno superato la quarantina.
Mi interessava mostrare come l'amore non si trova necessariamente dove uno se l'aspetta: molti sono alla ricerca di qualcuno che gli assomigli. Volevo dimostrare che le persone che si innamorano a questa età hanno acquisito una certa saggezza. Superati i quarant'anni, se si sta bene con se stessi e si ha la fortuna di incontrare una bella persona, non si ha più voglia di scappatelle. Si dà meno peso alla passione travolgente e viene prima la realtà, è più sano.

Violette è direttrice artistica di sfilate di moda, Jean-René è un semplice informatico di provincia. Come in 2 giorni a Parigi, il suo sguardo su questo ambiente è molto lucido. Si direbbe che il fatto di vivere a Los Angeles da così tanto tempo la rende più sensibile a cose che noi non vediamo più.
Il fatto di vivere lontana dalla Francia e di tornarci con una certa regolarità mi permette indubbiamente di notare cose diverse perché le guardo a una certa distanza. Questo è un ambiente come un altro, non volevo farne una caricatura, ma trovavo divertente l'universo della moda. Lo conoscevo un po' attraverso degli amici, in particolare Alexandre de Betak e Vanessa Seward, che mi hanno aiutata molto nella scrittura. È stato esilarante rendere quell'aspetto insolito, come ad esempio l'asta chic organizzata nella metro.

Non viene risparmiato nemmeno il lato provinciale di Jean-René …
Adoro la scena in cui lui va dal medico e questo gli spiega che il suo prurito dipende dal fatto che proviene dalla campagna. In effetti, agli occhi di un parigino Biarritz è campagna. Gli abitanti della capitale hanno a volte idee allucinanti su quelli che vivono in provincia! Del resto, tutti esagerano nel film: Violette, Lolo ovviamente, e tutta la loro cerchia. Jean-René è talmente gentile e benevolo che non vede la malignità da nessuna parte. Ora, il fatto che sia circondato da persone grette gli dà una dimensione comica ma, alla fine dei conti, facciamo il tifo per lui.

E alla fine lei riesce a non farlo mai passare per imbecille.
Jean-René è naïf ma non è stupido. Ama Violette e vuole conquistare l'affetto di suo figlio. Nell'ingenuità ci sono una purezza e una bontà che non hanno niente a che vedere con la stupidità. Sicuramente è un po' credulone e prende per oro colato tutto quello che gli dicono.
Con questo carattere non è facile affrontare un tipo machiavellico come Lolo. Io stessa sono molto ingenua e ho vissuto situazioni simili quando sono entrata nel mondo del cinema. Ho incontrato ovviamente persone eccezionali ma mi sono trovata di fronte anche gente terribile, come attrici che dicevano di volermi bene e poi alle spalle mi rubavano la parte.

Lolo è crudele sia con Jean-René che con sua madre.
Lolo vuole letteralmente divorare sua madre, e poiché fa una proiezione di se stesso sugli uomini che si interessano a lei, le dice che Jean-René è uno psicopatico che vuole divorarla: Jean-René diventa quindi il lupo cattivo che vuole mangiare la sua mamma. Dietro quell'aria da artistoide pieno di sé, Lolo è ancora molto infantile e non si è ancora sganciato dal cordone ombelicale. È un perverso, è nato così, e in più Violette lo ha cresciuto male. Se ne rende conto alla fine.

Come spesso accade nei suoi film, la coppia formata da lei e Dany Boon si costruisce e prende forza man mano che si accumulano i malintesi.
Sì, è sempre l'idea che quello che non ci distrugge ci rende più forti, per me è quasi una fissazione. Sono molti quelli che mi hanno buttata giù, ma io mi sono tirata su ogni volta, più forte. In sostanza, è l'essenza della vita: le cellule vengono distrutte e di continuo si riproducono… finché il cancro non ha la meglio.

Nel caso di Violette e Jean-René, è come se ognuno si mettesse ogni volta più a nudo.
C'è fra loro un'onestà e una generosità che li ritempra e gli permette di sopravvivere alle situazioni infernali subite a causa di Lolo. Lolo è davvero tremendo! Ne ho incontrata talmente tanta di gente così che è stato davvero eccitante scrivere questo personaggio.

Ha pensato subito a Vincent Lacoste per la parte?
L'ho scritta per lui. Avevamo lavorato cinque anni fa su Le Skylab. All'epoca Vincent aveva solo diciassette anni e io sono rimasta inchiodata dal suo talento, dalla sua professionalità e da quella sua aria così rilassata. Mi ricordo in particolare una scena in cui doveva raccontare nella tenda una storia di paura ai bambini: ha fatto dieci riprese di fila senza sbagliare mai una battuta e senza perderne una. Adoro lavorare con persone così professionali e rispettose del lavoro degli altri.

Parliamo di Dany Boon.
Fin dall'inizio ho immaginato il ruolo di Jean-René pensando a lui. Nonostante il suo successo, Dany mantiene un suo aspetto infantile, conserva ancora un lato autentico e ingenuo che mi piace molto. Ha accettato tre giorni dopo aver letto la sceneggiatura. Nei miei film capita spesso: ho in mente qualcuno, prima sembra inaccessibile e poi invece è proprio lui che finisce per interpretare il ruolo.

Anche Karin Viard era un'interprete di Le Skylab….
Ci conosciamo da molto tempo, ha lavorato con mia madre, Marie Pillet. L'ho chiamata dicendole: «Sto scrivendo una parte per te ma non è quella da protagonista». Era un po' delusa ma poi ha trovato i dialoghi talmente divertenti che alla fine le è passato tutto.

In LOLO, Karl Lagerfeld fa una comparsa nel ruolo di se stesso e Frédéric Beigbeder dà corsi di cucina basca in tv. Lei è un fenomeno nel convincere personaggi famosi ad apparire nei suoi film…
Frédéric Beigbeder ‒ che non sa tagliare un peperone e figuriamoci cucinare! ‒ era felicissimo di questa particina. Poi degli amici che lavorano da Chanel mi hanno aiutata a convincere Karl Lagerfeld. Era importante che apparisse nel film: è lo stilista per antonomasia, è un'icona.

Violette e la sua amica sono due donne che si sono fatte da sole, proprio come lei…
In questo mestiere mi sono resa conto ben presto che non potevo far affidamento solo sul mio lavoro. Sono una persona integra, incapace di farmi autopromozione – tipo inviare biglietti o casse di champagne, andare a serate mondane o frequentare persone che non mi piacciono. Ho dato ascolto a Godard che all'uscita di Detective mi aveva scritto una lettera dicendomi: «Segui il tuo percorso. Tu sei il fiume, loro sono le due sponde che proveranno a incanalarti e a renderti banale». Ho scelto di difendere la mia visione delle cose, un modo d'essere che non assomigli a quello di nessun altro. Non potevo fare diversamente.

Come ha deciso di recitare nei suoi film?
Se non l'avessi fatto non sarei riuscita a trovare i finanziamenti. Il fatto che io sia una degli interpreti dà un tono, una certa energia. Me ne sono resa conto durante le riprese di 2 giorni a Parigi e di 2 giorni a New York, faccio un po' da traino. Ma adoro allo stesso modo lavorare solo come regista: è un piacere intenso.

A cosa si ispira il suo stile di regia? Quanto è influenzata dal metodo di lavoro americano?
Gli americani tendono a seguire delle prassi molto rigide, io cerco di trovare un equilibrio. Sono piuttosto quadrata, non mi va di partire alla cieca e preparo nel dettaglio tutti i miei piani di lavorazione. Ma quando mi ritrovo sul set e capisco – o qualcuno mi fa capire – che può esserci una soluzione migliore non esito a stravolgere tutto. Il cinema è un lavoro di squadra, dall'inizio alla fine.
Amo le persone che sanno lavorare sodo senza stressarsi, che riescono nello stesso tempo a essere seri e ironici. Io cerco di fare lo stesso: fare bene il mio lavoro lasciando la porta aperta alle idee che nascono. Non ho un metodo: ogni giornata, ogni scena, ogni attore è diverso e io mi adatto.

È la prima volta che lavora con il direttore della fotografia Thierry Arbogast.
È stato il produttore Michael Gentile a propormi di incontrarlo: era convinto che il suo universo così colorato potesse dare un nuovo tocco visivo che rompesse un po' con lo stile camera a mano dei miei film precedenti. In LOLO ci sono ancora diverse scene girate così ma il lavoro di Thierry Arbogast sulla luce dà quella nuova tonalità che volevo.
Adoro Lubomir Bakchev, con cui ho lavorato fin dal mio esordio, ma a volte posso essere infedele, e lo faccio anche con i produttori e quelli con cui scrivo la sceneggiatura e, in questo caso, LOLO segna la mia prima collaborazione con Eugénie Grandval. Credo sia importante rimettersi sempre in discussione.

Questa è anche la prima volta che ricorre a un compositore. Finora è stata lei stessa a comporre le musiche dei suoi film.
Il motivo è che non ero ancora riuscita a trovare un compositore con cui mi piacesse lavorare… e che volesse lavorare con me! Mathieu Lamboley ha fatto un lavoro magnifico. È un compositore molto giovane, ascolta molto e ha capito subito cosa volevo. 

Lei è spesso paragonata a Woody Allen…
Adoro Woody Allen! Abbiamo molte nevrosi in comune – l'ossessione della morte e del sesso, così come una sorta di bulimia creativa. Purtroppo però io sono una donna e i miei progetti spesso si bloccano a causa dei finanziamenti: negli Stati Uniti, ancora oggi, le donne sono penalizzate. Possiamo girare film romantici ma non di guerra, eppure io l'ho scritto il mio Dittatore dello stato libero di Bananas! C'è a malapena Kathryn Bigelow che può permettersi un film sulla guerra in Iraq, ma ha dovuto lottare quarant'anni per arrivarci. In questo senso la Francia è più evoluta.

Come Woody Allen, lei ha un'inclinazione per le commedie.
È il genere che preferisco, ma mi piace anche misurarmi col genere drammatico, come La contessa, nonostante in questo film ci trovi una certa comicità. Anche il mio prossimo film sarà un film drammatico e molto intimista, e a seguire comincerò a lavorare a un grosso progetto sull'epopea del cinema americano. Nel frattempo sviluppo una serie sulle quarantenni, una commedia.

DANY BOON – Jean René

Lei fa pochi film, a malapena uno all'anno.
È un ritmo che mi sta bene. Lavoro sui miei film, all'inizio dell'anno prossimo girerò Raid Dingue, a breve lavorerò nel film di Yvan Attal con Charlotte Gainsbourg e sto producendo Ma famille t'adore déjà, il primo lungometraggio di Jérôme Commandeur. E poi dipende dai periodi, dai progetti che mi propongono.

Cosa l'ha attirata in LOLO ?
In un progetto quello che mi attrae prima di tutto è il soggetto e l'emozione che provo leggendo la sceneggiatura. Mi piaceva la storia d'amore tra questi due personaggi che hanno superato i quarant'anni; una storia molto romantica, senza alcun cinismo, molto in linea con l'universo di Julie Delpy – con una scrittura diretta, a tratti perfino un po' trash. Mi piaceva l'idea di trovarmi in una commedia al femminile, è piuttosto raro, se ne girano poche. 

Il personaggio di Jean-René è un po' una sorta di Candido nel paese dei cinici… un ruolo cui è particolarmente affezionato.
Nei film che dirigo o in quelli che interpreto sento il bisogno di parlare del genere umano con tenerezza ‒ si può essere cattivi ma senza cinismo. Jean-René mi piace, mi assomiglia. È un personaggio che ne passa di tutti i colori ma ha un bell'arco di trasformazione e si evolve.

Fin dalla fase di scrittura di LOLO, July Delpy pensava a lei per il personaggio di Jean-René, pur essendo certa che avrebbe rifiutato la parte...
Il suo produttore, Michael Gentile, pensava fossi un po' inaccessibile o forse troppo caro. Niente affatto, mi sono adattato al budget.

Conosceva già Julie Delpy?
Ci eravamo incontrati diverse volte a Los Angeles ‒ in occasione degli Oscar, di cene o serate organizzate dal consolato di Francia, e al Colcoa, il festival del film francese. Naturalmente conoscevo i suoi film. Chiacchieravamo e ci apprezzavamo reciprocamente, scherzavamo, ma senza mai dirci che ci sarebbe piaciuto lavorare assieme. Dei suoi film mi era piaciuto in particolare La contessa, un film geniale girato con pochi mezzi. Con la sceneggiatura di LOLO, era ovvio che ci saremmo incontrati. Fin dalla nostra prima scena ‒ tutt'altro che scontata come primo giorno di riprese, perché eravamo a letto ‒ ci è davvero piaciuto molto lavorare insieme e scoprire la nostra complicità. I nostri universi si rispecchiavano.

Parliamo di questo universo di Julie Delpy…
Julie è completamente matta, ma la sua è una follia buona, molto positiva, e in più lei ci sa ridere su! È sempre avanti, sempre in movimento e riflette molto; è inoltre una persona molto premurosa. Ha una grande generosità e sa essere delicata pur rimanendo schietta. Dice quello che pensa ed è esigente. Quando è frustrata o insoddisfatta può innervosirsi e diventare irruente. Ha del carattere pur rimanendo molto femminile, è una donna affascinante.

Avete dei percorsi molto simili: tutti e due amate le commedie, siete autori, registi e attori, ed entrambi vi siete fatti da soli…
…È anche musicista come me… Sì, in effetti abbiamo molte cose in comune, ma io vengo dalla provincia e Julie da Parigi; i suoi genitori sono artisti, i miei sono proletari. E del resto credo che questo si accordi perfettamente con i personaggi di Violette e Jean-René. La cosa bella in LOLO è che il sentimento dell'amore prende il sopravvento sulle apparenze: questa donna che lavora nella moda, sempre preoccupata di cosa possano dire gli altri, sceglie l'evidenza e la verità del sentimento che prova per Jean-René. E questo lo esterna con molta naturalezza. Adoro quando dice a Lolo : «Ma io sto bene con lui, mi ci vedo bene a trascorrere insieme la vecchiaia».

Jean-René è ingenuo ma non stupido. Non si mette mai in dubbio la sua intelligenza.
Sì, la sua è una bella forma di ingenuità. Ha sempre vissuto una vita semplice a Biarritz. Poi a un certo punto sviluppa un software che riscuote grande successo e si ritrova a Parigi con questa donna di cui si è follemente innamorato. E lui, che fino a quel momento non aveva letto altro che linguaggi di programmazione, accetta di scoprire i film di Chris Marker e aprirsi al mondo culturale e intellettuale dei bobo parigini. Questo senza perdere il suo lato sentimentale: le regala delle violette, e il suo essere provinciale emerge in modo toccante.

Il film punta il riflettore sulle coppie che si ricompongono dopo i 40 anni… Nonostante tutti gli ostacoli che Lolo dissemina sul loro percorso, Violette e Jean-René non smettono di consolidare la loro relazione.
Stanno bene insieme, fanno bene l'amore e hanno voglia di essere felici. È uno dei temi che mi ha attirato nella sceneggiatura. Quando si ricostruisce la propria vita sentimentale a questa età, si ha voglia di approfittare delle piccole gioie che la vita regala. E questo mi commuove.

Violette è molto diretta con Jean-René e arriva a usare un linguaggio abbastanza crudo.
Violette e Ariane, la sua migliore amica, interpretata da Karin Viard, a volte sono piuttosto volgari e questa cosa mi piace molto, sono molto divertenti. Gli uomini pensano spesso che le donne siano pudiche: è esattamente il contrario, quando parlano tra loro di sesso possono essere molto spinte. Mi piace anche questo tema del bambino-re che Julie sviluppa attraverso il personaggio di Lolo; il film è anzitutto la storia di Violette e dei problemi che deve affrontare con suo figlio.

Quello del bambino-re è un tema che la coinvolge?
Sì. Oggi, da Françoise Dolto in poi, tutto è concesso. Non solo il bambino è diventato una persona, ma l'abbiamo fatto crescere senza restrizioni. Punire i bambini significa traumatizzarli a vita. Siamo circondati da questi bambini-re che non dicono né «Buongiorno» né «Per piacere» né «Grazie», e questo per me è orribile. Quando poi diventano adolescenti o giovani adulti si sentono persi. Sono stato educato da genitori piuttosto autoritari e io stesso lo sono con i miei figli. Il bambino può svilupparsi ed essere creativo pur essendo beneducato, ha bisogno di avere dei paletti. Violette non ne ha messo nessuno a Lolo. È una donna che, pur mantenendo una certa distanza e lucidità sul suo lavoro e sul suo modo di stare nella coppia, è completamente accecata dall'amore narcisistico che prova per suo figlio. Non vede niente perché è troppo coinvolta. E Lolo è totalmente egocentrico, è una specie di psicopatico. È quanto di peggio possa diventare il bambino-re: pensa solo a se stesso e non è in grado di provare alcun sentimento per l'altro.

In certi momenti del film, si ha la sensazione di trovarsi in un thriller.
Sì, è la forza della scrittura di Julie, così sottile e femminile: i tratti dei suoi personaggi sono estremamente definiti. Ogni informazione che distilla, a prescindere dal peso, ha la sua importanza. La follia di Lolo e la sua grande angoscia è credibile a ogni passo, e inoltre Vincent Lacoste incarna il personaggio a meraviglia.

Nonostante tutto, il suo personaggio Jean-René fa di tutto per farsi voler bene da Lolo.
Per quanto Lolo sia un po' particolare ‒ è perennemente in conflitto ‒ e faccia di tutto per riavere sua madre solo per sé, è così accattivante con i suoi slip!

Si dice che lei sia particolarmente puntiglioso sulla scrittura. Le è venuta voglia di proporre delle modifiche alla sceneggiatura?
No, il personaggio di Jean-René c'era già, mi bastava abitarlo.
A livello fisico, subisce una grande trasformazione. I suoi abiti mi ricordano un po' i miei esordi ‒ i costumi di scena che indossavo nei miei primi spettacoli erano tremendi, all'epoca mi vestivo davvero male!

In LOLO, lei riesce nello stesso tempo a trasmettere emozioni e a far ridere. Come siete riusciti a creare questo dosaggio così delicato?
È facile interpretare scene che suscitano emozioni quando i personaggi sono ben scritti e si lavora con serenità. Nelle scene comiche, in compenso, siamo sempre sul filo del rasoio: le battute devono far scattare subito la risata , ma Julie ha la battuta pronta e ha i tempi comici.

Qual è il suo lavoro sui personaggi che interpreta?
Imparo le battute fino a non poterne più. Anche quando le conosco a memoria, continuo a ripetermele, faccio delle abbuffate. Perché so che con la mimica, l'emozione, il ritmo, si perde un po' di quella memoria automatica che si è acquisita. In LOLO, avevo delle scene difficili ‒ in particolare quella della cena con Violette e Lolo, mentre il mio personaggio continua a parlare del software che ha sviluppato. Ora l'informatica per me è arabo e senza una conoscenza perfetta delle mie battute sarebbe stato impossibile renderle vivaci e divertirmi. È questo che chiedo agli attori dei miei film.

Questa è la prima volta che viene diretto da qualcuno che, come lei, recita, scrive e fa la regia.
E mi è piaciuto molto offrirmi al suo sguardo. Julie sa esattamente cosa vuole, è attenta e scrupolosa, ma sa anche ascoltare i suoi attori – sul set regna grande libertà. Su LOLO ci sono stati dei momenti d'improvvisazione che lei ha accolto con gioia. Ci è piaciuto così tanto interpretare questi due innamorati persi l'uno dell'altra che abbiamo cominciato a improvvisare con molta naturalezza; penso ad esempio alla scena in cui appendiamo i quadri di Lolo alla parete e ci diciamo paroline dolci come due adolescenti scemi.

Ha tenuto d'occhio il montaggio?
No, assolutamente. A riprese finite, Julie ha voluto mostrarmi un montaggio in corso e sono stato piacevolmente sorpreso nel notare che aveva preso in considerazione i miei suggerimenti. L'ho trovato bello da parte sua. Il suo ego è importante, ma mai fuori luogo.

È capitato di trovarvi in disaccordo su una scena?
Raramente, ma è successo. A volte è importante andare incontro alle richieste del regista. È qualcosa di positivo che arricchisce e fa parte del processo artistico. Bisogna andare oltre l'autocompiacimento e diffidare di quelli che ci fanno troppi complimenti.

VINCENT LACOSTE – Lolo

Quando hai saputo che Julie Delpy pensava a te per interpretare uno dei personaggi principali del film?
Me l'ha detto subito dopo l'uscita di Skylab e io ero pronto senza sapere nemmeno di cosa si trattasse. Adoro i suoi film, il suo universo e il modo in cui guarda le cose, così originale e spassoso. Due anni più tardi, quando ho letto la sceneggiatura, sono stato ancora più entusiasta di fare LOLO.

A 22 anni, hai già girato un secondo film con i registi che hanno segnato i tuoi esordi. Non succede spesso…
Ed è proprio quello che cerco: lavorare con persone con cui sto bene, con una visione in cui riconoscermi in pieno, come Julie, Riad Sattouf…

In Hippocrate di Thomas Lilti, interpreti Benjamin, il tuo primo ruolo da giovane adulto. Non ti ha spaventato l'idea di fare un salto indietro interpretando il personaggio di Lolo ?
Lolo è un personaggio talmente atipico che non mi sono posto il problema. Lo vedo un tipo alla Tanguy, un Tanguy un po' inquietante. Ha comunque una relazione molto particolare con sua madre, simbiotica. È dispettoso ma divertente. 

Qual è stato il lavoro sul personaggio?
Trovavo buffo il fatto che Lolo, oltre a essere malsano, fosse davvero insopportabile; volevo che fosse un posatore. Ogni volta che si rivolge a qualcuno si mette sistematicamente in una posizione antipatica. Lo volevo pretenzioso perfino nella mimica per trasmettere quel suo modo di passare il tempo a guardarsi. E, ovviamente, volevo renderlo divertente. Il personaggio era stato scritto così, e io volevo spingermi ancora oltre.

Pensavi i suoi gesti?
È stato soprattutto indossando il costume di Lolo che sono nati i suoi atteggiamenti: Julie presta molta attenzione ai costumi, adora i film degli anni Sessanta, tipo quelli di Blake Edwards. Fin dalla sceneggiatura, voleva mettermi in boxer. C'è qualcosa di molto fisico nei suoi film. Ho tentato di farmi ispirare e ho pensato molto a Peter Sellers. Del resto trovo che LOLO abbia qualcosa in comune col cinema di Blake Edwards.

All'epoca del Primo bacio non avevi ancora fatto una scuola di recitazione. Hai fatto dei corsi dopo?
No, non ho nessuna tecnica, la mia scuola è il set. Osservo, imparo, discuto e guardo molti film, come facevo già da bambino; a dodici anni avevo visto tutto Truffaut, a quindici tutto Bergman. Mio padre è un cinefilo e mi ha letteralmente nutrito di cinema. Dal momento che non ho mai fatto una scuola, lavoro tanto sui miei copioni e li assimilo con molto anticipo. Fondamentalmente prima delle riprese lavoro soprattutto per allentare la tensione.

Sei un attore ansioso?
Ansioso e nevrotico… anche nella vita. Non è mai naturale recitare delle scene come se nulla fosse. Ma quando ho di fronte Julie, tutte le preoccupazioni spariscono. Penso di aver ancora un bel po' di strada prima di arrivare al suo livello di ansia. Julie può essere esilarante perché finisce sempre per ridicolizzare lo stress.

Julie Delpy ti ha chiesto di guardare dei film prima delle riprese?
Mi ha consigliato di vedere Angoscia di George Cukor. È un film drammatico, ma il personaggio interpretato da Charles Boyer ha molti punti in comune con il mio: un uomo perverso che svilisce continuamente sua moglie.

Ti ha dato altre indicazioni?
A dire il vero, non dice granché sul personaggio prima di arrivare sul set. È più facile che dia indicazioni sui gesti, sui movimenti da fare durante la scena. Mi ripeteva solo: «Sii falso, sii falso!».

In Skylab avevate poche scene insieme…
E io non mi ero mai veramente trovato nella situazione di recitare con la regista. Julie ha un rapporto abbastanza semplice con l'interpretazione e paradossalmente per niente ansioso. Ci conosciamo bene, il clima è disteso. Sul set è molto rassicurante: hai la sensazione di avere tutto il tempo, di essere accompagnato. Con me poi ha un fare molto protettivo, si preoccupa e mi chiede tutto il tempo: «Tutto ok, piccolo? Stai bene? Sei contento?».

Qual è la scena che hai interpretato con più piacere in LOLO?
La scena in cui io e Dany ci battevamo nel salone a colpi di ombrello. Davamo colpi molto forti ‒ e questo si percepisce sullo schermo ‒ al punto che alla fine di ogni ripresa Dany mi diceva: «Però non colpire così forte!». Urlavamo… Era davvero liberatorio ed è stata la mia prima scena d'azione.

Qual è stata la prima scena che hai girato?
Quella in cui vengo intervistato alla mostra e racconto che si tratta di «un progetto autobiografico a cui penso fin da quando ero bambino». Questa scena e quella della metro con Karl Lagerfeld mi ricordano molto l'universo di 2 giorni a Parigi.

Hai già lavorato con Dany Boon in Asterix e Obelix: Al servizio di Sua Maestà.
Ci eravamo incrociati molto rapidamente. È un piacere recitare con lui: è generoso, attento ed è una persona molto semplice. Però quando si gira in strada con Dany, la gente si ferma per lui, è una continua processione.

Dopo LOLO con Dany Boon, hai recitato in Tout de suite maintenant di Pascal Bonitzer, con Isabelle Huppert e Jean-Pierre Bacri, e hai da poco finito le riprese di Saint-Amour, di Gustave Kervern e Benoît Delépine, con Bruno Poelvoorde e Gérard Depardieu. Cosa si prova a stare di fronte ad attori di questo calibro?
Ci si sente fortunati. È pazzesco incontrare personalità come queste, talmente diverse tra loro. Ognuno ha una sua particolare sensibilità. Da qualche anno la mia vita è davvero strana. È straordinario anche poter socializzare con tutti quelli che lavorano nella troupe, sono così pieni di passione. Così non è più un lavoro solitario, ci si sente gli altri vicino, e questo mi dà molta sicurezza.

I tuoi personaggi mostrano sempre una certa distanza e una libertà che li rende irresistibilmente buffi. Sei cosciente del tuo potenziale comico?
Non so bene da dove provenga. A scuola, quando un professore mi chiedeva di leggere ad alta voce il brano di un romanzo o cose del genere, i miei compagni di classe cominciavano già a ridere. Forse per via del mio vocione, il modo lento di parlare, l'ironia. È vero che provo a guardare le cose con un po' di distacco, ma preferisco non rifletterci troppo… E se lo perdessi?

KARINE VIARD – Ariane

LOLO segna la seconda collaborazione con Julie Delpy
In Skylab avevo una sola giornata di riprese e avevo ancora voglia di lavorare con lei, di approfondire.

In LOLO il suo è un personaggio tutt'altro che ingenuo...
Ariane è una donna libera, sicura di sé e schietta nel linguaggio, soprattutto nella sfera della sessualità. Non è sottomessa alle convenzioni sociali ‒ incontrare un uomo, andarci a vivere assieme e formare una coppia… È una donna creativa ed emancipata, ed è molto diversa da Violette, rispetto alla quale ha una funzione rivelatrice. Nei suoi film Julie ha sempre bisogno di un ruolo che faccia da contrappunto al suo personaggio. In LOLO siamo un po' come Thelma e Louise: nonostante il mio ruolo sia veramente secondario, non avevo la sensazione di essere solo una spalla, nessuna ha preso il sopravvento sull'altra.

È raro vederla in ruoli secondari...
Julie aveva scritto questo personaggio per me. Era divertente e poi, soprattutto, adoro il suo cinema. Trovo molto interessante il suo percorso di donna, attrice, sceneggiatrice e regista: ha saputo crearsi uno spazio, come prima di lei hanno fatto Maïwenn o Josiane Balasko. Ammiro molto questo tipo di donne: portano alti i valori del femminismo e per me è una cosa che conta. Sono attratta dalla loro audacia, dalla loro intelligenza e lucidità, sono donne forti. Mi piacerebbe molto avere un ruolo da protagonista in uno dei suoi film.

Sotto quell'aria da commedia leggera e romantica LOLO affronta con disinvoltura temi molto attuali.
Che posto ha la sessualità nella vita di donne che hanno superato i quarant'anni? E quello degli uomini se queste donne hanno già dei figli? Come prendere le distanze da un figlio ostile?… Il film tocca tutti questi temi con grande intelligenza. E restiamo sempre nella verità delle situazioni, ‒ anche quelle più gonfiate e inconcepibili. Julie non è una regista che cerca l'efficienza: non cerca di creare delle gag a tutti i costi, è come se lasciasse modo all'umorismo di penetrare sottobanco.

Mentre Violette si lascia maltrattare da suo figlio, il suo personaggio urla forte e chiara la sua avversione rispetto ai figli.
Ariane non sopporta la maternità. Si intuisce bene, naturalmente, che il suo non è un rifiuto totale – c'è una vera complicità femminile tra lei e sua figlia – ma il film evoca in proposito qualcosa di piuttosto sfrontato.

È la prima volta che interpreta un personaggio che lavora nella moda
Nonostante io impazzisca per la moda. Ho una passione per i vestiti, mi ci vedrei bene a organizzare shooting… Toccare lo snobismo di questo ambiente è per Julie ancora una volta un modo di prendersi in giro. Il suo personaggio si veste con abiti vintage, segue le tendenze, proprio come lei si veste nella realtà. L'autoironia è per lei come una seconda pelle.

Com'è lavorare con Julie Delpy?
Il lavoro non pesa, non c'è nessun tipo di ostentazione. Le donne registe devono spesso battersi sul set per consolidare la loro autorità; non sui set di Julie. Ansiosa di natura, può avere delle ossessioni o dei picchi d'ipocondria, ma non diventa fastidiosa con la troupe, anzi autorizza tutti a prenderla perfino in giro. È molto accogliente. Non è di quei registi che scaricano lo stress sui loro collaboratori. Dà sicurezza. Con lei si fanno poche letture e poche prove, si coglie la freschezza del momento e il piacere di costruire assieme.

Ci parli della preparazione.
Ci vediamo, scegliamo i costumi e poi Julie ci dà appuntamento per le riprese e riparte per Los Angeles. È una regista molto autonoma che ha l'intelligenza di circondarsi di persone che le assomigliano. È perfetto per me, non ho bisogno di incontrare dieci volte il regista con cui sto per girare per sentirmi ripetere quanto gli piaccio.

Quanto sono importanti i costumi per Julie Delpy?
Molto, soprattutto in LOLO, in cui si parla di alta moda. Julie aveva un'idea molto precisa di quello che voleva vedermi indossare: pantaloni e cappotti ampi, roba del genere. Io pensavo che non facesse per me e il costumista era d'accordo. Julie si è subito allineata al nostro parere, dicendo: «Ok, Ok, che proponete?». Non si ostina mai e non si mette in competizione.

Com'è girare con una regista cui allo stesso tempo bisogna dare la battuta?
Non mi pongo il problema ‒ sarebbe come chiedersi qual è la differenza tra girare con un uomo o una donna. Mi adatto, ma questo non m'impedisce di ammirare il coraggio, sorprendente, di recitare in una scena e allo stesso tempo avere la distanza per giudicarla. Personalmente credo che non ne sarei capace.
Indubbiamente, attraverso la sua interpretazione, Julie dà un'atmosfera, uno spirito… In fondo basta seguire e lasciarsi andare, soprattutto in un ruolo come il mio, in cui il mio personaggio deve assolutamente essere in sintonia col suo, ed essere capace allo stesso tempo di essere complice e irriverente.

Quando un'attrice gira il suo film deve valutare la sua interpretazione rispetto allo schema generale. E lei, si guarda da fuori?
A meno che non ci sia una ragione precisa ‒ per analizzare ad esempio qualcosa che fatico a fare ‒ non lo faccio mai. Mi vedo sempre brutta, inadeguata, mi giudico e perdo la spontaneità. A volte sono capace di apprezzare un film a livello complessivo quando è terminato, di sentirmene parte piacendomi o no, altre volte non ho questo tipo di intelligenza.

Julie Delpy è direttiva?
Sa quello che vuole, è lei a decidere ma ascolta molto la sua squadra: con lei c'è veramente un'atmosfera di collaborazione. Ci sono registi che si sentono aggrediti se gli attori danno un parere: vogliono che siano come argilla da plasmare. E questo a me risulta difficile. Mi piace essere diretta, andare nella direzione che mi viene richiesta ‒ voglio assolutamente accontentare il regista ‒ ma non voglio essere obbediente. Non posso. Ho bisogno di esprimere quello che sento, chiedere se non capisco una scena. Il mio lavoro mi appassiona, mi piace fantasticare sui miei personaggi, respirarli. È un peccato se mi chiedono solo di obbedire. Julie è esattamente l'opposto di questo tipo di registi.

Si percepisce che entrambe condividete lo stesso modo di essere libere.
Non ci piacciono i giri di parole e diciamo quello che pensiamo. Sul set di LOLO c'era un'atmosfera molto familiare. È stata Julie a diffonderla e tutti l'hanno seguita.

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