Senza lasciare traccia di Debra Granik, la recensione



La toccante storia di un padre e una figlia la cui vita solitaria viene sconvolta all'improvviso.

di / 30.10.2018
Senza lasciare traccia di Debra Granik, la recensione

Senza lasciare traccia è la storia di Will (Ben Foster), un ex militare, e di Tom (Thomasin McKenzie) la sua figlia adolescente, che vivono in una foresta vicino alla città di Portland, in Oregon: è in mezzo ai boschi che portano avanti le loro esistenze quotidiane, e, ad eccezione di qualche visita in città per fare scorta di cibo e altri prodotti essenziali, vivono in quasi completo isolamento, cercando di non farsi notare dagli occasionali escursionisti. Basta una piccola distrazione, però, perché padre e figlia vengano scoperti e affidati ai servizi sociali, che trovano loro una nuova sistemazione. Per Will e Tom comincia così una nuova fase in cui tentare di adattarsi al mondo che li circonda.

Presentato al Sundance Film Festival, il film ha ottenuto recensioni eccellenti (basti dire che sul sito Rotten Tomatoes, è uno dei pochissimi film ad aver ottenuto il 100% di critiche positive).

La sceneggiatura è tratta dal libro My Abandonment di Peter Rock, a sua volta basato su fatti reali, ed è diretta da Debra Granik (Un gelido inverno), che torna a dirigere un lungometraggio di fiction dopo alcuni anni in cui si è dedicata principalmente a documentari.

Al cinema abbiamo visto padri come il Viggo Mortensen di Captain Fantastic, che cresceva i propri figli nei boschi, tra letture impegnate e tecniche di sopravvivenza; qui però non c'è solo il rifiuto del consumismo e del conformismo: il personaggio di Will infatti è affetto da disturbo da stress post-traumatico, che affligge spesso gli ex soldati, e che diventa un nemico invisibile ma persistente, portando alla difficoltà, se non l'impossibilità, di riadattarsi a una vita "normale". In questo senso, anche il concetto stesso di sopravvivenza assume una sfumatura diversa, in una vita che si svolge ai margini della società, e nel tentativo di mantenere una propria indipendenza che non si debba confrontare con il mondo esterno.

Il rapporto padre-figlia, centrale per la storia, è osservato attraverso il filtro della loro esistenza non convenzionale ma ne rintraccia anche gli aspetti più universalmente condivisibili: crescere fino a trovare la propria strada, affrontare i propri limiti per raggiungere un bene sia comune che individuale.

Lo sguardo della regista, che probabilmente sfrutta la sua esperienza nel documentario, è sempre discreto ed equilibrato, non esprime facili giudizi; il piovoso Oregon con i suoi boschi, tanto suggestivi quanto insidiosi, a volte diventa quasi un personaggio del film: soprattutto mostra un lato degli USA lontano dall'immaginario collettivo, e i tanti modi, magari anch'essi poco convenzionali, di fare comunità, sempre attraverso la ricerca di un'alternativa.

Giusta la scelta dei due protagonisti: Ben Foster, già beniamino del cinema indipendente, qui con un'interpretazione tutta giocata in sottrazione, mentre la giovane neozelandese Thomasin McKenzie, semi-esordiente, è una rivelazione.

Senza lasciare traccia è un film toccante e potente, che racconta una storia difficile con competenza, lucidità e sentimento.

Valutazione di Matilde Capozio: 7 su 10
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