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Il primo re (2019)

Il primo re

Locandina Il primo re
Il primo re (Il primo re) è un film di genere Drammatico e Storico di durata circa 123 minuti diretto da Matteo Rovere con protagonisti Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Lorenzo Gleijeses.
Prodotto da Rai Cinema nel 2019 in Italia e Belgio [Uscita Originale il 31/01/2019 (Italia)] esce in Italia Giovedì 31 Gennaio 2019 distribuito da 01 Distribution.

TRAMA

Due fratelli, soli, nell'uno la forza dell'altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda. 

Data di Uscita ITA: Giovedì 31 Gennaio 2019
Data di Uscita Originale: 31/01/2019 (Italia)
Genere: Drammatico, Storico
Nazione: Italia, Belgio - 2019
Formato: Colore
Durata: 123 minuti
Produzione: Rai Cinema, Groenlandia, Gapbusters (co-produzione), VOO (co-produzione), BeTV (co-produzione), Roman Citizen Entertainment (in associazione con), Casa Kafka Pictures (in associazione con), Belfius (in associazione con), Regione Lazio (con il supporto di), Belgische Taxshelter voor Filmfinanciering (con il supporto di), European Union (con il supporto di), Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) (con il supporto di)
Distribuzione: 01 Distribution
Box Office: Italia: 2.088.442 euro
In HomeVideo: in Digitale da Giovedì 16 Maggio 2019 e in DVD da Giovedì 16 Maggio 2019 [scopri DVD e Blu-ray]

Cast e personaggi

Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Matteo Rovere, Filippo Gravino, Francesca Manieri
Musiche: Andrea Farri
Fotografia: Daniele Ciprì
Scenografia: Tonino Zera
Montaggio: Gianni Vezzosi
Costumi: Valentina Taviani

Cast Artistico e Ruoli:
foto Lorenzo GleijesesLorenzo Gleijeses
Purtnas, il cacciatore
foto Vincenzo CreaVincenzo Crea
Elaxantre, il ragazzo
foto Gabriel MontesiGabriel Montesi
Adieis, il gentile

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Immagini

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NOTE DI REGIA

La leggenda di Romolo e Remo, pur lontanissima nel tempo, ha qualcosa di molto vicino a noi. È una materia solo apparentemente semplice, lineare, ma che racchiude in realtà un'enorme quantità di simboli e significati, che fondono l'origine della nostra civiltà con qualcosa di intimo e insieme complesso, ineffabile forse, ma che sicuramente guarda dentro tutti noi. La prima difficoltà è che questo mito fondativo (che si pensi a Livio, a Plutarco o a Ovidio) è una storia narrata molto tempo dopo. Un mito appunto, e l'etimologia di mito, mythos, significa in primo luogo racconto, non la storia dunque, ma un racconto costruito ex post, donatore di senso per chi lo ha elaborato. Con gli sceneggiatori abbiamo quindi approfondito questa narrazione così antica, tentando di interrogarla, cercando gli elementi maggiormente ricorrenti: due fratelli gemelli, Albalonga, un tradimento, un cerchio sacro, un segno degli dei. Abbiamo studiato il racconto leggendario e il contesto, facendoci conquistare dallo strapotere della natura sulle esistenze umane: trenta o più tribù separate nel basso Lazio, e l'effetto dirompente di un uomo che porta una visione in grado di unificarle; una città che custodisce il fuoco, e il fuoco che incarna Dio. Così facendo il mito ha iniziato a muoversi sotto i nostri occhi, a interrogare dalla sua matrice più arcaica un nodo dell'Occidente, il nostro rapporto con il silenzio violento, inquietante, inquisitore di Dio. Siamo noi in grado, da soli, di reggere il peso delle nostre esistenze? Questo racconto apparentemente semplice ci ha ricondotto a un dilemma primario, viscerale: cosa prediligere nella vita, la sopravvivenza del nostro gemello, ovvero della parte più intima di noi, o la sottomissione a un potere più grande, poiché non tutto ci è dato di sapere? Le nostre vite ci appartengono fino in fondo? È amore o hybris quella che ci fa pensare di poter essere noi gli artifici del nostro destino? Abbiamo iniziato a far rimbalzare gli elementi l'uno sull'altro perché la storia interrogasse il mito e il mito tornasse a svelarci la sua potenza primordiale, parlasse all'oggi, ci raccontasse la radice oscura e dolorosa di un atto così potente come la fondazione del più grande impero di sempre. Due gemelli, dunque, l'uomo e il suo doppio. Il fuoco sacro che unisce, ma chiede sacrificio. L'uomo e Dio. Il vaticinio, e quello che ne deriva: sottomissione al destino o libero arbitrio? Romolo ha la capacità di compiere un atto empio, rubare il fuoco, ma un atto che allo stesso tempo riesce a far muovere il Dio dalla sua inesorabile immobilità, portandolo nel mondo, è un atto folle che sposta il potere dalla violenza alla persuasione. Perché tutto questo si rivelasse con la più grande potenza emotiva, è stato necessario che la narrazione ruotasse su se stessa e assumesse un punto di vista nuovo, quello che più mi interessava, quello dello sconfitto, di Remo, di colui che ama suo fratello più di ogni cosa. Remo è colui che reca il dilemma eterno: è più divino chi si ribella al Dio per difendere l'amore, o il Dio che quell'amore chiede di sacrificarlo? Il mondo de "Il Primo Re" è un mondo che andava costruito interamente. Ogni decisione presa, ogni scelta fatta, è stata il frutto di un enorme lavoro sia tecnico che su me stesso e sulla mia idea di cinema. Avevo una responsabilità complessa ma anche un gruppo di lavoro straordinario, composto dalle più grandi eccellenze italiane, animate in più da uno straordinario desiderio di mettersi in gioco in questa sfida, per dimostrare una volta ancora che il nostro cinema vive sempre di più dentro una gabbia, una gabbia con sbarre invisibili, che si vedono solo quando tentiamo di aprirle.

NOTE DI PRODUZIONE - Andrea Paris e Matteo Rovere

Questo progetto è stato un modo per tutta l'industria italiana di misurarsi con qualcosa di molto ambizioso ed estremamente complesso. Una scommessa difficile sin dalla costruzione del piano finanziario, circa nove milioni di euro, coperti in Italia solo in parte e integrati con risorse arrivate dalle co-produzioni, che hanno dato al progetto una dimensione internazionale, che pesa relativamente sul nostro paese. Il nostro amore per il cinema italiano, per la sua storia, ci fa spesso ragionare cercando di chiederci quale sia il nostro compito oggi, quali debbano essere i nostri obiettivi e quali i progetti su cui concentrarci. Il senso che accomuna tutti questi sforzi resta però uno: il tentativo di realizzare pellicole non usa e getta, ma anzi prodotti strutturati, che restino negli anni. La nostra idea per "Il Primo Re" era seguire la regia nell'impostazione di un film realistico, analogico, fatto di sequenze riprese con luce naturale ma anche tecnicamente complesse, con un uso limitato dei VFX. Le maestranze del nostro cinema si sono rivelate in questo straordinarie, non a torto riconosciute tra le migliori del mondo. Le immagini (il film è girato in formato anamorfico con lenti Zeiss arrivate appositamente dal Belgio) sono figlie di un'impostazione estetica e scenografica coerente con il periodo raccontato: abbiamo lavorato con archeologi e storici, che insieme ai linguisti e ai semiologi hanno supportato il progetto con l'obiettivo comune di creare una narrazione moderna, composta però da elementi storicamente attendibili. Le sequenze d'azione sono state coreografate e realizzate nei circa cinque mesi di preparazione dedicati alla pellicola: abbiamo cercato di trasformare i nostri protagonisti in veri e propri stunt, per aumentare la dose di realismo. Ad esempio, la scena iniziale dell'esondazione del Tevere ha impegnato oltre due settimane di riprese tra location e studio, con la costruzione di un bacino d'acqua lungo quarantacinque metri, contenente circa mezzo milione di litri e dotato di una piattaforma basculante alta venti metri, con plate girati tra Italia, Ungheria e Colombia. Questo semplicemente per cercare di offrire allo spettatore, attraverso il tanto lavoro, quella che è la nostra idea di cinema: un cinema che va in sala e che speriamo torni ad essere più che mai vivo, coraggioso nell'affrontare sfide e desideroso di sorprendere il pubblico regalandogli nuovi mondi, emozioni, visioni. Cerchiamo di approcciare i progetti produttivi portando innovazione, ma anche riflettendo sul fatto che spesso il limite siamo solo noi, e dobbiamo avere la voglia di guardare oltre.

LOCATION E SCENOGRAFIA

La scelta delle location riveste un ruolo di primaria importanza per la realizzazione di questo film. L'ambientazione naturale è fortemente caratterizzante: paesaggi incontaminati e selvaggi sono lo scenario principale in cui si svolgono le vicende raccontate. È stata spontanea la scelta di guardare al Lazio come area di ricerca principale, dove storicamente si è svolta la vicenda. E proprio in questa regione sono state individuate tutte le tipologie di paesaggi in cui si muovono i personaggi del film: zone paludose, greti di fiumi, montagne rocciose, foreste e boschi mediterranei, spiagge, saline, zone termali e sulfuree. Aree naturali protette che ci riportano a quella tipologia di ambienti incontaminati in cui l'intervento dell'uomo e le costruzioni moderne sono assenti o occultabili. Il paesaggio non è solo la cornice delle vicende ma è un elemento imprescindibile con cui i personaggi devono confrontarsi, a tal punto da diventare personaggio esso stesso: complice, nemico o divinità a seconda delle circostanze. Il legame che c'è tra gli ambienti naturali e le popolazioni del tempo, basato sulla necessità terrena della sopravvivenza, è così forte che coinvolge anche tutta la sfera spirituale e diventa elemento fondante delle religioni pagane dominanti. Anche la mitologia e i simboli chiave della leggenda della nascita di Roma non prescindono dalla natura, siano essi il fuoco sacro di Vesta, il fico ruminale, la lupa o il Tevere, per citare i più noti. Proprio il fiume e le zone paludose dove esso esonda sono la culla della storia e punto nevralgico in cui essa si articola. La natura è fonte di cibo e sopravvivenza, rifugio ma anche ostacolo da superare e piegare alle proprie esigenze. Le intemperie si abbattono sui corpi spesso malconci dei protagonisti come nuovi colpi che causano ferite. Lo sporco, la fatica, il fango e il sudore sono onnipresenti. Per quanto riguarda gli scenari montuosi e boschivi sono stati individuati luoghi di straordinaria bellezza nel parco regionale dei Monti Simbruini (ricchi per altro di piccole cascate e laghetti), nel parco dei monti Lucretili, il monte Cavo con la sua via sacra che già nell'VIII secolo a.C. veniva usata per raggiungere il tempio di Giove, il monte Ceraso, nel parco di Veio. L'Aniene e tutta la riserva naturale annessa ci riportano a quello che poteva essere l'aspetto del Tevere al tempo della fondazione della città capitolina. Paesaggi marittimi incontaminati si trovano invece nella riserva di Decima Malafede e del Circeo con la selva di Circe e il lago dei Monaci. Unica, suggestiva e variegata è la Riserva di Tor Caldara, vicino ad Anzio. L'archeologia è la fonte usata per la ricostruzione dei villaggi e degli edifici presenti nel film. Gli insediamenti urbani precedenti alla fondazione di Roma sono piccoli agglomerati di capanne di fango con tetti di paglia, circondati solo da trincee e montarozzi di terra per difendersi da attacchi improvvisi. Capanne ovali al di fuori delle quali si potevano incontrare strumenti e oggetti di un artigianato piuttosto primitivo utili per compiere le attività principali quali la coltivazione del farro e l'allevamento delle pecore. L'archeologia è la fonte usata per la ricostruzione dei villaggi e degli edifici presenti nel film. Gli insediamenti urbani precedenti alla fondazione di Roma sono piccoli agglomerati di capanne di fango con tetti di paglia, circondati solo da trincee e montarozzi di terra per difendersi da attacchi improvvisi. Capanne ovali al di fuori delle quali si potevano incontrare strumenti e oggetti di un artigianato piuttosto primitivo utili per compiere le attività principali quali la coltivazione del farro e l'allevamento delle pecore. Città più strutturate, quali Alba Longa, sono poco più che un insieme di abitazioni, questa volta però più solide, in muratura come le mura che le circondano. I luoghi di culto sono separati dalle città e facilmente raggiungibili attraverso le strade esistenti all'epoca. Come la via Sacra che conduce al santuario di Giove Latiaris vicino ad Alba, la Salaria porterà invece al santuario di Vesta, che Romolo farà costruire fuori dalle mura capitoline, accanto alla capanna regia. Templi simili alle strutture abitative dell'epoca, ancora molto diversi da quelli marmorei greci. 

LA RICOSTRUZIONE STORICA STORICA

In qualità di archeologi del gruppo di ricerca in Etruscologia e antichità dei popoli italici dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", siamo stati chiamati a verificare gli aspetti storici inerenti la ricostruzione del Lazio di epoca preromana. Da un punto di vista accademico mistificazione, disinformazione e mancanza di accuratezza sono caratteristiche riscontrabili in numerosi film storici, dove la spettacolarizzazione della narrazione prevale sulla realtà. Al contrario, "Il Primo Re" (pur trattando temi legati al mito delle origini di Roma), ricostruisce con fedeltà l'ambiente naturale e gli oggetti materiali che caratterizzavano il territorio e la società del Lazio nell'VIII secolo a.C. Il paesaggio è dominato dalla costante presenza del Tevere, circondato da fitti boschi e paludi mefitiche. La città di Roma, infatti, sarebbe sorta in prossimità del fiume dalla progressiva riunione di più villaggi sparsi sulle alture limitrofe, assicurandosi il controllo sui guadi e sulle vie di comunicazione, che consentivano gli scambi commerciali tra i diversi popoli dell'Italia centrale. Un'estrema accuratezza scientifica è riscontrabile non solo nell'utilizzo del "protolatino", ma anche nella realizzazione del materiale di scena. Esatta è la riproduzione dell'equipaggiamento bellico utilizzato nelle scene di combattimento corpo a corpo. Tra i manufatti duplicati spiccano soprattutto la spada ad antenne e il cardiophylax. La prima, così denominata per la particolare forma spiraliforme dell'impugnatura, era utilizzata da alcuni popoli italici dell'età del Ferro e costituiva l'elemento distintivo del guerriero. Il secondo, invece, era una corazza formata da una piastra metallica (dal profilo circolare o quadrato) che, legata con delle strisce di cuoio, era posta a protezione del cuore. Fedeli alle ricostruzioni archeologiche sono anche le diverse capanne, fulcro dell'attività umana nel villaggio, costruite con materiali deperibili: pali di legno per la struttura portante, canne palustri per il tetto, o rivestite d'argilla quando usate per le pareti. Coerente al racconto di alcune fonti antiche è anche l'istituzione, ad opera del primo re di Roma, del collegio delle vergini vestali. Le sacerdotesse erano consacrate alla dea Vesta e, per trenta anni, avevano l'obbligo di mantenere sempre vivo il fuoco sacro, simbolo del focolare domestico e del benessere dello Stato. Da un punto di vista antropologico, un altro aspetto coerente dell'opera sta nell'aver scelto di raccontare, seguendo il mito, la realtà "caotica" e ferina che precede la fondazione dell'Urbe, dove la nascita di Roma si ascrive come un evento che stabilisce un ordine fondato sul rispetto delle leggi divine, poste alla base della costruzione politica del potere. Tale evento è rappresentato allegoricamente nel mito attraverso la lotta tra i due fratelli: Remo, pur primeggiando per vigore fisico, soccomberà alla forza dei sentimenti di devozione religiosa e di compassione per il prossimo espressi da Romolo, come spesso riportato dalle fonti di età imperiale. In conclusione, "Il Primo Re" si rivela un'opera non solo destinata all'intrattenimento, ma anche un'utilissima fonte per gli accademici, unica nel suo genere, di trasmissione del sapere con importanti finalità didattiche e divulgative.

Professoressa Donatella Gentili: docente di Etruscologia e antichità de i popoli italic i presso l 'Università di Roma "Tor Vergata"; membro del Collegio de i Docenti del Dottorato di Ricerca in Archeologia e Etruscologia presso la Facoltà di Lettere dell 'Università di Roma "La Sapienza". Dott . Alfredo Morac i , Dott . Damiano Portarena , Dott .ssa Emanuela Rascaglia: Archeologi – Università di Roma "Tor Vergata".

I COMBATTIMENTI

I nostri personaggi si muovono all'interno di un mondo selvaggio e faticoso. La lotta per la sopravvivenza è dura quanto quella per la conquista del potere. Lo sforzo fisico è costante, lo scontro all'ordine del giorno e la devastazione l'attività più praticata: duelli fra singoli, lotte o vere e proprie battaglie. Nell' VIII secolo avanti Cristo le strategie militari delle popolazioni italiche sono ancora poco raffinate, gli scontri sono prevalentemente uno a uno, corpo a corpo, pochi i cavalieri di solito di nobile rango. Inizialmente la difesa delle comunità era affidata precisamente alle classi più ricche che possedevano un armamento individuale completo, composto sia di armi da difesa che da offesa. Successivamente si rese necessario armare anche le classi meno abbienti, equipaggiate in maniera più povera. Le protezioni erano ridotte: i guerrieri più facoltosi possedevano in genere un elmo di bronzo, una piastra protettiva sul petto e uno scudo, mentre i più poveri solo pellami o protezioni di cuoio, raramente scudi di legno. L'ascia era sicuramente una delle armi più in voga: non richiedeva nessun particolare addestramento, un'arma di tipo istintivo, quasi un naturale prolungamento del braccio. Gli scontri erano violenti e ravvicinati, le armi da lancio venivano utilizzate più per la caccia che per il combattimento. Prima della fondazione di Roma l'aspetto che avevano i guerrieri è quindi molto lontano dalla classica iconografia romana o greca. Forse più grezzi, sicuramente meno protetti, coperti di pelli e cuoio recuperate dalle prede che cacciavano nelle foreste del Lazio, combattevano in una maniera quasi animalesca, feroce e brutale. I nostri personaggi si muovono nei boschi e combattono istintivamente come branchi di lupi da cui sembrano aver mutuato le tattiche di attacco.

LA LINGUA

La lingua del Primo Re, il linguaggio che i personaggi parlano, è latino arcaico ricostruito attraverso fonti contemporanee al periodo storico in cui si immagina che Romolo e Remo siano vissuti. Con un gruppo di semiologi dell'Università La Sapienza è stato fatto un lungo studio sul latino fon- dativo, pre-romano. Un lavoro molto appassionante di costruzione di una lingua che prende le parti di latino arcaico dalle fonti che ci sono pervenute: epigrafi, scritte sulle tombe e su oggetti utilizzati all'epoca. Non essendoci una stele di Rosetta del latino arcaico, dove mancavano i filamenti, è stato innestato l'indoeuropeo, una lingua di codice, mai realmente parlata in qualche regione ma una sorta di lingua di base dalla quale un po' tutte quelle del ceppo indoeuropeo si sono dipanate. Un lavoro di ricerca e ricostruzione fonema per fonema. Questo crea una lingua incredibile, estremamente eufonica che ci porta alle radici dell'Europa, come una lingua madre, una lingua della fondazione. Che aiuta lo spettatore a calarsi nella realtà del film.

LA COLONNA SONORA

NOTA DEL COMPOSITORE - Andrea Farri
La colonna sonora de "Il Primo Re" si può dividere in 3 mondi sonori differenti: il mondo scuro e inquietante dell'elettronica, realizzato con dei sintetizzatori analogici degli anni 70/80 che ben si fondono alle ambientazioni sonore e a gli effetti; l'universo arcaico delle percussioni, realizzato registrando in un grande auditorium tamburi, lastre e ferri per creare una sonorità astratta che rimandasse alle armi e alla vita degli schiavi; e infine l'orchestra sinfonica per i momenti più ampi ed epici del film. Questi tre mondi sonori si mescolano insieme cercando di creare una tensione emotiva che porta lo spettatore in una realtà immaginaria e tribale. Per il canto dei bambini nel bosco, non essendoci documentazioni storiche sulla musica di quel periodo, ho pensato di ispirarmi alla musica popolare italiana di tradizione orale, quella tramandata di padre in figlio. La stabilità dei canti popolari, non contaminati nel corso dei secoli, mi ha offerto la possibilità di attingere a un materiale archetipico che assume caratteristiche astratte ed eterne.

NOTA DEL REGISTA - Matteo Rovere
Quando abbiamo iniziato a immaginare la musica di questo film con il Maestro Farri, siamo partiti in termini molto astratti da una sonorità che fosse un corpo unico, venuto fuori dalla totale fusione di immagini e melodia. Serviva una composizione strumentale che rimandasse a un'epoca lontana, ma che fosse suggestiva, aerea, quasi inclassificabile: la storia che avevo davanti – la leggenda di Romolo e Remo – aveva bisogno di un sostegno musicale sia negli aspetti più intimi che in quelli ritmici, propri dell'azione. La scelta è stata precisa: niente repertorio ma orchestrazione strumentale a fare da tappeto sonoro per una trama in cui personaggi e pubblico devono calarsi in una dimensione nuova, realistica, lontana, sicuramente altra da qualsiasi cosa a cui il mito o la Storia possono alludere. In questo racconto di lotta e ribellione, di accettazione del destino e recupero della fede smarrita, abbiamo lavorato su suoni primitivi, materici, fatti di pelli, percussioni, materiali antichi. Abbiamo cercato un suono non omologato da un punto di vista melodico, capace di rimandare a un mondo immaginario dal sapore antico, ma in qualche modo vicino a noi, alle nostre radici.

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