La Favorita

La Favorita, recensione del film col premio Oscar Olivia Colman



La favorita è un film riuscito a metà, rafforzato da una regia e da un cast in grande forma, ma che non convince fino in fondo sul piano narrativo.

di / 26.02.2019
La Favorita

Nel 1706 la Regina Anna (Olivia Colman), ormai di salute cagionevole e anziana, passa le giornate nel completo disinteresse per ciò che le accade attorno. L'unica donna capace di attirare la sua attenzione è Lady Marlborough (Rachel Weisz), che grazie al suo ruolo di consigliera risulta essere la vera detentrice del potere, in virtù del quale sta guidando la Gran Bretagna nel conflitto contro la Francia. A turbare la quiete del palazzo arriva Abigal (Emma Stone), cugina di Lady Malborough caduta in disgrazia, ma piena di risorse. Tra le due inizierà una rivalità per il favore della regina.

Non ci sono eroi a palazzo, nessuna possibilità di redenzione per chi abita a corte. Tutti, dalla regina alla più insignificante delle domestiche, vivono in un cinismo perenne e ostentato, dove perseguire i propri interessi sembra essere l'unica scelta accettabile per sopravvivere. E poco importano le conseguenze. L'intera vicenda ha come sfondo una guerra che nessun abitante del palazzo percepisce direttamente. La regnante stessa sembra del tutto disinteressata alla questione, preferisce riempire le giornate coccolando i suoi conigli e ingurgitando cibo rinchiusa nelle sue stanze. Il conflitto diventa rilevante solo nel momento in cui questo si rende oggetto di contesa da parte di Abigail e Sarah per le attenzioni di sua maestà. Ma in questo gioco perverso nemmeno la corona sembra avere reale importanza per le due rivali: per la prima è solo un metodo di assicurarsi una stabilità economica e sociale, mentre alla seconda serve il favore della regina per esercitare il potere attraverso di lei. Potere che, per quanto centrale nella vicenda, non sembra risiedere da nessuna parte: non nella regina, non nel parlamento e nemmeno nella corte stessa. Sono tutti impegnati in frivolezze o dibattiti inutili, in balli sfarzosi e gare per determinare quale sia la papera più veloce del paese.

La freddezza è sicuramente uno dei tratti distintivi di Lanthimos, che anche in questo caso si riconferma come abile regista: la ricchezza delle scenografie e la pomposità dei costumi sono attenuate da una regia asettica e distante, aiutata in questo senso anche da una fotografia claustrofobica, che trasmette agli spettatori quel senso di straniamento tipico del cineasta greco. Empatizzare con una qualunque delle protagoniste è impossibile, se non addirittura sconsigliato: possiamo solo osservare le loro vicende dal punto privilegiato che la macchina da presa ci regala, come se stessimo assistendo a delle riprese a circuito chiuso. Forse il tratto più distintivo di questo distacco è l'assenza di una vera e propria progressione narrativa, ed è forse questo il tratto più debole della pellicola. La vicenda, pur ben contestualizzata storicamente, sembra esistere in un limbo senza tempo che impedisce agli spettatori di interessarsi sufficientemente a ciò che accade.

Nulla da dire invece sulle performance degli attori, che si reggono sulle proprie spalle tutta la fragilità narrativa. Menzione speciale per Olivia Colman, che per questo ruolo ha ricevuto il Premio Oscar come Migliore Attrice, che riesce a dare spessore ad un personaggio quasi monodimensionale, nevrotico fino allo sfinimento, ma proprio per questo è impossibile distogliere lo sguardo.

La favorita è un film riuscito a metà, rafforzato da una regia e da un cast in grande forma, ma che non convince fino in fondo sul piano narrativo, dove la volontà di Lanthimos di straniare lo spettatore agisce con troppa forza per risultare del tutto digeribile.

Valutazione di Jacopo Artuso: 6 su 10