Dheepan - Una nuova vita (2015)

Dheepan

Locandina Dheepan - Una nuova vita
Dheepan - Una nuova vita (Dheepan) è un film prodotto nel 2015 in Francia, di genere Drammatico, diretto da Jacques Audiard. Dura circa 114 minuti. Il cast include Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan, Vincent Rottiers, Claudine Vinasithamby, Marc Zinga, Franck Falise. In Italia, esce al cinema il 22 Ottobre 2015 distribuito da 01 Distribution. Al Box Office italiano ha incassato circa 142.762 euro.

TRAMA

In fuga dalla guerra civile in Sri Lanka, un ex guerriero Tamil, una giovane donna e una bambina si fingono una famiglia. Accolti come rifugiati in Francia, vanno ad abitare in una banlieu difficile dove, pur conoscendosi appena, cercano di vivere in armonia. 

Info Tecniche e Distribuzione

Data di Uscita ITA: Giovedì 22 Ottobre 2015
22/10/2015
Prima Uscita: 25/08/2015 (Francia)
Genere: Drammatico
Nazione: Francia - 2015
Formato: Colore
Durata: 114 minuti
Distribuzione: 01 Distribution
Box Office: Italia: 142.762 euro

Cast e personaggi

Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain, Noé Debré
Musiche: Nicolas Jaar
Fotografia: Éponine Momenceau
Montaggio: Juliette Welfling

Cast Artistico e Ruoli:

Immagini

[Schermo Intero]

Intervista con Jacques AUDIARD e Thomas BIDEGAIN

Da dove viene il personaggio di Dheepan?

Jacques Audiard: Viene da Noé Debré che un giorno è venuto a trovarci e ci ha proposto questa idea di una coppia di stranieri molto stranieri, questa idea di due personaggi tamil in fuga dal conflitto cingalese.
Thomas Bidegain: Una comunità scossa dalla violenza per la quale non esiste una rappresentazione.
Jacques Audiard: Non esiste alcuna rappresentazione cinematografica di questa realtà! Cosa sappiamo noi del conflitto tamil? Noé ci ha mostrato un documentario della BBC "No Fire Zone", che è peraltro di una violenza a volte al limite del sostenibile, ma che racconta la peculiarità di questo conflitto: le forze governative negoziavano delle "No Fire Zones", nelle quali si rifugiavano le popolazioni tamil. Poi queste zone venivano bombardate e le sacche di resistenza si sono in tal modo via via ridotte fino a quando i tamil non si sono ritrovati sempre più accerchiati.

Il film si intitola Dheepan, ma il protagonista è un tutt'uno con la famiglia che forma insieme alla finta moglie e alla finta figlia. Sapevate fin dall'inizio che le due figure femminili alla fine avrebbero assunto tanta importanza?

Thomas Bidegain: Come per Un sapore di ruggine e ossa e Il profeta, il soggetto del film, l'obiettivo principale dei personaggi, è iscritto in modo quasi inconscio nella prima sequenza.
Jacques Audiard: Sì, è vero, ma non è percepito come un obiettivo nel momento in cui viene illustrato. Scopriamo una falsa famiglia: l'obiettivo, che sarebbe che diventasse una famiglia vera, è latente.
Thomas Bidegain: Proprio come in Un sapore di ruggine e ossa diventare padre è un obiettivo primario designato in modo implicito fin dalla prima sequenza.
Jacques Audiard: Penso che nelle primissime fasi del progetto non fossimo del tutto consapevoli di questo obietto: formare una coppia, una famiglia. Eppure è una cosa che ha preso forma in modo molto chiaro nella mia mente lungo il percorso e che le riprese non hanno mai smesso di rafforzare. Sono personaggi che non si amano. E non si amano a un livello di base molto preciso: lui era un soldato e lei era una civile. Un soldato ribelle nutre un enorme disprezzo per una civile.
A volte mi dico che Dheepan è veramente una commedia sul risposarsi. Nel fondo il tema che è alla base del film è un tema tipico da commedia: abbiamo bisogno di stare in famiglia, di stare in coppia, con uno scopo utilitaristico, per rientrare nei canoni di una società, e alla fine ci si prende selvaggiamente su un divano.
Thomas Bidegain: Eppure mi ricordo che abbiamo discusso della necessità di questo prologo. Il film avrebbe potuto aprirsi direttamente su un venditore ambulante.
Jacques Audiard: Ci sono state versioni del montaggio dell'inizio del film estremamente rapide in cui la ricerca del bambino non veniva mostrata, in cui se ne scopriva soltanto l'esito, ma non ci convincevano mai fino in fondo. Bisognava avere la pazienza di accennare alla falsità, alla menzogna, a tutto quello che sarebbe diventato il soggetto del film.

Yalini offre a Dheepan quello che lui aveva perduto: l'avere uno scopo nella vita. Nel momento in cui si innamora di lei, l'obiettivo di questa donna diventa il suo. L'epilogo ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, ma non è esattamente questo il concetto che evidenzia: la vittoria di Yalini su Dheepan?

Thomas Bidegain: Sì, abbiamo sempre avuto l'impressione che fosse uno dei rari obiettivi designati con chiarezza nella sceneggiatura: lei vuole andare a Londra. È il suo unico scopo, andare un giorno in Inghilterra perché lì vive una sua cugina. Del resto se la cugina vivesse in Danimarca, l'epilogo si situerebbe a Copenaghen senza che questo fosse un commento sul modello danese di integrazione raziale.
Jacques Audiard: L'aspetto che troviamo interessante in questa conclusione è che andando in Inghilterra Dheepan, che fino a quel momento ha imposto il suo desiderio agli altri, cede al desiderio della donna. Si sottomette ed è un'evoluzione intrigante. E lui è finalmente molto dolce.
Thomas Bidegain: Potremmo praticamente dire che Dheepan è la storia di una donna che vuole andare in Inghilterra.
Jacques Audiard: In ogni caso il film è abbastanza vicino all'ambizione iniziale e rettiliana del progetto che era quella di un lunghissimo percorso compiuto tra il primo e l'ultimo fotogramma. E che cosa farà sì che questi personaggi siano in grado di effettuare questo viaggio sia a livello esteriore sia a livello interiore.
Thomas Bidegain: Il meccanismo della sceneggiatura era anche molto più leggero rispetto ai tuoi due precedenti film…
Jacques Audiard: In questo caso non c'era un meccanismo. Non era necessario stupirsi di ritrovare nel montaggio le caratteristiche di quella che era stata la scrittura del progetto. Capita sempre di riscontrare dei problemi nel montaggio, ma io non li definirei tanto dei "problemi" quanto piuttosto delle caratteristiche di un certo tipo di materiale. Qui il montaggio è stato molto evolutivo. È stata un'evidenza che si è imposta da sola e io non volevo inserire gli attori in dispositivi troppo chiusi. Avvenivano cose che inventavo al mattino per il pomeriggio. Tu dici che si tratta di un film personale. Se lo è, è all'altezza del rischio, della paura che provo con grande regolarità durante le riprese. Un miscuglio di paura ed esaltazione.

Qual è stato il contributo degli attori e il loro vissuto a questa storia?

Thomas Bidegain: Durante tutta la fase della scrittura, ricordo che parlavamo dell'arrivo degli attori come di un'incognita che avrebbe in ogni caso squassato la sceneggiatura.
Jacques Audiard: Ho esitato a fare il film sulla semplice bontà della sceneggiatura. Non volevo rinnegarla, ma mi facevo delle domande. Il materiale del copione era abbastanza fresco? Era semplicemente un film di "vigilantes"? Trovavo anche che per ragioni di tematiche e di ambiente potessero esserci alcune somiglianze con Il profeta. Per un certo periodo mi sono interrogato su questo punto, ma il momento che per me è stato decisivo è stato quando ho visto gli attori. Insieme a loro ho ritrovato quello che era all'origine stessa del progetto: fare un film di genere con attori completamente stranieri e che questa stessa alterità entrasse nel genere. Questa sorta di alterità che cercavamo per il film la trovavo con naturalezza in loro. Ho passato lunghi momenti di immersione con i tre attori, un'esperienza piuttosto singolare. E poco a poco il quartiere di La Coudraie diventava realmente una terra straniera. Inoltre il film non poteva articolarsi troppo sulla finzione. L'aspetto più importante era l'interiorizzazione dell'intero percorso da parte dei personaggi: la loro evoluzione sul piano interiore e gli uni verso gli altri. Era fondamentale.
Thomas Bidegain: Credo che sia la notevole interpretazione di Shoba a mantenere questa tensione e, attraverso questa, l'unità formale del film. C'e qualcosa in lui che tuona da un capo all'altro.
Jacques Audiard: Se è così, tanto meglio e io credo che sia qualcosa che Shoba ha imparato in corso d'opera. Tanto per cominciare, non è un attore, non parliamo la stessa lingua e lui è stato un po' se stesso. È questo che mi ha mostrato durante i provini ed è questo peraltro che me l'ha fatto scegliere: una sorta di fascino, di nonchalance, all'interno di un corpo straziato. Ma mi sono subito reso conto che bisognava assolutamente che trovasse qualcos'altro, che il personaggio non era lui, era Dheepan. Toccava a me dunque a quel punto fargli capire chi era Dheepan, un uomo con una postura e un contegno diversi, con uno sguardo diverso, un uomo più posato.
Thomas Bidegain: Un eroe con un profilo.
Jacques Audiard: Volevo che fosse in grado di spingere un bidone dell'immondizia come un guerriero e non come un custode.
Thomas Bidegain: Kalie invece era già attrice.
Jacques Audiard: Non aveva mai recitato in un film, ma viene dal teatro e lavora in una compagnia di Chennai. Veniva a trovarmi con una certa regolarità per chiedermi a che punto era il suo personaggio in un determinato momento del film. Domande che Shoba non faceva mai. Con lui lavoravo scena per scena sui suoi movimenti, sulle sue posizioni. Con Kali, avevo un'interazione con un'attrice e lei possiede una forza propositiva e si è mostrata molto diversa a seconda del grado di consapevolezza che aveva di una determinata scena.
Non era la stessa persona, nemmeno sul piano fisico, da una scena all'altra. Ci sono state sequenze difficili da girare. Quando guarda la televisione in silenzio con Brahim, regna una specie di emozione sessuale che lei è stata in grado di rendere con molta semplicità e l'ha integrata con grande naturalezza nella sua recitazione. È sottile ed è seduttiva, ma l'ho scelta anche molto per la sua voce. Ha una voce straordinaria.
Thomas Bidegain: È  affascinante vedere come nel corso del film, passa dall'oggettività alla soggettività.
Jacques Audiard: Assolutamente. E anche lui fa questo percorso.

Claudine non aveva mai recitato, vero?

Jacques Audiard: È una bambina iperdotata in tutto, credo. Quando abbiamo girato il film aveva solo nove anni e io non riuscivo a capacitarmene. È veramente molto acuta e molto intelligente. Dopo un po' mi sorprendevo a chiedermi: in quanti film ha già recitato? In più ha svolto spesso anche il ruolo di interprete dal momento che parla un preziosissimo tamil. È stata una scelta perfetta.

Il riferimento alle "Lettere persiane" le sembra ancora d'attualità?

Jacques Audiard: È stato soprattutto una specie di slogan. Un "post-it" appiccicato sul progetto all'inizio del lavoro, un'indicazione. Per il resto, in merito alla questione dell'alterità possiamo dire che il film si articola complessivamente in vari punti di vista. Vediamo sempre attraverso i loro occhi, i loro sguardi su una realtà che non è la loro, che non conoscono e nella quale potrebbero entrare se possedessero la lingua, ma non la possiedono.
Thomas Bidegain: La bambina li precede nell'apprendimento della lingua straniera.
Jacques Audiard: Svolge il ruolo di propulsore nello sviluppo della famiglia. È lei che lega i due falsi genitori uno all'altro. È lei la prima ad andare verso il finto padre. In seguito stabilisce un accordo singolare con la finta madre: di fatto le dice "visto che non vuoi essere la mia finta mamma, sii almeno la mia finta sorella, sarà sempre meglio di niente".
Thomas Bidegain: All'inizio serve da tramite, riunisce le forze in campo, poi deve occultarsi per lasciare spazio a quello che diventerà una storia d'amore. Nella sceneggiatura, la storia d'amore era meno definita rispetto a come è nel film. C'era un desiderio nascente, un avvicinamento, ma non era il motore del racconto.
Jacques Audiard: E tuttavia è l'aspetto che mi ha convinto a lanciarmi in questa avventura: il fatto di dover sviluppare qualcosa nel corso delle riprese. È la prima volta che abbiamo deciso che sarebbe mancato qualcosa nella scrittura della sceneggiatura, che il film sarebbe stato valido solo se fosse cresciuto nella fase delle riprese. Ed è quello che è avvenuto attorno alla storia d'amore.

Gli attori avevano letto la sceneggiatura, ma erano consapevoli che avevano l'incarico di colmare queste lacune volute?

Jacques Audiard: Shoba e Kalie hanno capito fino in fondo in quale direzione sarebbe evoluto il film. E per me era abbastanza importante percepire la carica erotica delle scene tra Vincent Rottiers e Kalie. Ero interessato al film attraverso queste evocazioni del desiderio. All'improvviso nasceva qualcosa che avrebbe illuminato il racconto. C'era qualcosa di più definito e incarnato sul piano della sensualità.

E la scelta di Vincent Rottiers per interpretare appunto il personaggio di Brahim a che punto è intervenuta?

Thomas Bidegain: Nella sceneggiatura il personaggio era descritto come un nero alto e atletico.
Jacques Audiard: Sì, o un arabo, avevamo delle aspettative molto precise. Ma Vincent Rottiers è un attore con il quale da molto tempo mi interessava lavorare. E un giorno ho deciso che sarebbe stato Brahim, un po' come quando per Il profeta abbiamo deciso che Niels Arestrup avrebbe interpretato il capo corso. Non era stato designato lui all'inizio. Mi piaceva l'idea che il personaggio di Brahim non fosse un bruto incallito, ma un individuo piuttosto infantile, giovanile.
Thomas Bidegain: Nel film, Brahim richiama suo zio, suo padre. C'è un riferimento a un lignaggio, a una dinastia, che non era presente nella sceneggiatura.
Jacques Audiard: È stato vedendoli sul set che mi è venuta l'ispirazione, l'idea di incroci improbabili, di designare la filiazione di questo ragazzo biondo con gli occhi opalina che si chiama Brahim.
Thomas Bidegain: Come il personaggio interpretato da Matthias Schoenaerts in Un sapore di ruggine e ossa che si chiamava Ali.
Jacques Audiard: L'ispirazione ci è venuta anche visitando i centri di accoglienza durante i sopralluoghi. Vi ho incontrato famiglie musulmane in cui si vedevano biondi con le gote rosa e gli occhi color acqua. Gli stereotipi sono saltati in aria e l'idea di Vincent Rottiers è venuta verosimilmente da questo.

Le riprese a La Coudraie hanno influenzato il film, come è accaduto con la scoperta degli attori?

Jacques Audiard: Per il quartiere periferico abbiamo a lungo cercato un dispositivo scenografico particolare. Gli ambienti erano un imperativo nella sceneggiatura, erano essenziali al confronto, al concetto della "No Fire Zone". Ma sobborghi con una simile configurazione non esistono più, sono stati per la maggior parte demoliti. Poi abbiamo trovato La Coudraie, a Poissy. Un paesaggio in fase di desertificazione, ma soprattutto la collaborazione degli abitanti hanno indubbiamente contributo al risultato finale del film. Ma resta un ambiente, un ambiente molto frontale e non sociologico. Altrimenti lo avremmo trattato in modo diverso.

E il fatto di aver cambiato un numero consistente di collaboratori nella troupe?

Jacques Audiard: In fin dei conti il cinema serve a sperimentare delle cose, a vivere dei rapporti diversi con le persone. E il fatto di aver cambiato non pochi elementi sul set mi ha spinto a pensare che avevo ragione su alcuni punti e non necessariamente su altri. Ma è stato piacevole poter dire a me stesso un giorno che per questo film in particolare, in cui mi addentravo in un ambito completamente estraneo, tanto valeva che fossimo tutti estranei e stranieri.

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