The Fabelmans, film autobiografico di Steven Spielberg
The Fabelmans, film autobiografico di Steven Spielberg

The Fabelmans, recensione del film autobiografico di Steven Spielberg


Uno dei più importanti e acclamati registi della storia del cinema ripercorre la storia della propria infanzia e adolescenza, dal rapporto con i genitori, alla crisi familiari, e naturalmente il precoce amore per il cinema che lo spinge a raccontare storie, in un'opera nostalgica e in parte malinconica dal cast prestigioso.
Voto: 7/10

Già annunciato come uno dei grandi protagonisti dell'imminente awards season, accolto da consensi pressoché unanimi dalla critica oltreoceano e non solo, The Fabelmans è il nuovo film di Steven Spielberg, e indubbiamente uno dei suoi progetti più ambiziosi (dal punto di vista emotivo più che produttivo) e personali, per i motivi che andremo adesso a spiegare: si tratta infatti di un'opera parzialmente autobiografica ispirata alla sua infanzia e adolescenza, in cui il suo alter ego è Sammy Fabelman (interpretato prima da Mateo Zoryon Francis-DeFord, poi da Gabriel LaBelle), giovane cineasta in erba che cerca faticosamente di trovare la propria strada all'interno di una famiglia che oggi si potrebbe definire disfunzionale, a partire dai genitori Burt (Paul Dano) e Mitzi (Michelle Williams), ispirati ai veri Arnold e Leah Spielberg.

Vediamo dunque nel 1952 il piccolo Sammy che, un po' intimorito, si appresta a entrare per la prima volta nella sua vita in una sala cinematografica, per assistere a una proiezione di Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille: il bambino viene rassicurato e incoraggiato dalla madre, che gli descrive lo stupore e la magia delle storie viste sul grande schermo, e dal padre, che passa a esaltare il prodigio degli aspetti tecnici coinvolti nella realizzazione di una pellicola; notiamo già così quello che si può definire il contrasto tra arte e scienza applicabile in casa Fabelman: Mitzi è una pianista e concertista, mentre Burt un ingegnere al lavoro con i primi computer, emotiva e impulsiva lei, più controllato e razionale lui.

Confuso, spaventato ma decisamente affascinato dalla visione di quel primo film, Sammy comincia a sviluppare la passione per ricreare e filmare ciò che vede, e inizia a realizzare filmini casalinghi. Nel frattempo, però, lui e la sua famiglia devono affrontare momenti difficili e dolorosi, fra traslochi, crisi sentimentali, il bullismo e i primi batticuori scolastici.

Si tratta di un progetto che Spielberg covava da molti anni, e che ha deciso poi di concretizzare dopo la scomparsa dei suoi genitori, utilizzando anche il periodo della pandemia per lavorare alla sceneggiatura (un po' com'è successo a Kenneth Branagh per il suo Belfast) firmata insieme a Tony Kushner, che aveva già scritto per lui Munich, Lincoln e il remake di West Side Story.

Definito una lettera d'amore per il cinema, The Fabelmans non è però una semplice ricostruzione biografica che si limiti a elencare nomi e titoli che costituiscono la formazione artistica del suo protagonista/autore, né un dramma familiare che ricostruisca in modo didascalico fatti e date, ma è qualcosa di diverso e più insolito: è essenzialmente un romanzo di formazione, che è anche in parte un viaggio attraverso l'America di quegli anni, dalla sceneggiatura ondivaga, episodica ed ellittica che al suo interno contiene cambi di tono e di stile, quasi racchiudesse in sé tanti piccoli film in uno.

Uno dei grandi insegnamenti che il protagonista trae dai suoi primi passi come regista è che l'occhio della cinepresa sa catturare e imprimere anche quelle cose che spesso, all'occhio umano, sfuggono o che si preferisce ignorare; il cinema dunque è rappresentazione della realtà, ma è capace anche di alterarla, trasfigurarla fino a darle una veste e una luce nuova, ed è lo sguardo del regista ad avere la responsabilità di indirizzare e ispirare quello dello spettatore (lezione ribadita anche nel finale dall'incontro determinante di Sammy con un grandissimo personaggio).

Gli eventi sono raccontati con partecipazione ma senza grandi concessioni alla retorica, facendo sì che l'emozione arrivi ma spesso corretta e tenuta a freno anche da sprazzi di ironia e comicità, in un film lungo (due ore e mezzo) sebbene dalla trama non particolarmente densa di avvenimenti, con qualche sequenza che spezza un pochino il ritmo in alcuni punti.

La storia è valorizzata anche dal cast, dove oltre al funzionale protagonista troviamo una Michelle Williams in un ruolo complesso e potenzialmente a rischio di risultare esageratamente sopra le righe, che coniuga calore e fragilità, un interprete ancora spesso sottovalutato come Paul Dano, mentre un tocco di leggerezza è dato anche da Seth Rogen nel ruolo di un amico di famiglia. La struttura del film concede più spazio e tempo ad alcuni personaggi e situazioni a discapito di altri che invece sarebbe stato interessante approfondire, ma gli appassionati del cinema di Spielberg possono divertirsi a riconoscere in questo film l'eco di idee e temi che diverranno ricorrenti nei suoi lavori.

Nella filmografia di un autore che, se ci fosse bisogno di ricordarlo, ha firmato alcune delle opere più famose e importanti nella storia del cinema, che ha perfezionato l'arte di offrire grande spettacolo per un vasto pubblico, sia lasciando a bocca aperta con la fantasia e l'azione ricche di effetti speciali, sia commuovendo con il rigore e la costruzione del dramma storico, The Fabelmans è un'opera più intima, dalla risonanza minore sul piano formale o dell'impatto socio-culturale, ma che ribadisce l'attenzione speciale del regista per l'infanzia e per la voglia di raccontare storie. 

Valutazione di Matilde Capozio: 7 su 10