Tutti in Piedi (2018)

Tout le mond debut

Locandina Tutti in Piedi
Tutti in Piedi (Tout le mond debut) è un film di genere Commedia diretto da Franck Dubosc con protagonisti Franck Dubosc, Alexandra Lamy, Elsa Zylberstein, Gérard Darmon, Caroline Anglade, Laurent Bateau.
Prodotto da Gaumont nel 2018 in Francia esce in Italia Giovedì 27 Settembre 2018 distribuito da Vision Distribution.

TRAMA

Jocelyn (Franck Dubosc) è un uomo d'affari di successo, un inguaribile seduttore e un bugiardo incallito. Un giorno, a causa di un malinteso, viene scambiato per disabile dalla vicina di casa della defunta madre, la giovane e sexy Julie. Per conquistarla, Jocelyn decide di approfittare del fraintendimento. L'equivoco, che inizialmente sembra essere solo un gioco divertente, diventa complicato quando Julie gli presenta sua sorella Florence (Alexandra Lamy) che, costretta su una sedia a rotelle a seguito di un incidente stradale, non ha perso la voglia di vivere a pieno e sembra abbattere qualsiasi barriera col suo irresistibile sorriso. È allora che, in bilico sull'esile filo di una insostenibile bugia, Jocelyn inventa una doppia vita: una in piedi e una sulla sedia a rotelle.S

Data di Uscita ITA: Giovedì 27 Settembre 2018
Genere: Commedia
Nazione: Francia - 2018
Formato: Colore
Durata: N.d.
Produzione: Gaumont, La Boétie Films, Pour Toi Public Productions, Tf1 Films Production , Nexus Factory And Umedia (coproduzione), Ufund And Cinemage 12 (collaborazione), Entourage Pictures (partecipazione), Ocs, Cine+, Tf1, Tmc (partecipazione), The Tax Shelter of the Federal Government of Belgium e gli investitori del Tax Shelter (supporto)
Distribuzione: Vision Distribution
Box Office: Italia: 326.250 euro
In HomeVideo: in Digitale da Giovedì 10 Gennaio 2019 e in DVD da Giovedì 24 Gennaio 2019 [scopri DVD e Blu-ray]

Cast e personaggi

Regia: Franck Dubosc
Sceneggiatura: Franck Dubosc
Musiche: Sylvain Goldberg, Emilien Levistre, Xiaoxi Levistre
Fotografia: Ludovic Colbeau-Justin
Scenografia: Jérémie Von Karlin
Montaggio: Samuel Danési

Cast Artistico e Ruoli:
foto Claude BrasseurClaude Brasseur
Padre Di Jocelyn

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Tutti in PiediTutti in Piedi, la commedia francese di e con Franck Dubosc in homevideo

Franck Dubosc firma ed interpreta una divertente storia d'amore che racconta la disabilità con ironia.

Immagini

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Foto e Immagini Tutti in Piedi
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Intervista con FRANCK DUBOSC

Quando hai deciso di diventare regista e cosa ti ha spinto in questa direzione?
E' una cosa che ho sempre desiderato fare e che allo stesso tempo sapevo che non avrei mai potuto fare. Dico "sempre" perché la mia prima esperienza nel mondo del cinema fu dietro ad una telecamera Super 8mm quando avevo 14 anni. Cominciai a scrivere, e poi a girare, brevi sceneggiature tipiche di quell'età. Dico "mai" perché capii fin da subito che essere un regista vuol dire anche essere un capo, un ruolo che non ho mai sentito mio. Col passare degli anni, però, durante la mia carriera di attore, continuavo ad incontrare persone che mi dicevano: "se quando scrivi uno spettacolo, ne curi anche la regia, perché non fai lo stesso con le sceneggiature che scrivi?" Rispondevo sistematicamente che la regia è una professione a sé e che un giorno, quando avessi avuto il soggetto adatto, ci avrei provato.  Oggi, pur avendo fatto questo passo, non mi considero un regista. Mi considero il regista di "Tutti in piedi". E' importante mantenersi umili. Detto questo, niente mi ha mai emozionato e appagato così tanto come questa esperienza.

Come è nata l'idea per questo film? Dall'equivoco iniziale - chi siede su una sedia a rotelle non necessariamente è un invalido - o da qualcosa di più personale? 
La mia motivazione era duplice e doppiamente personale.
Un giorno, a causa dell'età e dell'impossibilità di camminare, mia madre si ritrovò su una sedia a rotelle. La sedia, simbolo di handicap, divenne una soluzione che le permetteva finalmente di riprendere ad uscire. Diceva, però: "Non posso andare al mercatino della chiesa, perché lì ci sono le scale". Fu come una rivelazione. Quello strumento che dapprima era sembrato una benedizione, era improvvisamente diventato un ostacolo. Pensai a tutti quei disabili che ogni giorno si trovano ad affrontare questi problemi. Inoltre, avevo sempre desiderato scrivere una storia d'amore che non si basasse su differenze culturali o sociali, ma fisiche. E' una domanda che mi ha sempre affascinato: cosa succederebbe se ci si innamorasse di una persona disabile? La proiezione del futuro, come minimo, si complicherebbe molto. L'amore, alla fine, si dimostrerebbe più forte delle considerazioni razionali? Io credo di si, ed è il motivo per cui ho deciso di fare questo film.

Quindi alla base del film c'è essenzialmente una differenza fisica?
E' una cosa che mi interessa e che mi ha sempre attratto. Da bambino mi innamorai di una ragazzina con un forte strabismo. Tutti la prendevano in giro, ma io, perdonate l'espressione, la guardavo con occhi diversi. Mi fu subito chiaro che la sua diversità era un vantaggio, che aveva un suo fascino. Penso però che ci voglia molto coraggio per accettare, per amare e costruire una vita con qualcuno diverso da te. Non posso dire con certezza di avere quel tipo di coraggio.

E' vero che il titolo è stato ispirato da un errore che il cantante François Feldman fece in TV durante il programma Telethon?
Il nostro titolo provvisorio era "Lève-toi et marche" (Alzati e cammina), ma non mi sembrava molto elegante. In effetti, il titolo riprende una battuta fatta dal mio amico François. Lo scivolone, di fronte a persone impossibilitate ad alzarsi, fece ridere tutti, ma alla fine penso sia stata una cosa molto positiva. Perché il fatto di alzarsi o meno è nella propria testa. E poi, come dice il mio personaggio quando parla di Florence, che è disabile: "Va più veloce, pensa più veloce e vive molto più intensamente di noi". Quello che intende dire è: "molto più di me".

Hai mai pensato che ironizzare su un handicap potesse essere rischioso, addirittura pericoloso? 
Certo. All'inizio lo pensavo ad ogni pagina che scrivevo. Poi, però, sono entrato nella storia, e ho dimenticato tutto. Come succede nella vita. Quando incontri qualcuno con una disabilità, all'inizio stai attento a tutto quello che dici, ma una volta che la relazione ha preso piede smetti di farci caso. Altrimenti, vorrebbe dire che non accetti la diversità, che tieni la persona a distanza. E comunque la mia intenzione non è mai stata di deridere nessuno, spero che questo si capisca chiaramente.

Jocelyn sembra stigmatizzare i cliché e i pregiudizi sulle diversità. Era questa la tua intenzione?
Certamente. Volevo dimostrare come tutte quelle cose stupide che l'ignoranza spinge a dire, spariscono  quando guardi una persona con amore. Tout le monde debout (Tutti in piedi) si riferisce in maniera particolare a Jocelyn, per dirgli: alzati, sollevati, elevati. Perché alla fine, è lui quello con il vero handicap.

Molti dei tuoi personaggi ripetono spesso che sugli handicap non si mente. E' un problema di moralità o di tradimento?
Tradimento. Volevo costruire una situazione che fosse difficile da perdonare, ma che fosse perdonabile nonostante tutto. Lui la tradisce, ma viene assolto, perché per lei non è niente più che una bugia. Beh, dico solo che, alla fine, quella bugia che ha portato al tradimento si rivelerà più importante per lui che per lei. 

Come ti è venuto in mente questo personaggio, un bugiardo, un imbroglione, un uomo che ha avuto successo ma che cerca sempre di essere qualcun altro?   
C'è una scena in cui il fratello gli dice: "Non la ami, per questo ti nascondi". Il suo problema è che non vede gli altri perché si rifiuta di guardarsi dentro.  E' pieno di difetti, e si capisce che quello che nasconde è più interessante di ciò che lascia trasparire. Questo è sicuramente l'elemento autobiografico più importante del film. Non mi piaccio molto, ma col tempo ho imparato ad apprezzarmi. Non potevo guardarmi allo specchio e spesso ho mentito a me stesso. Nel tentativo di rendermi attraente, non sono mai stato veramente me stesso. Essere qualcuno altro era molto più appagante. In fondo, quello che volevo, era che Jocelyn apparisse più bello nella sua bugia, piuttosto che nella realtà dove, come essere umano, è abbastanza sgradevole. Si, è decisamente più bello quando siede su una sedia a rotelle che nella sua Porsche rosso sgargiante.

Il film è nato subito come una commedia?
Come succede con i miei spettacoli, ho cominciato a scrivere immaginando il climax drammatico - in altre parole l'incidente evitato nel finale - e poi sono andato a ritroso, per costruire la commedia. Ma c'è anche molta tenerezza, molto amore, in questa storia, come in qualunque commedia romantica.  

In effetti c'è una scena molto bella e romantica, che si svolge in una piscina. È stata scritta esattamente come la vediamo nel film?
Si, era stata scritta proprio così. E devo fare i miei complimenti a tutti i nostri tecnici. Cercavamo una casa con una piscina che avesse un fondo mobile telecomandato, tu dirai, perché? Perché cercavo di ipotizzare come potesse andare la loro prima volta e, come puoi immaginare, non volevo che succedesse in un letto. Nella piscina, dopo cena, quando il fondo si inclina, loro iniziano a galleggiare, le sedie affondano, ed è quello il momento in cui li vediamo finalmente liberi da ogni costrizione.

Produttore, regista, sceneggiatore, attore protagonista, tanti ruoli diversi. E perché ami avere tutto sotto controllo?
Si, certo, ma non ho coperto tutti quei ruoli contemporaneamente. Quando iniziai a scrivere il film, non sapevo se l'avrei diretto o se vi avrei recitato. Grazie a Dio, perché questo mi ha permesso di evitare di scrivere un ruolo apposta per me, che avrebbe potuto essere un male per il film. Solo quando l'ho finito di scrivere, ho deciso di dirigerlo. E così è stato il regista, ad un certo punto, a chiedersi se avrebbe dovuto scegliermi per il ruolo, dietro suggerimento dei nostri finanziatori.

Quali sono le difficoltà che hai trovato, diverse rispetto a quando contribuisci solo come attore? 
Oltre al fatto di essere ovviamente molto più occupato, trovo che la difficoltà maggiore sia quando stai recitando in una scena e, in qualità di regista devi dire "Ok, questa va bene così".   Quando sei contemporaneamente regista e attore, non puoi fidarti che di te stesso e devi essere capace di dare un giudizio obiettivo. Questo vuol dire anche valutare tutte le scene nel loro insieme, una cosa odiosa che, quando sei un attore, non hai bisogno di fare mai. All'inizio delle riprese tendevo a trascurarmi, dando la precedenza agli altri attori, e poi non volevo girare più scene del necessario, per non sprecare tempo. Per me, eternamente insoddisfatto, è stato tutto molto complicato. A poco a poco, però, grazie alla splendida squadra che avevo intorno, ho cominciato a rilassarmi e ad uscire da quel costante stato di semi-schizofrenia che si era impadronito di me.

Come hai scelto il cast femminile che ti ha accompagnato in questa avventura e, in particolare, Alexandra Lamy, nel ruolo di Florence?
Cercavo un'attrice sulla quarantina, bella, fresca, raggiante e piena di vita... un'attrice molto brava che fosse in grado di farci dimenticare il suo handicap, e che facesse parte della mia famiglia di colleghi attori. Ho pensato immediatamente ad Alexandra, che aveva tutti i requisiti. Il regista Eric Lavaine mi aveva detto almeno cento volte quanto fosse facile lavorare con lei. Ho trovato una perla rara. Il suo ruolo era difficilissimo, non solo perché doveva fingere una disabilità, ma anche per l'ambivalenza che derivava dalla situazione: "Si tratta di mascherare sin dall'inizio la consapevolezza che lui sta mentendo". Alexandra è una lavoratrice indefessa che non si lamenta mai, è incredibile. Ha dovuto imparare a giocare a tennis stando seduta su una sedia a rotelle. Ha imparato a suonare il violino. Ammiro il suo entusiasmo, ama il suo lavoro e si comporta come se niente fosse scontato, riesce a rendere tutto piacevole.

Parlaci invece di come hai scelto Elsa Zylberstein per il ruolo dell'assistente bonacciona e un po' pazzoide.
Avevamo già lavorato insieme e la vedevo spesso, la conosco bene. Oltretutto è una comica straordinaria, e nonostante ora lo sappia anche lei, visto che la gente continua a ripeterglielo, ancora non sa come le riesca così bene. Non volevo fare una commedia ironica, e così ho pensato che fosse una buona idea avere un'attrice cerebrale come Elsa, che avrei potuto facilmente rendere divertente e un po' folle. Elsa ha bisogno di capire tutto, di analizzare tutto, non ho mai visto una sceneggiatura con tante note a margine! Ci mette tutta sé stessa e il risultato è fenomenale perché non si mette freni.

Il tuo migliore amico, nel film, è interpretato da Gérard Darmon, che ha dato vita ad un dottore gay veramente formidabile…
Il fatto che sia gay è completamente casuale, infatti il film non ci si sofferma più di tanto, non lo tratta come un fattore particolarmente degno di nota. Gérard Darmon è uno degli attori francesi che preferisco, è sempre straordinario. Alcuni anni fa scrissi un progetto intitolato "Sabato 14, il film che fa più paura di Venerdì 13", e lui fu il primo a cui lo mostrai, e fu anche il primo ad accettare. Avevo bisogno di un personaggio in veste di un amico maturo, quasi una figura paterna.

Dove hai trovato, invece, Caroline Anglade, che interpreta il ruolo della sorella di Florence?
Mi serviva una ragazza giovane molto carina, per giustificare la bugia che sta alla base della storia. Abbiamo aperto le audizioni e ho capito immediatamente che Caroline, con la sua freschezza, era perfetta per il ruolo. E' giovane e bella, ma ha anche quel tocco di maturità che ritenevo essenziale per il personaggio.

Qual'è il messaggio che vuoi comunicare attraverso questa commedia romantica, tenera e un po' estrema? 
Che chi è condannato a rimanere seduto ci appare diverso da noi ma in realtà non lo è. E' un argomento al quale tengo molto, ma non voglio fare proclami, non voglio dare lezioni. Voglio solo dire che dobbiamo interessarci alle persone per come sono dentro. Tutti possiamo sollevarci, se lo desideriamo…

Intervista con ALEXANDRA LAMY

Cosa pensavi di Franck Dubosc come attore, prima di lavorarci come regista?
Avevamo lavorato in "Bis", di Dominique Farrugia, ma avevamo solo poche scene insieme.  L'avevo visto in altri film, però, ed anche in teatro. Dopo la serie "Camping", era stato criticato in maniera inappropriata, secondo me, perché la gente ancora ricorda a memoria alcune delle sue battute. E' un attore straordinario e quello che offre, in termini di comicità e di autoironia, è molto difficile da trovare. Devi avere il coraggio di buttartici, e pochi attori della nostra generazione sono capaci di farlo, quindi ho molta ammirazione per lui, per quello cha dà, e anche per la sua abilità sul lavoro.

Ti ha sorpreso, la sua scelta di dirigere un film?
No, mi è sembrato assolutamente normale. Quanto hai lavorato tanto come attore, è naturale voler passare alla regia. E' un po' come il prolungamento della nostra professione, che, prima di tutto, è raccontare storie, ed è interessante vedere un attore passare dietro la telecamera. La precedenza è spesso data all'interpretazione, il che è perfettamente logico, ma il suo modo di raccontare in qualche modo cambia. E' molto interessante, per degli attori, essere diretti da un collega.

Ti ricordi quando vi siete incontrati per la prima volta per questo progetto? 
Fui sorpresa, perché non ci conoscevamo molto bene e mi stupì il fatto che fosse venuto a cercare proprio me, ma allo stesso tempo ne fui felice, perché so che è un lavoratore instancabile e molto esigente anche con sé stesso, e questa è una cosa che adoro di lui. Ricordo che parlammo subito della mole di lavoro: dovevo interpretare una disabile e far capire di conoscere la verità, ma allo stesso tempo nasconderlo, e poi imparare a suonare il violino e a giocare a tennis sulla sedia a rotelle. La partita di tennis è una scena chiave del film, perché Jocelyn si innamora di lei proprio vedendola giocare, e il pubblico deve sentirsi come lui, deve pensare: questa donna è una guerriera, è la vita fatta persona. Abbiamo discusso sulla possibilità di usare una controfigura, per quella scena, perché risultasse davvero credibile, ma io ero contraria, e per me era un punto veramente importante. Una volta deciso questo, restava solo mettersi al lavoro.

Come ti sei preparata?
Prima ho cominciato a girare in sedia a rotelle per casa, dove niente è a misura di disabile, cercando di acquisire dei movimenti naturali, automatici. Poi mi sono allenata con un istruttore di tennis nel sud della Francia, due ore al giorno per un mese. Un ex campione che vive in quella zona mi ha gentilmente prestato la sua sedia a rotelle e mi ha dato qualche prezioso consiglio. Ho continuato ad allenarmi con Emmanuelle Morch, che ha partecipato alle Olimpiadi di Rio con la squadra francese: lei mi ha insegnato molto, è stato un incontro splendido. La sua vitalità e il suo sorriso raggiante mi hanno ispirata moltissimo e, nonostante tutte le difficoltà, mi sono veramente divertita a prepararmi per il ruolo.

Come hai fatto a familiarizzare con il violino? 
Ho studiato con una professionista. Mi sono subito resa conto che tre mesi non sarebbero bastati a suonare uno strumento che a lei sono serviti trent'anni per imparare, tanto più che Franck aveva scelto per me dei pezzi piuttosto complicati. Il violino non è affatto come il tennis, anche considerando lo scoglio della sedia a rotelle: è molto meno gratificante perché i progressi si vedono solo dopo lungo tempo. Ho faticato tanto per ottenere risultati che alla fine erano insignificanti. Con la mano destra sono stata in grado di imparare i movimenti principali, ad esempio a posizionare correttamente l'archetto e a centrarlo, ma con la mano sinistra le cose si sono rivelate difficilissime da subito, praticamente impossibili. Avrei avuto bisogno di troppo tempo, per cui abbiamo necessariamente dovuto utilizzare una controfigura.

Eri già stata in contatto con un handicap nel film "The Finishers",  di Niels Tavernier, ma non aveva niente a che vedere con questo... Che cos'è che ti ha attirata, di questa storia?
La mia prima impressione è stata di una commedia romantica molto carina e ben scritta, senza battute gratuite o banali. Era tutto molto allettante: la relazione tra il dongiovanni, il bugiardo, e questa giovane donna disabile che in realtà è molto semplice... a farla breve, due persone che teoricamente non hanno niente in comune... è avvincente e commovente, genera speranza. Oltre al concetto che l'amore abbatte le differenze, forse l'elemento più invitante è stato che sembra proprio che questa coppia cinematografica si regge tutta sulle spalle di lei.

Florence, il tuo personaggio, si accorge subito di chi lui è veramente, ma non considera la sua bugia un tradimento. Perché no? 
Io e Franck di questo abbiamo parlato già al primo incontro.
Ad entrambi appariva ovvio che lei avrebbe dovuto indovinarlo subito, perché certi segnali non mentono. Però eravamo anche d'accordo sul fatto che avrebbe finto di non sapere. La scena in cui lo spiega alla sorella è molto toccante: perché non trarre vantaggio da quello sguardo innamorato, perché non vivere per il presente e per questa parentesi che le sta regalando così tanto? Credigli, anche solo per un momento, non fare troppe domande. Non è bello?

E' sempre più complicato ridere di tutto e di tutti. Hai mai pensato che questo progetto potesse essere rischioso? 
Beh, il pensiero mi è passato per la mente, certo. Oggi, qualunque cosa dici, rischi di prenderle. Verbalmente, intendo... sui social. Sinceramente, però, l'apprensione mi è passata presto, perché non c'è una presa in giro gratuita, non c'è malizia in questo film. E, in casi come questo penso che, sì, si può ridere di tutto. Inoltre, il personaggio che si copre di ridicolo non è Florence, ma Jocelyn.

Interpretare un personaggio su una sedia a rotelle è un ruolo come un altro, oppure cambia il tuo modo di recitare? 
Ho chiesto alle parrucchiere e alle truccatrici di concentrarsi sulla parte superiore del mio corpo, perché succede tutto lì. Ho lavorato molto sul sorriso: volevo che apparisse radiosa, capace di catturare un uomo solo con lo sguardo, con l'espressione del viso. Poi ho cercato di abituarmi a non muovere le gambe, a dimenticare di averle e di aver mai camminato. Francamente, non è stato affatto facile.

Quando Florence dice: "Con lui mi sento intera, mi guarda come si guarda una donna". Hai pensato a quanto può essere difficile vivere senza essere mai guardati in quel modo?
Certamente, infatti è stata una delle mie prime riflessioni. E inutile girarci intorno, quando hai un handicap è molto difficile incontrare qualcuno. Non impossibile, però. Gli occhi sono importanti, volevo che si sentisse sensuale. Ho imparato da Fabien, che interpretava mio figlio in "The Finishers", che il modo in cui una persona ti guarda può rivelarsi devastante. La compassione di per sé può risultare brutale, ci vuole altro.

Una sera Florence si porta dietro le scarpe, come se avesse ballato tutta la notte, come faceva prima della paralisi. C'è una certa poesia in quella scena…
Ecco, hai centrato il punto. L'umorismo gentile e sensibile di Franck, è questo che amo di questo film. Il pubblico non dirà soltanto: "Oh, mi sono divertito da pazzi, stasera, con Dubosc e Lamy". No, rimarranno anche catturati dalle emozioni.

Come definiresti Franck il regista?
Conosce la paura, come tutti gli attori. Ha i suoi dubbi, che secondo me è una cosa essenziale, perché la gente troppo sicura di sé finisce col fare danni. Quando termina una scena, ti chiede: "Ti è piaciuta? Andava bene?". Cerca rassicurazione, è logico. Come regista è molto attento verso gli altri, verso tutti i suoi collaboratori. E' meticoloso, non lascia niente al caso, ma è anche molto generoso, anche troppo, a volte. All'inizio delle riprese era completamente assorbito dalla regia, e mi sono resa conto che stava trascurando il suo ruolo di attore. Gli ho detto: "Franck, smettila di concentrarti solo su di noi, pensa anche a te stesso". Naturalmente, ha capito subito.

Qual è il tuo personale messaggio, per gli spettatori di questo film?
Tutto è possibile, basta volerlo. Bisogna munirsi degli strumenti necessari e lottare. Capisco che possa sembrare ottimistico, anche senza toccare il tasto dell'amore, che ha comunque la precedenza su tutto il resto. Forse sarà un cliché, ma l'amore, anche oggi, può annullare le differenze e abbattere le barriere. 

 

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