Ride di Valerio Mastandrea, la Recensione

'Ride', umano e profondo, è l'esordio alla regia di Valerio Mastandrea. Come si deve reagire a un lutto importante? La società sembra avere già tutte le risposte, quelle che non ha il singolo, invece; che, forte dell'unicità del suo dolore, pretende il diritto di star male come sente, in maniera autentica e naturale, senza dover essere necessariamente sottoposto a un giudizio inappellabile.
Ride di Valerio Mastandrea, la Recensione

Potrebbe essere una colazione come le altre, quella che stanno consumando insieme Carolina e Bruno, mamma e figlio. Se non fosse che l'argomento di conversazione tra i due lascia intuire il peggiore degli eventi: da una settimana è morto in seguito a una caduta accidentale sul posto di lavoro, Mauro Secondari, che dei due è rispettivamente marito e padre. Bisogna pertanto discutere e capire come affrontare al meglio il funerale, ossia come teoricamente ci si aspetta che ci si comporti in una situazione del genere.

Il tragico evento ha completamente spiazzato e travolto la giovane Carolina, "non ero pronta, non mi hai dato il tempo di prepararmi", ma purtroppo la morte non avvisa per tempo. Dovrà indossare l'abito nero? "Bisognerà pur preparare un discorso", su questo il piccolo Bruno sembra avere le idee chiare. Ma soprattutto, al momento, l'urgenza per la donna è un'altra: Carolina non riesce proprio a piangere, e per questo si sente fortemente in colpa; lo vorrebbe con tutte le sue forze, ma quelle lacrime non ne vogliono sapere di scendere dai suoi occhi, nel silenzio assordante di quell'appartamento così zuppo di cose, eppure così vuoto -si respira nitidamente l'assenza. Ed è un avvicendarsi continuo di persone che bussano alla parta della giovane vedova per far sentire la loro vicinanza, ma con l'unico risultato costante che è Carolina stessa a dover consolare loro, che con fare ingombrante ed egosintonico, non tengono conto della delicatezza del difficile momento che sta vivendo la donna e non le sono di alcun sollievo.

Bruno, intanto, è fuori casa con un suo amichetto ed è intento a preparare un discorso che possa funzionare con la "platea" del funerale del suo papà. Le ore passano, e sul finire della giornata, il bambino rientrerà a casa, ed affronterà a muso duro la mamma che sì, dovrebbe e vorrebbe piangere, ma proprio non ci riesce. Bruno allora scaglierà tutta la sua tipica rabbia infantile verso di lei -Ridi, perchè ridi? Ti ho vista ridere tante volte. Non piangi mai e per colpa tua non riesco a piangere nemmeno io". Ma arriveranno queste lacrime, arriveranno con i loro tempi e in maniera naturale, e "quando arriverà la pompa d'acqua noi ci ripareremo insieme" anticipa Carolina, in un'adorabile scena che è un chiaro riferimento al cinema di Michel Gondry "Se mi lasci ti cancello - Eternal Sunshine Of The Spotless Mind". Contemporaneamente, il funerale tanto atteso e temuto, sarà anche l'occasione per rivedersi e ritrovarsi per l'anziano, burbero papà e il fratello scapestrato del defunto Mauro, quest'ultimo assente, ma non troppo. E il cerchio si chiuderà, come è giusto che sia.

Ride, delicata e tanto umana opera prima di Valerio Mastandrea, è in uscita il 29 novembre nelle sale italiane. Il bravissimo attore che ben conosciamo viste le numerose pellicole a cui ha preso parte, ha scelto per il suo battesimo cinematografico un tema parecchio drammatico e profondo, per nulla banale o visto o già sondato; quello cioè del rapporto personale che ognuno ha con il dolore, che, inutile nasconderlo, è plasmato ed influenzato in maniera subdola e quasi con viscerale ritorsione, da fattori esterni, cioè dai dettami impliciti e non detti della società odierna, dalla morale del momento, dall'emozione collettiva, dal come è giusto o sbagliato che ci si comporti davanti a un evento tragico come può esserlo il lutto per la perdita di una persona cara. Si tratta dunque, come il regista stesso evidenzia, di "una vera e propria appropriazione indebita del dolore altrui" che agisce su chi ha subito la perdita come una forma di sopruso, a cui, inermi e impotenti, non ci si riesce ad opporre, ad esprimere il proprio dolore, che ha invece bisogno dello spazio e della tempistica necessaria, per maturare, prendere consapevolezza ed uscire fuori. Carolina chiede il diritto di poter star male come sente lei, nella sua maniera, che è anche l'unica forma utile per riuscire a vivere costruttivamente e in modo sano il dolore quando ci si trova a fare i conti con la perdita di una persona cara. Perdita tragica - perchè non si può morire al lavoro come si muore in guerra - il che evidenzia tutta l'impotenza delle ormai inesorabilmente consolidate dinamiche politiche e culturali che fanno da scenario alla vita di tutti noi.

Mastandrea indugia con la sua cinepresa con lentezza, con sensibilità e delicatezza sugli occhi di Carolina, che cercano ardentemente le lacrime, sui gesti dettagliati della donna che rivelano la sua fragilità nervosa sull'orlo del crollo. Mostra cura delle immagini e delle inquadrature dalle angolazioni interessanti e minuziose. Inoltre, ha scelto attori molto capaci, come lo sono Renato Carpentieri e Stefano Dionisi, nel ruolo del padre e del fratello del defunto; i due bambini, Arturo Marchetti, che impersona Bruno e Mattia Stramazzi, il suo inseparabile amico Ciccio, che nonostante sia per loro la prima volta sul grande schermo, vestono i panni dei loro personaggi in maniera assolutamente autentica. Questo sottolinea l'importanza di un buon lavoro di casting: quando quel qualcosa in più c'è, balza agli occhi, anche se non si ha alle spalle chissà quale carrira. L'unica non del tutto convincente nel suo ruolo per nulla facile, è la protagonista, Chiara Martegiani, che è inerme, e passivamente subisce quel vuoto andirivieni di persone. è svuotata completamente di carattere, forse troppo.

Non solo il film, ma anche la sceneggiatura è opera di Mastandrea che, aiutato nella stesura da Enrico Audenino, è riuscito a dare vita ad una storia dalla tematica drammatica, ma al contempo ricca di battute caratterizzate da ironia piacevole, mai eccessiva o fuori luogo. E ciò permette allo spettatore di mantenere costantemente viva l'attenzione senza cadere nella lacrima facile o nella noia. Inoltre, la simpatica bonarietà del tipico accento romano dei personaggi, dà quel tocco in più di pepe ai dialoghi.

Che bella la scena finale della pellicola! Allo spettatore il piacere di scoprirla. Dunque, inizio particolarmente interessante, ma non poteva essere diversamente, quello del regista Valerio Mastandrea.

Valutazione di Marica Miozzi: 8 su 10
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