Safari (2016)

NSafari

Locandina Safari
Safari (NSafari) è un film di genere Documentario di durata circa 90 minuti diretto da Ulrich Seidl con protagonisti Gerald Eichinger, Eva Hofmann, Manuel Eichinger, Tina Hofmann, Manfred Ellinger, Volker Neemann.
Prodotto da Ulrich Seidl Film Produktion GmbH nel 2016 in Austria

TRAMA

Africa. Turisti tedeschi e austriaci in vacanza per cacciare nelle distese selvagge, dove antilopi, impala, zebre, gnu e altre creature pascolano a migliaia. Guidano nel bush, si appostano, braccano le loro prede, sparano, singhiozzano per l'eccitazione e si mettono in posa davanti agli animali che hanno catturato. Un film sulle vacanze che parla della pratica di uccidere, un film sulla natura umana. 

Genere: Documentario
Nazione: Austria - 2016
Formato: Colore
Durata: 90 minuti
Produzione: Ulrich Seidl Film Produktion GmbH, ORF Film (in collaborazione con), Fernseh-­‐Abkommen (in collaborazione con), Danish Documentary (co-produzione), WDR (co-produzione), ARTE G.E.I.E. (co-produzione)

Cast e personaggi

Regia: Ulrich Seidl
Sceneggiatura: Ulrich Seidl, Veronika Franz
Fotografia: Wolfgang Thaler
Montaggio: Christof Schertenleib

Cast Artistico e Ruoli:
foto Eva HofmannEva Hofmann
Se stessa
foto Tina HofmannTina Hofmann
Se stessa
foto Eric MüllerEric Müller
Se stesso
foto Inge EllingerInge Ellinger
Se stessa

News e Articoli

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Immagini

[Schermo Intero]
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Foto e Immagini Safari
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Commento del regista

Con Safari non mi interessava tanto mostrare i ricchi, gli aristocratici, gli sceicchi e gli oligarchi che praticano la caccia grossa in Africa, quanto il cacciatore comune. Da molti anni ormai, cacciare in Africa è diventato alla portata del cittadino medio occidentale. Volevo scoprire e mostrare cosa spinge queste persone a cacciare, e perché ne possono addirittura diventare ossessionate. Ma strada facendo è diventato anche un film sulla pratica di uccidere: uccidere per piacere, senza mai affrontare il pericolo, uccidere come una sorta di liberazione emotiva.

"Cosa spinge l'uomo ad uccidere?"

Undici domandeaUlrichSeidl

Nell'estate del 2015 ci fu un momento d'indignazione internazionale dopo che i media avevano fatto circolare la foto di un dentista americano fotografato mentre posava accanto al leone Cecil appena abbattuto. Giornali e riviste s'interrogarono su chi fossero queste persone, "i cacciatori". Con SAFARI lei risponde a questa domanda in modo asciutto e prosaico. I presunti mostri sono persone che appartengono alla classe media. È questa la conclusione a cui giunge? 

Non volevo mostrare le abitudini della caccia grossa dei ricchi e famosi, degli sceicchi, oligarchi o membri di qualche casa reale, bensì di quanto accade normalmente. Oggigiorno la caccia in Africa è alla portata della classe media. E per alcuni cacciatori del mondo occidentale, della Cina o della Russia un viaggio in Africa, una o più volte l'anno, per cacciare giornalmente, è ormai un fatto scontato. Normalmente ciò significa che si abbattono due animali al giorno, uno la mattina e uno
il pomeriggio. Volevo mostrare come avviene la caccia e scoprire cosa provano gli esseri umani
che vi partecipano. 

Spesso e volentieri questo tipo di cacciatori sono soggetti alle critiche dell'opinione pubblica. Quanto è stato difficile, convincere i suoi protagonisti a mostrare la loro attività apertamente in un film?  

Effettivamente non è stato semplicissimo. Le persone che praticano la caccia grossa sanno bene che oggigiorno l'opinione pubblica ha un'immagine estremamente negativa delle attività venatorie (soprattutto in Germania e in Austria). Ma quando seleziono i protagonisti per i miei
film non cerco di raggirarli. Da un lato perché non ho alcun interesse ad avvicinarmi a un progetto cinematografico con dei preconcetti e dall'altro perché prendo in considerazione solamente dei protagonisti con i quali posso comunicare apertamente e senza pregiudizi. In questo senso la caccia inizialmente era qualcosa di "neutro" per me; un'attività vicina all'uomo anche come stimolo e impulso. La mia intenzione era di scoprire e trasmettere le motivazioni che portano alla caccia e l'ossessione generata da essa. Che cosa spinge degli esseri umani ad andare in vacanza per uccidere degli animali? Per questo progetto dovevo trovare delle persone che praticavano la caccia grossa con totale convinzione e che oltre a giustificare la loro attività fossero anche disposte a farsi riprendere mentre la svolgevano. 

Nel suo precedente Film "Im Keller" (In cantina) appare una coppia di coniugi che parla della loro passione per la caccia. Gli stessi coniugi sono ora presenti in SAFARI. È stato per questo motivo che è arrivato ad affrontare questo tema?

Sì e no. Era da molto tempo che pensavo alla caccia e ai cacciatori come a un possibile argomento per un film. Così come pensavo a quello della villeggiatura. Le due idee si sono congiunte nell'argomento "vacanze di caccia". I due coniugi anziani del mio film precedente sono stati decisivi per questo. È successa una cosa che è già capitata più volte in passato e cioè, che da un progetto al quale stavo lavorando, nasce il film successivo. Per esempio da "Bilder einer Austellung" (1995, Quadri di un'esposizione) nacque poi il film "Der Busenfreund", l'idea alla base di "Paradies: Glaube" (2014, Paradiso: Fede) viene dal Film Jesus, du weißt" (2003, Gesù, tu sai).

Nel suo cinema – ad esempio in "Tierische Liebe" (1995, Amore animale) – gli animali fungono da specchio per i protagonisti e fanno emergere sentimenti molto umani -­‐   pulsioni, emozioni, ossessioni – di cui normalmente non si parla e che si nascondono. Oltre a questo, "Tierische Liebe" e SAFARI, hanno altri elementi in comune? In "Tierische Liebe" i padroni degli animali domestici hanno un rapporto particolarmente forte con i loro animali.

Spesso l'animale domestico compensa la crescente solitudine che si crea per la mancanza di rapporti umani o di relazioni sentimentali. Nel caso dei cacciatori succede il contrario: sono molto attenti a evitare ogni tipo di rapporto. Ciò si esprime ad esempio nel linguaggio venatorio, dove l'animale non è chiamato con il suo nome, non lo gnu o la zebra, ma è detto "il pezzo" (in italiano "il selvatico", ndr). Un'altra cosa che mi sono sempre chiesto è perché nella foto di rito "il cacciatore e il selvatico abbattuto", il sangue dell'animale non è mai visibile, è lavato via.
Potrebbe forse essere espressione del senso di colpa del cacciatore verso l'animale? O è una specie di forma preventiva di correttezza politica, il tentativo cioè di minimizzare l'atto dell'uccisione poiché il sangue e la morte sono dei grandi tabù della nostra società. Ma tornando alla domanda iniziale: se dovessi trovare degli elementi comuni trai due film, indicherei forse il potere che l'uomo esercita sulla creatura. Gli uni sottomettono l'animale per i loro bisogni emotivi e le loro esigenze umane, gli altri esprimono la loro brama di potere attraverso la passione per la caccia e l'atto d'uccidere.

Si ha spesso l'impressione, che i protagonisti di SAFARI trovano la vicinanza umana attraverso la morte dell'animale. È come se, solo dopo aver ucciso, si riesca a sentire la vita.

Sì, è stata una cosa nuova anche per me. Ho conosciuto cacciatori che abbattevano animali, ma non ho mai incontrato coppie e famiglie intere che, dopo aver ucciso un animale, si baciavano, si abbracciavano e si congratulavano l'un l'altro. L'atto di uccidere sembrerebbe essere una specie di liberazione emotiva. In questo modo il film è diventato anche un film sull'atto di uccidere. Uccidere come godimento senza correre pericoli.

Come molti dei suoi film, SAFARI tratta un argomento controverso e socialmente delicato. Avendo scelto di mostrare sia le scene di caccia e pertanto anche l'abbattimento degli animali è prevedibile che ci saranno reazioni accese. Già in fase di chiusura del film si sono sentite le
prime critiche da parte degli animalisti. Qual è la sua posizione rispetto a questo aspetto?

Già in fase di finanziamento alcuni redattori delle emittenti televisive (co-­‐finanziatrici del film) erano assolutamente convinti che non si potessero proporre ad un pubblico televisivo scene in cui veniva ucciso un animale. Allora, a mio avviso, bisogna veramente chiedersi in che mondo ipocrita viviamo? Da dove viene questo bisogno di occultamento, la necessità di censurare e tabuizzare "per il bene dello spettatore"? Sicuramente non si tratta di protezione degli animali, piuttosto di paura nei confronti delle associazioni animaliste. Proteggere gli animali non può voler dire non mostrare l'uccisione delle bestie. Al contrario, protezione degli animali per me significa necessariamente mostrare il modo in cui vengono abbattuti gli animali per dare allo spettatore la possibilità di confrontarsi criticamente con il tema della caccia.

In questo contesto cosa significano vicinanza o distanza rispetto a ciò che accade? La macchina da presa si concentra soprattutto sui cacciatori piuttosto che sugli animali.

Una decisione ponderata e cosciente da parte mia. Ho cercato di evitare delle riprese come quelle che conosciamo bene dai documentari sugli animali o sulla caccia piene di primissimi primi piani, scene al rallentatore o riprese nelle quali un animale viene abbattuto e stramazza al suolo. Lo sguardo dello spettatore doveva più che altro accompagnare i cacciatori e unirsi a loro (anche a livello emotivo). Lo spettatore doveva poter seguire e sperimentare la caccia dal punto di vista del cacciatore.

A un certo punto del film, oltre ai cacciatori bianchi, lei inizia a mostrarci anche gli africani che ad esempio lavorano al mattatoio. Lo ha fatto per una questione di equilibrio, per presentarci, dopo tanta caccia grossa, anche la dura vita della popolazione indigena?

Non è questo il mio modo di pensare. Non vedo, all'interno del mio lavoro, la necessità di un resoconto equilibrato. SAFARI è un film documentario e non un servizio televisivo. SAFARI nasce dalle mie riflessioni sull'argomento. Le riproduco così come le vedo io. Il tema del film è la caccia, nello specifico la caccia grossa in Africa come tipologia di vacanza. E la popolazione indigena fa parte dell'esperienza di quella villeggiatura. Sono gli indigeni che individuano gli animali – tra l'altro più velocemente di qualsiasi guida di caccia occidentale – e che si occupano dei loro cadaveri. Ho scelto consciamente di non dargli la parola per sottolineare la posizione che occupano: sono operai in una riserva di caccia, accompagnano il cacciatore bianco nella sua attività venatoria, questo è il loro lavoro, per questo vengono pagati. Ma non hanno una voce.

Anche in "PARADIES: Liebe" (Paradiso: Amore) l'Africa fa da sottofondo a dei sistemi di sfruttamento. Che significato ha per lei l'Africa?

L'Africa ha un fascino al quale non riesco a sottrarmi. È la bellezza e allo stesso tempo l'orrore che emana da questo continente. È il passato che qui si ripropone prepotentemente e si manifesta in volti sempre nuovi. È la storia di sfruttamenti e oppressioni senza fine.

Ultima domanda: che rapporto ha lei personalmente con la caccia? L'ho sentita spesso dire nelle interviste che lei in parte si identifica con i suoi protagonisti.

Personalmente non ho mai provato la voglia di andare a caccia. A parte la questione del perché l'uomo vada a caccia e di cosa lo spinga o lo seduca se non ha bisogno dell'animale per nutrirsi, ci sono degli altri aspetti di questo tema che sono emersi durante le ricerche e la lavorazione del film. Per esempio che l'animale selvaggio "uomo" ha distrutto e continua a distruggere le basi
della propria esistenza sfruttando sconsideratamente la natura. Ed è questo che simbolicamente è rappresentato dall'abbattimento degli animali in Africa.

Domande di Markus Keuschnigg.

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