L'uomo di neve, la recensione

'L'uomo di neve', trasposizione cinematografica del settimo volume che Jo Nesbo dedica al detective Harry Hole, è un film spaccato a metà, che nella seconda parte non riesce a mantenere le ottime premesse della parte iniziale, dove torreggia un credibilissimo Michael Fassbender.

Arriverà Giovedì 12 ottobre in tutti i cinema nostrani L'uomo di neve, nuova pellicola di Tomas Alfredson che, a sei anni di distanza da La Talpa e a nove da Lasciami entrare, decide di tornare dietro la macchina da presa utilizzando un romanzo come base da cui partire. Infatti, dopo John Ajvide Lindqvist e John Le Carré, il regista ha scelto Jo Nesbo come terreno fertile per una storia che si potesse sposare con la sua idea di cinema. Arriva così The Snowman, che nella produzione letteraria di Nesbo si pone come settimo volume di un'intera saga dedicata al detective Harry Hole, per questa occasione interpretato da Michael Fassbender.

Harry è un detective della polizia di Oslo, ad un passo dal diventare un alcolizzato e che sembra essere ossessionato dal proprio lavoro al punto da sacrificare ad esso anche la felicità della famiglia. Dopo essere stato lasciato dalla moglie (Charlotte Gainsbourg), Harry precipita in uno stato di prostrazione, dal quale viene tirato fuori quando l'arrivo di una collega (Rebecca Ferguson) lo spinge ad affrontare il misterioso caso di un serial killer che sembra agire solo quando l'aria si riempie di neve. Nel turbinio di indagini, Harry si troverà coinvolto con mogli scomparse (Chloe Sevigny), mariti sospettosi (James D'Arcy) e facoltosi uomini d'affari (J.K. Simmons).  

L'uomo di neve è un film che sembra essere stato tagliato in due dalla precisione di una lama ben affilata; una pellicola ibrida che deve questa sua natura "a metà" alla differente resa registica. Sebbene la mano di Alfredson sia riconoscibile in ogni inquadratura e in ogni filtro freddo che impone alla fotografia, lo spettatore avverte fin troppo facilmente quella che potrebbe quasi essere definita come un crollo di attenzione da parte dell'affabulatore che dovrebbe tenerlo avvinto in una trama dagli echi non solo thriller, ma anche a tinte quasi horror. Nella prima parte The Snowman riesce a mantenere vive e lucide queste promesse: la prima ora del film funziona sia per quel che concerne la costruzione dell'impianto narrativo, sia per quel che riguarda il coinvolgimento di chi guarda in un mondo dove è la suspance a farla da padrone. Tra distese di un bianco abbacinante e notti fredde dove il terrore si nasconde proprio in bella vista, il film di Alfredson sembrava davvero promettere il meglio, anche grazie ad un Michael Fassbender che non risultava così credibile dalla sua interpretazione nel Macbeth.

La raffinatezza registica e l'eleganza di una messa in scena volta a sottolineare le assenze molto più che le presenze, giocando tra luci e ombre in un incastro temporale pieno di mistero, va via via perdendosi man mano che la storia avanza. Lo spettatore si trova così di colpo sprovvisto di quel serpeggiante sentimento di tensione e attesa, trovandosi davanti ad una pellicola che decide di spiegare ciò che invece dovrebbe far vedere. Il film diventa verboso, macchinoso laddove fino a qualche scena prima risultava fluido come il sangue che macchiava il manto bianco che faceva da sfondo alla storia. Ci si trova così davanti ad un film che si lascia ben guardare, ma che è privo di quella scintilla di creatività che sembrava aver promesso all'origine. Alcune lacune in fase di sceneggiatura rendono lo svolgimento della trama un compito appena sufficiente, che fa rimpiangere senz'altro le potenzialità di una pellicola che era partita sotto i migliori auspici.

Valutazione di Erika Pomella: 6 su 10