Parlami di te (2018)

Un homme pressé

Locandina Parlami di te
Parlami di te (Un homme pressé) è un film di genere Commedia e Drammatico di durata circa 100 minuti diretto da Hervé Mimran con protagonisti Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit (Clémence Massart), Yves Jacques.
Prodotto da Albertine Productions (co-produzione) nel 2018 in Francia. esce in Italia Giovedì 21 Febbraio 2019 distribuito da BIM Distribuzione. Al Box Office Parlami di te ha incassato circa 113.681 euro.

TRAMA

Alain è un rispettato uomo d'affari e un brillante oratore, sempre in corsa contro il tempo. Nella vita, non concede alcuno spazio alle distrazioni e alla famiglia. Un giorno, viene colpito da un ictus che interrompe la sua corsa e gli lascia come conseguenza una grave difficoltà nell'espressione verbale e una perdita della memoria. La sua rieducazione è affidata a Jeanne, giovane logopedista. Con grande impegno e pazienza, Jeanne e Alain impareranno a conoscersi e alla fine ciascuno, a modo suo, tenterà di ricostruire se stesso e di concedersi il tempo di vivere.

Data di Uscita ITA: Giovedì 21 Febbraio 2019
Genere: Commedia, Drammatico
Nazione: Francia - 2018
Formato: Colore
Durata: 100 minuti
Produzione: Albertine Productions (co-produzione), Gaumont (co-produzione), France 2 Cinéma (co-produzione), Canal+ (partecipazione), Ciné+ (partecipazione), France Télévisions (partecipazione), Région Ile-de-France (con il supporto di), Centre National de la Cinématographie (CNC) (in partnership con), Entourage Pictures (participation), Cinécap (in associazione con)
Distribuzione: BIM Distribuzione
Box Office: Italia: 113.681 euro
In HomeVideo: in Digitale da Giovedì 6 Giugno 2019 e in DVD da Giovedì 6 Giugno 2019 [scopri DVD e Blu-ray]

Prossimi passaggi in TV:
Lunedì 10 Agosto ore 04:40 su Sky Cinema Due
Martedì 11 Agosto ore 04:40 su Sky Cinema Due +24

Cast e personaggi

Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hervé Mimran
Fotografia: Jérôme Alméras
Scenografia: Nicolas de Boiscuillé
Montaggio: Célia Lafitedupont
Costumi: Emmanuelle Youchnovski

Cast Artistico e Ruoli:

Immagini

[Schermo Intero]
Locandina internazionale
Foto e Immagini Parlami di te
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Locandina italiana
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Intervista con Hervé Mimran

Come le è venuta l'idea di lavorare su un simile soggetto?
Tutto è nato dalla voglia di lavorare con Matthieu Tarot, il produttore del film. Ci incontravamo con una certa regolarità per scambiarci delle idee e parlare dei nostri desideri. Fino al giorno in cui, nel suo ufficio ci siamo messi a parlare di un articolo di Le Monde. Era il 7 febbraio 2013. Era il ritratto di un ex grande manager, Christian Streiff, vittima di un ictus nel 2008, che era stato costretto a nascondere la sua malattia per diversi mesi prima di farsi licenziare in meno di due ore. Era l'inizio perfetto di una storia. Matthieu e io abbiamo incontrato Christian per cercare di convincerlo che la sua vicenda poteva diventare un film. Ci siamo visti diverse volte. Sono riuscito a persuaderlo che non avrei raccontato la sua vita, ma una storia ispirata al suo vissuto. Quando finalmente ha accettato, abbiamo passato svariati pomeriggi insieme affinché io potessi raccogliere il maggior numero possibile di informazioni riguardo alla sua malattia e al mondo dell'impresa.
Raccontare il destino di un uomo influente che ha fatto la fortuna delle principali aziende quotate alla Borsa di Parigi non mi interessava più di tanto a onore del vero. Ma quando Christian mi ha rivelato che a 20 anni il suo desiderio profondo era diventare attore, ma i suoi genitori glielo avevano impedito: è comparso l'essere umano dietro al grande capitano d'industria. Una breccia appassionante da scavare per uno sceneggiatore, per rendere simpatico e amabile qualcuno che in partenza non lo è. Peraltro, ho realizzato il sogno di Christian, affidandogli un piccolo ruolo nel film nella sequenza al centro per l'impiego.

L'importanza del linguaggio è uno dei punti in comune tra Tout ce qui brille, Nous York e Parlami di te...
È vero! È interamente frutto del mio inconscio, ma è proprio così! In Parlami di te, volevo soprattutto parlare della fragilità della vita, dell'essere umano, che sia un individuo potente o che sia un poveraccio. Essere un giorno in vetta e il giorno dopo senza più niente. È un tema che mi ha sempre affascinato. E che produce buone storie per di più. Che si abbia poco o tanto, si ha sempre paura di perdere quello che si ha.

Quando tutto si sgretola, quello che capita al personaggio di Alain, la violenza del colpo che subisce il suo egocentrismo è terribile.
Spesso, è un incidente della vita che ci fa rendere conto che abbiamo superato i limiti. Christian Streiff è uscito con il massimo dei voti dalle più grandi scuole e università: ha un'intelligenza superiore al normale e possiede una memoria fenomenale, come è dimostrato in una delle scene del film in cui Alain legge e analizza un bilancio in pochi secondi. Dopo il suo incidente, Christian era incapace di ricordarsi il codice del citofono del suo appartamento…. Al di là dell'egocentrismo, è la totalità della vita quotidiana ad andare in frantumi. E bisogna ripartire da zero. La ricostruzione è il tema principale del film. Un tema universale poiché riguarda sia un uomo che conduce una vita agiata, sia un impiegato che si ritrova disoccupato a 50 anni. Nella corsa sfrenata al successo, al denaro, alla riuscita, le persone dimenticano di fermarsi un istante a riflettere su quello che sono, su quello che desiderano veramente.

Ha scritto e diretto Tout ce qui brille e Nous York a quattro mani con Géraldine Nakache. Per quale motivo ha sentito il desiderio di cimentarsi da solo nella sceneggiatura e nella regia di Parlami di te?
Abbiamo trascorso otto anni della nostra vita a lavorare insieme. È stato un incontro importante e la condivisione di un'avventura con così tanti alti e bassi per ultimare il montaggio di Tout ce qui brille che il nostro sodalizio ne è uscito ancora più rafforzato. Firmare in due quei film era una ovvietà. Dopo quegli otto anni vertiginosi, ho avuto voglia di tornare a un'esperienza più solitaria. Ero già sceneggiatore e regista prima di Tout ce qui brille quindi la transizione è avvenuta spontaneamente. Mi sono interrogato sui miei desideri. Ho cominciato a scrivere tre sceneggiature molto diverse. Quando mi è venuta l'idea per Parlami di te, l'ho aggiunta agli altri progetti… e mi ci sono voluti tre anni per scriverlo.
Quando ho ritenuto che il processo di scrittura fosse concluso, ho avuto bisogno di uno sguardo esterno ed è stato in quel momento che Hélène Fillières è intervenuta. Proviene da universi diversi rispetto ai miei ed è questo che mi piaceva: abbiamo lavorato in immersione per diversi giorni: i nostri scambi sono stati spassosi e movimentati, ma estremamente costruttivi... E a un bel momento, ho fatto arrivare la sceneggiatura di Parlami di te a Fabrice Luchini e la situazione è inevitabilmente cambiata.

Guardando Parlami di te, viene spontaneo pensare che sia stato scritto per Fabrice Luchini, lui un appassionato delle parole che incarna un grande comunicatore che perde la facoltà del linguaggio…
A posteriori sembra scontato! Oggi è difficile immaginare Tout ce qui brille senza Géraldine Nakache e Leïla Bekhti, ma nelle prime versioni della sceneggiatura e prima di incontrare Leïla, il suo personaggio era biondo con gli occhi azzurri… Con il senno di poi, ho capito che scrivere un film per un attore è un errore. Se avessi puntato tutto su Fabrice e poi lui avesse rifiutato il ruolo, il progetto sarebbe sicuramente finito nel cestino. Sarebbe stato difficile immaginare il personaggio per un altro attore. Invece, è avvenuto il contrario. Quando ha dato il suo accordo, ho riscritto il ruolo per lui.
Potrei sostenere che ho scoperto Fabrice nei film di Rohmer, ma in realtà la prima volta che l'ho visto sul grande schermo, è stata in una bislacca commedia, Zig Zag Story di Patrick Schulmann. Mi aveva colpito per la sua recitazione atipica e il suo volto illuminato. In seguito, l'ho scoperto in teatro quando ha interpretato Céline. E lì…
Il nostro primo incontro è avvenuto in un albergo a Parigi. Inutile dire che ero molto stressato. Nel giro di pochissimo tempo Fabrice mi ha messo a mio agio leggendo la sceneggiatura a voce alta. Poi mi ha complimentato per l'omaggio che rendevo a Un mot pour un autre di Jean Tardieu... opera di cui io ignoravo l'esistenza! È una pièce scritta usando parole che non sono appropriate, ma di cui tuttavia si comprende appieno il significato. Per Fabrice Parlami di te ha rappresentato una sfida tutt'altro che semplice.

…La sfida di fondersi nel personaggio?
Ha adorato la storia, ma anche se è in grado di recitare a memora Baudelaire o il poema di Rimbaud «Le Bateau ivre», per questo ruolo era in ansia nel dover imparare delle parole che non esistono! Abbiamo fatto svariate letture, in particolare insieme, e gli è scattato qualcosa quando ha trovato il senso da dare ai suoi dialoghi. È il mistero e la magia dei grandi attori.

Una delle eterne questioni che un regista si pone di fronte a mostri sacri come Fabrice Luchini, è capire se e come si possa ancora dirigerli…
È terribile come il verbo "dirigere" possa suonare con un'accezione negativa utilizzato così. Dirigere non significa imporre una direzione ma piuttosto accompagnare l'attore nella sua direzione. Fabrice è un attore che rispetta sopra ogni altra cosa il testo e il regista. Contrariamente a quanto spesso si dice di lui, improvvisa pochissimo. E appena accorda a un autore la sua fiducia, lo segue. Dirigere Fabrice è possibile perché è proprio quello che lui desidera. Non ha bisogno né di scavo psicologico, né di conoscere il passato di un personaggio per incarnarlo. Vuole soltanto sapere il suo stato fisico, mentale ed emozionale nel momento della scena. Fabrice vive nell'istante presente. Conosce sempre con grande precisione il testo ed è completamente immerso nel personaggio nell'istante in cui deve interpretarlo. È l'anti «Actor's Studio»! Non che la cosa mi dispiaccia. Spesso è giusto fin dalle prime riprese, il che permette di affinare i ciak seguenti. A volte con lui sperimenti anche sfumature diverse e direzioni diverse.

I momenti più gradevoli sul set corrispondono alle scene che fanno presa sul pubblico?
Mi capita di esaltarmi dietro il monitor, di essere sorpreso, ma mi lascio raramente distrarre. È difficile per me essere spettatore del film che sto girando, anzi considero con diffidenza un atteggiamento di questo genere. Parlami di te è stato un film con un ritmo complicato da gestire, perché eravamo alla costante ricerca di un equilibrio tra molteplici toni. Mi ha dato molto piacere girare le scene in cui gli attori non avevano un testo. È in quelle che si riconoscono i grandi attori. E vi posso dire che ho avuto molta fortuna con Leïla e Fabrice.

È il terzo film che gira con Leïla Bekhti. Si può parlare di un colpo di fulmine artistico?
A mio giudizio, è una delle attrici più grandi della sua generazione. Sono più di dodici anni che facciamo parte della stessa famiglia eppure non smette mai di affascinarmi. La sua recitazione è molto incentrata sugli sguardi e sui movimenti del corpo. Quando ho scritto il ruolo di Jeanne, ho immediatamente pensato a lei. Durante un'intervista che abbiamo fatto insieme le hanno chiesto, come capita troppo spesso, delle sue origini e lei ha risposto: «Sogno di interpretare un personaggio che si chiami Jeanne»! Così io le ho scritto quel ruolo, in segreto. Non volevo che si sentisse obbligata ad accettare, detesto il ricatto affettivo. Non le ho mai parlato della sceneggiatura prima di inviarla al suo agente. Il giorno dopo, mi ha telefonato accettando subito il personaggio!

In cosa Leïla Bekhti si è spontaneamente ritrovata in questa donna integra e corretta che ha il compito di occuparsi della rieducazione di Alain?
Jeanne è una logopedista che lavora in un ospedale pubblico. Cura allo stesso modo le persone più disagiate e quelle più facoltose. Siamo tutti uguali con indosso un camice azzurro… Jeanne è capace al tempo stesso di esercitare autorità e ascendente su Alain, ma anche di provare empatia e di trasmettere calore umano. Conosco Leïla da più di 12 anni. Siamo cresciuti insieme, attraverso i nostri film e proporle un ruolo di donna responsabile mi è sembrata una cosa logica e naturale.

Ci si colloca ai margini della finzione, quando si tratta delle conseguenze molto reali nei casi di accidente cerebrovascolare?
Non faccio un film per rendere conto della realtà. Amo il naturalismo di alcuni cineasti, ma non corrisponde al mio universo. Quando Christian Strieff mi ha spiegato che straparlava convinto di essere intellegibile, ho capito di avere in mano la chiave di questa storia. Non avevo bisogno di andare a seguire il lavoro di un gruppo di logopedisti per sei mesi! Però, ho svolto molte ricerche, ho incontrato IL neurologo specializzato in ictus e i logopedisti che si erano occupati della rieducazione di Christian. Anche se si decide di non restare incollati alla realtà, non si possono neanche dire delle sciocchezze. Con Leïla, siamo persino andati a parlare con dei pazienti in stadi diversi di riabilitazione.
Ogni caso aveva le sue particolarità. Ho parlato con un uomo di 60 anni, brillante, con un eloquio consequenziale fino a quando non gli è stato chiesto di elencare in due minuti tutti gli sport che cominciano con la lettera «S»: come se gli avessero domandato di recitare Proust a memoria. Un'altra paziente, di 80 anni, si esprimeva come Alain nel film: in modo incomprensibile, ma animata da un'intenzione e una lucidità assolute.

Si è preoccupato di dare al film una dimensione più drammatica?
Mai. La base di ogni commedia è il dramma. È il modo in cui ho affrontato i miei precedenti lavori. Le reazioni del pubblico sono state a volte sorprendenti: alcuni sentivano gravità nei momenti in cui altri ridevano di gusto. È un aspetto che fa parte della mia cultura, del mio amore per un certo tipo di cinema che, con l'espediente dell'umorismo, parla con pudore di temi più cupi. La commedia non è un genere, è un linguaggio. Affondare il chiodo del dramma non fa per me. Spesso quando si parla di commedia, si pensa ai film comici, ma in realtà si tratta di un genere molto più vasto. Quando ero adolescente, con i miei amici ridevamo guardando i film di Pierre Richard e Louis de Funès, ma ero un po' l'unico a sghignazzare guardando Mel Brooks e il suo senso dell'assurdo e dello sfasamento.

La scena tragicomica in cui Alain si confida con un consulente del centro per l'impiego è esemplare di questo sottile dosaggio dei toni?
Può essere letta in questa chiave, ma io non sono uno che teorizza il suo lavoro o premedita quale reazione suscitare nel pubblico. La costruzione del film è l'esito di un processo più semplice, di un'intuizione. Quella scena l'ho scritta per far comprendere allo spettatore che cosa avviene nella testa di una persona colpita da ictus. Il modo migliore era adottare il punto di vista di Alain.
Prendiamo ad esempio un'altra scena, quella in cui Alain si sveglia in ospedale e i suoi cari scoprono che confonde parole e sillabe. Di per sé, è un momento doloroso e terrificante per la sua famiglia e per noi, ma facendo intervenire la governante in preda a una crisi di riso, la scena oscilla verso la commedia e ci sentiamo autorizzati a ridere della situazione. La risata è una forma di difesa davanti a un dramma. Qualunque reazione è lecita perché è profondamente umana. Probabilmente è per questo che faccio fatica a classificare i miei film all'interno di un genere…

E se parlassimo di commedia malinconica?
È un genere che non esiste! (ride). Ma perché no… È vero che il film si presta a un certo grado di introspezione, nel misurare le cose che abbiamo perduto, ma la sua traiettoria è proiettata verso l'avanti, non ristagna nella tristezza. Una «commedia sulla ricostruzione» suona meglio!

Un aspetto inatteso nella storia è l'assenza di un amore che sbocci tra i personaggi interpretati da Fabrice Luchini e da Leïla Bekhti...
Lo avrei trovato fuori tema. Non avrei creduto a una storia d'amore incarnata da questi due attori. Quando, con Leïla, siamo andati a vedere Fabrice in teatro, non si erano mai incontrati. Si sono trovati subito in sintonia. Durante la cena che è seguita quella sera, ho visto più due amici che ridevano delle stesse cose che due potenziali amanti. Sostanzialmente io credo nella possibilità di un'amicizia tra un uomo e una donna. In Parlami di te, ho avuto voglia di filmare lo shock dell'incontro tra una donna di un ambiente modesto e un uomo facoltoso, il modo in cui coniugano le loro forze e le loro debolezze.

Questo però non le ha impedito di giocare la carta del romanticismo tra Jeanne e Vincent, l'infermiere...
C'è una piccola storia d'amore, nel cuore della grande storia di amicizia tra Jeanne e Alain. Jeanne ha un handicap in amore e questa sua disabilità si spiega in particolare con il suo vissuto famigliare. Non ha voglia di essere amata. Desideravo mostrare un uomo che, malgrado la sua goffaggine, tenta la sua chance con lei. Igor Gotesman è più alto di Leïla di un bel tocco ed è il doppio di lei come stazza: in questa coppia improbabile c'è qualcosa di toccante e di estremamente divertente. E per quanto riguarda la scena in cui Vincent addestra Jeanne sul suo skate, è il mio lato sdolcinato (ride)!

Come la scena del salvataggio del cerbiatto di Fabrice Luchini sul cammino di Compostela?
È realmente accaduto a Christian. Ha davvero salvato un cerbiatto che stava per annegare quando ha fatto il sentiero della Grande Randonnée 5! Mi è molto piaciuto l'aspetto rivelatore della personalità di un uomo come lui che ha quell'episodio... Le riprese nella regione dei Pirenei è stata una boccata di ossigeno dopo un set prevalentemente parigino. Al di là del piacere cinematografico di filmare quei paesaggi in campi lunghi, ha rappresentato una svolta nel racconto: il film si apre e respira al ritmo dei passi di Alain che, finalmente, si concede di vivere il suo tempo.

Non si può non parlare della rivelazione di questo film, Rebecca Marder che interpreta la figlia di Fabrice Luchini…
È gentile a parlare di rivelazione, ma non sono stato io a scoprirla. Ci ha già pensato qualcun altro che si chiama Comédie Française. È vero che è straordinaria! Ho visto e incontrato una cinquantina di attrici. Quando ho circoscritto la selezione, l'ho vista diverse volte e ho organizzato un incontro con Fabrice durante il quale è emersa un'evidenza. Era lei!

La percezione è che lei ami molto tutti i ruoli secondari nel film…
Li adoro. Uno per uno. Ho cercato di farli esistere tutti. C'è da dire che sono stato enormemente avvantaggiato dagli attori. Da Igor Gotesman, regista e sceneggiatore dello spassosissimo Five, a Clémence Massart che non aveva più recitato in un film dai tempi di Thérèse di Alain Cavalier, passando per Ali Bougheraba che ho scoperto in teatro, senza dimenticare il dono prezioso che mi hanno fatto Yves Jacques e Micha Lescot accettando di partecipare al film…

La scelta musicale conduce il film verso l'ottimismo, la rinascita...
Mi sono messo nei panni di Alain nel momento in cui ha compiuto la scelta della sua vita. Bob Dylan, Cat Stevens e Harry Nilsson evocano sogni perduti... Invece, per la colonna sonora originale, ho chiesto a un gruppo molto contemporaneo, i Balmorhea. Vengono da Austin (Texas) e fanno musica strumentale utilizzando strumenti inconsueti come il banjo, il Theremin o il Cristal Baschet. L'improbabile giusto miscuglio che cercavo tra Philip Glass, Ry Cooder e Sufjan Stevens.

Farebbe sua la battuta pronunciata da Alain all'inizio del film: «Mi riposerò quando sarò morto»?
Lavoro molto, è in questo che trovo il mio equilibrio. Sto imparando piano piano a tenere in considerazione il fattore tempo, a impormi delle parentesi... Il mio mestiere è una passione che coltivo dai tempi dell'adolescenza, contrariamente a quanto è accaduto ad Alain. Lui dimentica sé stesso nel suo lavoro per evitare di porsi delle domande, mentre io nel mio lavoro trovo delle risposte… (sorride)

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