Un affare di famiglia, Hirokazu Koreeda racconta le sfumature dell'animo degli esseri umani

Un affare di famiglia ci mostra la profondità e le sfumature dell'animo degli esseri umani attraverso la loro capacità di provare e mostrare tenerezza, empatia e essere famiglia. Ma cosa significa davvero famiglia, essere padre e madre? Non aspettatevi risposte chiare e definite, Hirokazu Kore-eda lascia intendere e preferisce che provi a rispondere lo spettatore che godrà di questo delicato affresco 'familiare'.
Un affare di famiglia, Hirokazu Koreeda racconta le sfumature dell'animo degli esseri umani

Hirokazu Kore'eda filma la vita, ormai lo sappiamo bene. E la racconta passo dopo passo attraverso la semplice quotidianità, i momenti clou e i piccoli ma importanti gesti d'affetto che possono esserci o meno nella vita di ciascun essere umano e che possono fare la differenza. Questa infatti è la peculiarità del suo fare cinema: narrare i sentimenti, gli stati d'animo con una sensibilità e una delicatezza davvero rara. Da sempre interessato a esplorare i legami affettivi, dopo averci deliziato con "Father and Son" nel 2013, "Little Sister" nel 2015 e "Ritratto di famiglia con tempesta" nel 2016, è adesso la volta di "Un affare di famiglia", vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes e dal 13 settembre nelle nostre sale.

Probabilmente in onore del titolo originale -Shoplifters- che letteralmente significa "taccheggiatori", la pellicola inizia indugiando sul volto di Shota, un bellissimo bambino di sette anni intento a rubacchiare tra gli scaffali di un supermercato con la complicità di un adulto che sembrerebbe essere il suo papà, Osamu Shibata. Tutto fila liscio, il colpo va a segno, e dunque i due decidono di premiarsi con delle fumanti crocchette di patate prese ad un chiosco di passaggio sulla via del ritorno. Subito dopo si imbattono negli occhioni tristi e malinconici di una bimba di cinque anni che è sola su un balcone e ha un'aria affamata. Decidono così di portarla con loro nell'angusto ritaglio di abitazione in cui vivono stretti stretti in sei assieme a una vecchietta di nome Hatsue, sua nipote Aki e alla compagna di Osamu, Nobuyu. Quella è per tutti loro "casa".

Si potrebbe pensare si tratti di una famiglia di consanguinei che, come tante altre, vivono in una condizione economica particolarmente difficile. Invece no, in questo caso ciò che li unisce non sono i legami di sangue: Osamu non è il vero padre di Shota, nè Nobuyu la sua vera mamma, anche se a ognuno di loro piacerebbe esserlo. è una famiglia sui generis questa scelta e affrescata magistralmente da Kore'eda, i cui componenti sono legati da legami affettivi e stanno bene assieme, nonostante lo spazio minuscolo in cui vivono, nonostante il cibo e gli abiti scarseggino, nonostante siano "costretti" a dover ricorrere a furtarelli per procurarseli e a lavori poco appetibili e moralmente poco edificanti; -sì, nonostante tutto si respira un armonioso, intimo equilibrio in quella piccolissima casa. Perchè quello che non manca è il volersi aiutare reciprocamente, il sentirsi parte di una squadra, di un insieme. -Perchè solo se siamo uniti possiamo sconfiggere il pesce grosso- dice Nobuyu.

Kore'eda ci trasmette e mostra quindi, come, nonostante le privazioni importanti che comporta una simile condizione di povertà, questo non equivalga altrettanto ad una privazione affettiva, nonostante e soprattutto non si tratti di una famiglia di consanguinei. Proprio questo infatti vuole approfondire il regista: l'ipocrisia, la facciata, la formalità di famiglie che si definiscono tali sulla carta, ma poi ve ne manca l'essenza. La piccola Yuri, nome dato successivamente dalla sua famiglia "d'adozione", per esempio, troverà abbracci e tutto l'affetto, la considerazione, la complicità e il "sentirsi parte di" che le è sempre mancato nella sua famiglia d'origine. Basta davvero poco quindi.

Inoltre viene dato risalto alla Fantasia, che è l'altra componente che aiuta a vivere meglio e a cui fa ricorso il piccolo Shota, che attraverso i suoi occhi ci fa mostra come in una biglia blu si possa vedere il mare, lo stesso che andranno a vedere quell'unica volta che, tutti insieme, come una famiglia felice farebbe, usciranno dalla loro tana e sarà un momento di grazia e serenità per tutti, un dono prezioso per ognuno di loro e di cui essere grati. Tuttavia si tratta di un idillio precario destinato a frantumarsi non appena la realtà riuscirà a forzare le porte di quel micro mondo così fragile.. cosa accadrà?

Kore'eda firma dunque una storia commovente ma soprattutto umana e ricca di spunti di riflessione. Cosa è giusto? è più madre una madre che lo è sulla carta, ma anaffettiva e presa soltanto da sè, o piuttosto può essere definita tale una persona che sia in grado di abbracciare e mostrare empatia e tenerezza per la sua bambina? Oppure.. può essere criticato e disprezzato colui che compie furti se il suo fine è sfamare altre bocche, anche se questo è moralmente sbagliato?

E ce lo chiederemo a lungo anche noi, con impresse le splendide inquadrature che con grande sapienza e al tempo stesso con semplicità ci regalerà l'Occhio benevolo, gentile e poetico di questo bravissimo regista giapponese.

Valutazione di Marica Miozzi: 9 su 10
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