Menocchio (2018)

Menocchio
Locandina Menocchio
Menocchio è un film del 2018 prodotto in Italia, Romania, di genere Drammatico, Storico diretto da Alberto Fasulo. Il film dura circa 104 minuti. Il cast include Marcello Martini, Maurizio Fanin, Carlo Baldracchi, Nilla Patrizio, Emanuele Bertossi, Agnese Fior. In Italia, esce al cinema Giovedì 8 Novembre 2018 distirbuito da Nefertiti Film. Disponibile in homevideo in Digitale da Venerdì 4 Ottobre 2019.

TRAMA

Italia. Fine 1500. La Chiesa Cattolica Romana, sentendosi minacciata nella sua egemonia dalla Riforma Protestante, sferra la prima sistematica guerra ideologica di uno Stato per il controllo totale delle coscienze. Il nuovo confessionale, disegnato proprio in questi anni, si trasforma da luogo di consolazione delle anime a tribunale della mente. Ascoltare, spiare e denunciare il prossimo diventano pratiche obbligatorie, pena: la scomunica, il carcere o il rogo. Menocchio, vecchio, cocciuto mugnaio autodidatta di un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli, decide di ribellarsi. Ricercato per eresia, non dà ascolto alle suppliche di amici e famigliari e invece di fuggire o patteggiare, affronta il processo. Non è solo stanco di soprusi, abusi, tasse, ingiustizie. In quanto uomo, Menocchio è genuinamente convinto di essere uguale ai vescovi, agli inquisitori e persino al Papa, tanto che nel suo intimo spera, sente e crede di poterli riconvertire a un ideale di povertà e amore. 

Info Tecniche e Distribuzione

Uscita al Cinema in Italia: Giovedì 8 Novembre 2018
Uscita in Italia: 08/11/2018
Genere: Drammatico, Storico
Nazione: Italia, Romania - 2018
Durata: 104 minuti
Formato: Colore
Produzione: Nefertiti Film, Rai Cinema, Hai-Hui Entertainment (co-produzione), Mibact - Direzione Generale Cinema (con il sostegno di), Fondo Per L'audiovisivo Del Friuli Venezia Giulia (con il sostegno di), Friuli Venezia Giulia Film Commission (con il sostegno di), Trentino Film Commission (con il sostegno di), CNC - Centrul National al Cinematografiei (Romania) (con il sostegno di)
Distribuzione: Nefertiti Film
Note:
Presentato in concorso al Festival di Locarno 71 e vincitore del Grand Prix du Jury Annecy Cinéma Italien.
In HomeVideo: in Digitale da Venerdì 4 Ottobre 2019

Immagini

[Schermo Intero]

NOTE DI REGIA

Menocchio è un film diverso dai miei precedenti. È qualcosa che mi porto dietro dagli anni della scuola dell'obbligo, quando per la prima volta sentii parlare di Menocchio e che probabilmente negli anni ha maturato dentro di me. L'incontro con il Circolo Menocchio di Montereale Valcellina e lo studio dei verbali originali del suo processo è stato importante come è stato determinante prendere le distanze dal famoso "Formaggio e i Vermi" di Carlo Ginzburg. Il mio film è il racconto di come Menocchio sia giunto a voler rinnegarsi pubblicamente. La grande sfida è stata quella di riuscire a dar corpo alla coscienza di questo mugnaio, a questo campo di battaglia in teoria astratto, che sentivo essere al centro di questo mio nuovo film. Se all'inizio, nella stesura della sceneggiatura, avevamo considerato la coscienza come un fatto individuale, mano a mano che ci siamo addentrati nel cuore della ricerca e della scrittura, ci siamo accorti che non saremmo mai riusciti a imprimere la tridimensionalità, l'attualità e l'urgenza che sentivamo necessari, se non avessimo chiamato in campo il terzo elemento fondamentale della nostra storia: la comunità del paese. In fondo tutta la partita della vicenda di Menocchio si gioca all'interno di questo triangolo: Potere del Sistema ‐ Individuo ‐ Comunità. Ed è qui che abbiamo identificato il cuore del film, perché la parabola di Menocchio non è quella di un martire, mandato al rogo in nome delle proprie idee. O perlomeno non è solamente quella. La sua storia è più complessa, più contraddittoria, più vicina, più umana, perché un eretico che decide di rinnegare le proprie idee deve poi fare i conti non solo con la propria coscienza, ma anche con la macchia che questa abiura comporterà all'interno della sua comunità di appartenenza, specie se ha speso anni e anni a predicare la propria visione del mondo giurando di essere disposto persino a morire in sua difesa. Possiamo speculare quanto vogliamo sulle ragioni intime e profonde che condussero Menocchio alla decisione dell'abiura, ed ogni spettatore se vorrà potrà schierarsi o meno a favore di un personaggio la cui unica vera colpa era quella di voler migliorare il mondo in cui viveva. È peccato voler migliorare il proprio mondo? Mettere in discussione la propria cultura? Il proprio status quo? Cosa sarebbe stato giusto pensare, dire, fare? Bisogna sottomettersi o provare a cambiare le cose di questo mondo, del nostro vivere? Non è mai stata mia intenzione realizzare un film storiografico rincorrendo un'improbabile (forse impossibile?) fedeltà filologica agli eventi. Voglio, invece, sfidare il genere storico per creare un cortocircuito con la realtà, e spostare l'attenzione del pubblico sul valore intrinseco di Menocchio. Fin dall'inizio ho sentito la necessità di confrontarmi con questo personaggio, riconoscendo in Menocchio un'evidente statura morale, ma poi ho compreso che il raggio della sua azione (e della riflessione che innesca) è ben più ampio; tutta la realtà attorno al protagonista ne viene in qualche modo coinvolta fino ad arrivare ad occupare il centro della scena. Si tratta di una relazione viscerale, potente, esistenziale, diretta, di vita o morte, che nella sua declinazione tra uomo e uomo, uomo e materia, materia e pensiero rivela le nostre radici ataviche In un'epoca in cui qualsiasi minimo afflato etico, sacrale o spirituale che sia, viene ridicolizzato, distrutto, disintegrato con un semplice tweet, o commento su facebook, è quanto mai attuale la parabola di un uomo che cerca disperatamente il modo di lottare contro il potere e si ritrova invece a dover fare i conti anche con la paura, il tradimento e la complicità di amici che lo vorrebbero zittire. Detto ciò non desidero dare una lettura univoca del film ma voglio che apra un dibattito sull'etica dell'individuo in quanto parte di una comunità di fronte ad un potere. Io credo che il cinema sia l'arte dell'incontro, un incontro di varie arti che diventano insieme un'altra ancora, un incontro con un personaggio che ossessiona, con un attore che incarna il personaggio che ha in testa. In questo film d'incontri ne ho fatti moltissimi e certamente l'incontro con Marcello Martini è stato il momento in cui ho sentito che questo film si doveva realmente fare, perché non è facile trovare una persona che abbia nella sua biografia e nella sua natura intrinseca una così stretta vicinanza con il personaggio che immaginavo. Ho cominciato ad entrare nel film passando ore nei musei a studiare nei dettagli i pittori del '500 contemporanei a Menocchio. Era la prima volta che mi cimentavo con un film di genere, ma non ero spaventato piuttosto incuriosito. Avendo molti interrogativi per ogni aspetto del film, incominciai a cercare possibili risposte già nei quadri e negli affreschi dell'epoca. Così che nella massima libertà ho incominciato a prendere direttive su come avrei desiderato vedere il film da spettatore. Un altro aspetto importante di quel momento, è stato constatare che le persone raffigurate davanti a me non erano mai conosciute, famose, ma semplici persone che con la loro fisiognomia, la loro postura, i loro vestiti e l'ambiente i cui erano colti mi si presentavano diventando personaggi. E così questo aspetto mi ha portato a riflettere se lavorare con attori affermati, che vengono immediatamente riconosciuti o con attori non riconoscibili. Ho scelto di fare il film con persone semplici e di guidare le mie scelte in base alla loro fotogenia, alla loro biografia, alla sensazione che ho avuto nel fargli la prima foto durante i street casting. È stato un viaggio, lungo, nelle vallati del Friuli e del Trentino, dalla Val Pesarina alla Val Cimoliana, dove come un entomologo cercavo di comporre l'umanità che avrebbe avvolto il mio Menocchio. Volevo comprimere i 500 anni di differenza e far percepire allo spettatore odierno la prossimità dei personaggi e quindi della storia. È banale dire che oggi la storia di questo mugnaio ci riguarda, forse è ancora più importante far percepire il processo psichico di Menocchio che lo ha portato proprio contro se stesso.

Intervista di CARLO CHATRIAN ad ALBERTO FASULO realizzata per LocarnoDaily

Che cosa ti ha colpito nella figura di Menocchio da decidere di dedicargli un film?
Certamente è stata la sua statura morale. La statura di un uomo qualunque, un uomo come potremmo essere anche noi. Sono sempre stato a conoscenza  dell'esistenza  di Menocchio, nella mia regione da trent'anni esiste un circolo culturale a lui dedicato, sono stati fatti spettacoli teatrali, che ho visto anche durante le scuole dell'obbligo. Ce ne hanno sempre parlato a scuola essendo lui vissuto nella Pedemontana della mia provincia.  Quando  ho  cominciato  la  ricerca  storiografica  su  Menocchio,  attraverso  i verbali originali del suo processo, ho incominciato a fare un sogno che è divenuto ricorrente. Mi è capitato anche durante il montaggio del film. "Sono in un palazzo fatiscente senza porte e finestre, in mezzo al nulla di notte, c'è molta gente, c'è una festa o qualcosa per cui tutti sono molto eccitati, io non conosco nessuno e nessuno è interessato a me, dopo qualche perlustrazione nei vari piani, scendo nel giardino e lì, allontanandomi dall'edificio, nel buio più assoluto, incontro un uomo che mi guarda seriamente. Non mi spaventa e sono consapevole che è Menocchio." Ogni volta che incontro nel sogno questo sguardo mi sveglio con la voglia di ritornare nel sogno per saperne di più. Mi è rimasta forte la sensazione del suo sguardo. Quegli occhi misteriosi, indecifrabili, caldi, paterni, ma anche severi, rabbiosi, e aggiungo coscienti che sono stati la presenza alla mia ostinazione nel portare a termine questo film.

Il film ha un lavoro davvero impressionante su volti e sulla luce che li illumina. Quali sono stati i riferimenti iconografici che ti hanno spinto?
Non avrei mai pensato che un giorno avrei girato un film in costume, anzi sono certo che non mi sia mai interessato approcciare il genere storico di per sé, ma è stato proprio il periodo storico in cui è ambientata la storia di Menocchio che mi ha fatto prendere delle decisioni fotografiche radicali anche  sulla fotografia. Da qui la scelta di continuare a fare il   DOP   anche   in   questo   mio   nuovo   film,   trovando   questo   mantra   che   mi   ha accompagnato durante le riprese: "non temere l'oscurità, cerca la luce ma attraversa il buio, il buio racconta come la luce". Non ho avuto un preciso riferimento iconografico, se non forse che per l'aspetto intrinseco della luce, mi sono trovato affine a Rembrandt. Non solo per l'uso della luce che Rembrandt utilizza ma anche per la diversa nitidezza che ha usato nei suoi quadri. Non avevo mai lavorato con un impianto produttivo strutturato, diviso in reparti, nei miei film precedenti sono sempre stato io ad entrare in delle realtà, qui invece dovevo costruirla  questa  realtà  e  avevo  bisogno  di  persone  che  capissero  il  mio  gusto. L'intuizione era provare a recuperare, stanare negli anfratti, nei luoghi, nelle persone quegli aspetti presenti sia all'epoca e sia quest'oggi. Questo mi ha portato a girare al castello del Buonconsiglio di Trento o negli stavoli di Orias nelle dolomiti Carniche del Friuli  Venezia‐Giulia  e  nei  canali  di  Portogruaro.  Ho  frequentato  molto  i  musei  per vedere  dal  vivo  le  opere  dei  pittori  dell'epoca,  nei  quadri  ho  trovato  moltissimo materiale  di  partenza  per  ogni  reparto.  Il  mio  intento  primordiale  era  riuscire  a incontrare, nel senso più ampio del termine, Menocchio e per fare questo ho deciso di provare a far rivivere, o quanto meno riavvicinarmi il più possibile alla dimensione quotidiana  dell'epoca.  Per  questo  ho  deciso  di non  usare luci  artificiali, di  girare con Non attori,  di  non  far  leggere  loro   la  sceneggiatura,  di  non  imboccare  dei  dialoghi precostituiti, ma di parlare con ogni persona per far uscire il loro vissuto, la loro personalità. Tutti gli attori presenti nel film li ho trovati nelle valli dove Menocchio ha realmente vissuto. È stato un lavoro durato due anni prima di iniziare a girare. Il mio interesse, nello scegliere il cast, era rivolto a chi fosse quella persona con quel volto, che vita aveva trascorso, con che mansioni, che attività, che esperienze formative, interrogandomi su che tipo di personaggio sarebbe potuto diventare nel film. Un lavoro quasi da antropologo.

Rispetto ad altri lavori mi pare qui che il tuo sguardo si faccia molto serrato, stretto sui volti dei testimoni. Quando hai optato per questa scelta che è etica e formale?
L'idea  filmica  è  germinata  da  quel  primissimo  piano  di  Menocchio  che  ho  sognato diverse volte.  Ma oltre a questo mi è sembrata una scelta conseguente alla convinzione che le parole possono essere estorte, equivocabili e anche ovviamente sincere ma è nel volto, nell'espressione che si coglie il reale sentimento della persona che sta parlando. E io nei miei film sono assetato di momenti di verità. Ci sono stati molti momenti emozionanti  durante le riprese e il primo piano è sempre il rapporto  che preferisco perché mi mette più in empatia con il personaggio senza farmi distrarre dall'ambiente circostante, quello preferisco raccontarlo più con il suono che con l'immagine.

Il film è basato sugli atti del processo. Questa fedeltà storica non è mai stata messa in discussione?
I verbali del processo sono stati il punto su cui è cominciata la ricerca storiografica, ma sono stati messi in discussione immediatamente, primo perché sono scritti da un notaio che a memoria  trascriveva  solo le risposte  dell'imputato  e poi perché,  come  ho già detto, non ero interessato a fare un film storico e nemmeno a prendere a pretesto Menocchio per sostenere delle tesi storiche. Mi interessava incontrare quest'uomo per capire, per sentire, per ascoltare la sua esperienza e attraverso la sua storia parlare di un tema  per  me  importante  come  la  libertà  di  pensiero  e  delle  conseguenze  che  ne derivano dalla scelta di sacrificarsi per tale libertà.

E come invece hai lavorato su quegli elementi che nel processo non erano presenti?
Io ed Enrico Vecchi, abbiamo provato a metterci nei panni degli altri personaggi che Menocchio  ha  inevitabilmente  coinvolto  con  la  sua  scelta  di  farsi  processare.  Non abbiamo letto solo gli atti del processo a Menocchio, ma anche quelli dell'amico prete Pre Melchiorri, e molti altri ancora per comprendere meccanismi e relazioni tra le parti e poter inventare dei passaggi che restituissero il contesto culturale dell'epoca. Abbiamo cercato  di  inventare  il  plausibile,  e  per  fare  questo  abbiamo  letto  molti  testi  di riferimento sia storici che antropologici sull'epoca.

Verso la fine il film si apre a un salto in un'altra dimensione che trasfigura la realtà come mai hai deciso di includere queste scene?
Il sogno carnevalesco, che in sceneggiatura non era un sogno, è stato importante per raccontare  che  Menocchio  era  cosciente  che  abiurando  le  proprie  idee  che  aveva sempre difeso e sostenuto, avrebbe distrutto profondamente la sua credibilità, la sua vita, la sua integrità morale ed etica per gli altri e per sé. È  un passaggio fondamentale del nostro Menocchio perché carica di significato intrinseco quell'ultimo sguardo di un uomo che sa di essere stato artefice del suo destino e non ha un giudizio per questo ma comunque se ne assume la responsabilità senza essere né eroe né vittima.

La  parola  di  Menocchio  risuona  oggi  ancora  potente.  Prima  ancora  di  affrontare  il  suo significato vorrei soffermarmi sul suono. Ci puoi dire come hai scelto le voci che compongono il tuo film. Quanto era importante la cadenza dialettale?
Anche  in Menocchio  la lingua  è elemento  importante  del quadro  generale  del film. Branco in TIR parlava l'italiano con l'azienda, il croato con l'amico e lo sloveno con la moglie.  Ogni  personaggio   usa  legittimamente   diverse  lingue,  ha  diversi  modi  di esprimersi attraverso diversi vocaboli.  Quando ho incontrato Marcello Martini, e ho sentito immediatamente che era il mio Menocchio, con lui ho accolto il suono della sua lingua  madre  di un paese  nella  val Cellina,  vicinissimo  alla  diga  del Vajont,  Claut.  Il friulano di quel paese ha una sonorità dura, azzarderei a dire, arcaica, rocciosa che funziona bene per avere un sapore di antico, oltre al fatto geografico che Claut è nella valle  dove Menocchio  è realmente  esistito.  La lingua,  il suono è sempre  un confine sociale e così in questo film il popolo usa il friulano, il clero usa il latino, mentre  la lingua franca di comunicazione tra questi due ambienti, che originariamente era il veneto,  è l'italiano, scelta che ho fatto per facilitare la fruizione al pubblico odierno.

Menocchio non è un film sulla libertà di parola, non è un film su qualcosa ma piuttosto su/in compagnia di qualcuno; tuttavia il senso dell'esperienza di Menocchio porta in sé qualcosa di molto attuale, soprattutto in tempi di retorica della comunicazione e delle immagini.
Sono felice che tu colga questo aspetto perché per me è importante. Sono convinto che la libertà di parola come altri sacrosanti diritti universali sono condivisibili da tutti. La confusione di oggi in cui la retorica è una delle armi per confondere le persone e i loro giudizi, consegue necessariamente che le persone si allontanino e perdano il contatto fra di loro diventando estranei e si ha sempre paura dell'estraneo. Io sento il bisogno di riposizionare al centro del discorso il contatto diretto, prossemico, non verbale, dove siamo essere viventi prima che cittadini che appartengono  a culture, lingue, suoni e colori diversi tra loro.

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Menocchio disponibile in Digitale da Venerdì 4 Ottobre 2019
08/11/2018.

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