Good Kill

Venezia 71: Good Kill, la recensione


'Good Kill' è una pellicola che pone lo spettatore davanti ad interrogativi etici e morali non solo sulla guerra, ma anche su temi quali la vendetta, l'innocenza e la responsabilità. Peccato per qualche caduta di ritmo che rallenta un film altrimenti molto godibile.

di / 06.09.2014
Good Kill

Presentato in concorso alla 71a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Good Kill è l'ultimo lavoro di Andrew Niccol, in cui il regista mette in scena una nuova forma bellica; una sorta di videogames reale dove, ad ogni movimento del joystick si decide della vita e della morte di persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza. Al centro del film, infatti, c'è una cellula di soldati dell'aeronautica militare americana che governano droni che hanno il compito (e la facoltà) di uccidere qualsiasi persona possa essere considerata una minaccia per gli Stati Uniti e l'America in generale. Uno dei soldati è Tommy Egan (Ethan Hawke), un ex pilota che vorrebbe tornare a solcare i cieli con il suo aereo e le sue paure, e che invece si vede costretto, giorno dopo giorno, in un misero container dal quale gestisce una guerra silenziosa e quasi vergognosa. Una di quelle che non richiede sacrificio e non dona onore, almeno stando a quanto viene riferito dall'opinione collettiva. Eppure, giorno dopo giorno, Tommy continua il suo lavoro, e lo fa a discapito della moglie (January Jones di Mad Men) e della famiglia, che viene inevitabilmente sacrificato per un bene superiore. A fianco di Tommy, alla base, arriva poi una giovane recluta (Zoe Kravitz) che sogna di far carriera nell'esercito, non sapendo che il suo ruolo, così come i suoi valori, saranno chiamati a scendere in campo quando la sezione destinata ai droni dovrà collaborare con la CIA.

Sebbene non si presenti affatto come un film adatto ad una competizione ufficiale, Good Kill è una pellicola che spinge lo spettatore a riflettere e che si sofferma molto sui concetti di giusto e sbagliato, cercando di segnare un confine tra il bisogno di giustizia e il desiderio di vendetta, sentimenti entrambi familiari all'animo umano, ma con cui il popolo americano si è dovuto scontrare più e più volte dopo l'infame attacco dell'11 Settembre 2001, data che in Good Kill appare subito, appena dopo i titoli di testa, quasi a voler ricordare allo spettatore che l'America ha vissuto in realtà due vite, separate dall'attacco alle Torri Gemelle. Ed è proprio sul senso di giustizia e vendetta che il film si sofferma di più: tra i soldati che trovano giusto e logico bombardare villaggi e cellule terroristiche anche a discapito di innocenti, e chi invece vorrebbe porre la parole fine al conflitto, divenuto ormai solo un circolo vizioso senza via di scampo. Dove inizia la giustizia? Dove arriva la vendetta? Un esempio lampante di questo discorso è rappresentato dalla sequenza in cui i soldati sono costretti ad osservare lo stupro di una donna senza poter intervenire perchè l'uomo che sta compiendo l'atrocità non è uno degli obiettivi segnalati. Niccol allora sembra suggerirci una domanda: cos'è che spinge un uomo a considerare un proprio simile come un mostro meritevole di morte? Chi siamo noi per decidere chi merita di vivere e chi invece merita solo il girone più oscuro dell'inferno? In realtà il regista non risponde a nessuna di queste domande, contentandosi di spingere lo spettatore a porsi queste riflessioni che sono quanto mai attuale, visto il contesto storico che il nostro mondo sta attraversando, dove focolai e guerriglie sembrano pronte a portarci sulla soglia di un possibile conflitto mondiale.

Pur peccando di un rallentamento nel ritmo della narrazione - specie verso il finale - e mortificato da un personaggio femminile (quello della Jones) altamente fastidioso, Good Kill arriva al pubblico come una sorta di top gun 2.0, dove al rumore dei motori che rollano nel cielo si alternano quello dei macchinari messi in funzione nel confine ultimo degli Stati Uniti, ai piedi di una Las Vegas sempre più alienata e alienante. Nell'epoca del digitale persino la guerra perde la sua identità, trasformandosi in qualcosa che si pone a metà strada tra una piattaforma di gioco e la peggiore delle tragedie: un conflitto, come dicevamo, silenzioso ma anche vile, che punta a salvare vite americane da attacchi terroristici solamente ipotizzate. Andrew Niccol sceglie  -e la sua scelta a noi piace - di non schierarsi apertamente. Non sembra condannare del tutto la guerra, ma d'altra parte sembra anche suggerire un bisogno di pace e di tregua. Diviso tra ombre e luce e tra giustizia e mero eseguimento degli ordini, Andrew Niccol regala al proprio pubblico un prodotto filmico egregiamente confezionato, con qualche zoppìa di ritmo e un protagonista maschile del quale riusciamo a percepire i drammi interiori, etici e morali.

Valutazione di Erika Pomella: 7 su 10