Rachel, recensione del film di Roger Michell con Sam Claflin

Rachel Weisz e Sam Claflin sono i protagonisti di un dramma romantico che si tinge di mistero, in un film elegante ma che non riesce ad attualizzare il suo messaggio.

È chiaro fin dal trailer, in cui si ascolta una versione ipnotica e ammaliante della celebre Wicked Game: ci troviamo di fronte a una storia intrisa di passione e mistero, dall'atmosfera cupa e ambigua.

Rachel, scritto e diretto dal sudafricano Roger Michell (Notting Hill il suo film più famoso), è il secondo adattamento cinematografico del romanzo Mia cugina Rachele (1951), scritto da Daphne Du Maurier, già portato sul grande schermo nel 1952 con protagonisti Richard Burton e Olivia de Havilland. Rachel (Rachel Weisz) è la figura estranea e misteriosa che arriva a sconvolgere la vita del giovane Philip (Sam Claflin), il quale, rimasto orfano da bambino, è cresciuto in Cornovaglia nella grande tenuta del cugino Ambrose. Quest'ultimo parte per un soggiorno in Italia, da dove fa sapere di essersi sposato con Rachel, un'altra cugina rimasta vedova. Quando Philip apprende la notizia della morte di Ambrose, seguita dalla sparizione improvvisa di Rachel, la sospetta di omicidio. Poco dopo la donna si presenta alla villa in Cornovaglia e Philip passa dal sospetto all'infatuazione nei suoi confronti.

Quella che vediamo nel film è dunque Rachel vista attraverso gli occhi di Philip (e degli altri personaggi) senza sciogliere mai il mistero su chi sia veramente questa donna e quali le sue reali intenzioni: rimane la misteriosa ed esotica estranea avvolta da un alone di ambiguità, quasi di magia.

Il giovane protagonista cade così vittima di un'ossessione: il cosiddetto amour fou, potenzialmente rischioso da portare in scena in modo da farlo risultare credibile e coinvolgente senza andare gratuitamente sopra le righe. Qui vediamo Philip dimenarsi tra desiderio e sospetto, in un turbine emotivo che arriva fino al delirio onirico, scandito solenne dalla voice over: l'impressione che trasmettono i due protagonisti è quella di una coppia male assortita, così che il thriller psicologico risulta troppo blando.

È bene ricordare che Daphne Du Maurier (tra le sue opere anche Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli, divenute poi due fra i più noti film di Alfred Hitchcock) si distinse soprattutto per un tratteggio psicologico dei personaggi considerato decisamente moderno per l'epoca: è così anche per Rachel, emblema di una donna che prende il potere (anche attraverso la sessualità) in una società maschilista, sconvolgendo le convenzioni sociali specialmente in un mondo chiuso e provinciale (parliamo all'incirca del 1830, agli albori della rivoluzione industriale).

Questa lettura protofemminista non ci convince del tutto, anche a causa della performance di Rachel Weisz, un'attrice di suo dotata di un certo fascino ed eleganza, ma che qui sembra troppo trattenuta, al contrario di Sam Claflin, forse un po' troppo maturo per essere il protagonista naif e sprovveduto.

Giusta la scelta, tra i ruoli secondari, di Iain Glen (Game of Thrones) e Holliday Grainger (I Borgia), deludente invece il contributo del nostro Pierfrancesco Favino: il suo Rainaldi dovrebbe essere uno dei personaggi chiave della storia, ma viene trascurato dalla sceneggiatura e rimane quasi una macchietta.

Il film è esteticamente raffinato, soprattutto per quanto riguarda la parte tecnica, con una fotografia giocata sui toni freddi, le scenografie che esaltano la bellezza gotica e decadente della magione, o l'aspro e pericoloso paesaggio.

Un adattamento, in definitiva, realizzato con gusto e stile, per una storia che risulta datata e poco coinvolgente.

Valutazione di Matilde Capozio: 6 su 10
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